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Adele Nunziante Cesaro » 9.L'adolescenza e la sessualità femminile adulta.


Il corpo femminile in adolescenza

Nell’adolescenza lo spazio cavo è in primo piano e sull’interno del corpo della ragazza si articolano fantasie complesse.

La cavità originaria – specifica della femminilità – prende forma in quanto investita da molteplici eventi:

  • l’intensificarsi della pressione istintuale legata all’insorgere della pubertà che modifica il corpo marcatamente
  • la riattualizzazione della conflittualità edipica con il riemergere di fantasie legate ai propri genitali

In questa fase, il corpo si impone sia per le sue profonde modificazioni (comparsa dei caratteri sessuali secondari) sia per l’innestarsi dell’evento menarca che segna profondamente l’identità femminile coagulando fantasie essenziali per l’accettazione o il rifiuto del proprio sé sessuato.

In letteratura il “menarca” sembra considerato soprattutto un trauma nel suo legame al complesso di castrazione. Di conseguenza, rimane oscurato l’aspetto positivo del menarca come punto di ancoraggio della sessualità femminile adulta.

Il menarca

Un dato senz’altro significativo è che la vagina s’impone in adolescenza, sia pure come buco sanguinante, attivando un processo di conoscenza più preciso dei propri genitali femminili e rimandando all’interno del corpo da cui fluisce il sangue.

L’inizio del menarca permette alla donna di differenziare meglio la realtà dalla fantasia: ciò che sapeva e si aspettava può essere confrontato con ciò che accade.

La chiarezza dell’esperienza, il modo di provvedervi, la regolarità, il confronto con le altre donne, offre sollievo. Il menarca aiuta nel definire i confini corporei perché può essere usato come guida nell’incorporazione di una parte invisibile di sé entro l’immagine del proprio corpo.
Il menarca concentra l’attenzione femminile su una speciale modalità di scarica, con il primato della vagina.

Quali rappresentazioni mentali si articolano sul corpo e il suo interno, sull’orifizio vaginale come fessura sanguinante? E quali fantasie precedono questo evento dal carattere ignoto che marca però la sopraggiunta maturità come donna?

I significati del menarca e delle mestruazioni

La ferita sanguinante riattualizza l‘esperienza primitiva del distacco, richiamando nell’inconscio la rappresentazione  di una perdita, suscettibile di fantasie compensatorie, tra cui quella di un onnipotente seno-pene di cui il flusso mestruale testimonia sia l’assenza che la supposta presenza. L’assenza rinvia a molteplici significati: penetrazione violenta del padre, punizione per la masturbazione, rappresaglia per gli attacchi al corpo materno, riprova dell’inquietante nesso tra fantasie sessuali e distruttività.

Il menarca e la sua ripetizione costante richiamano a una sessualità matura che può scatenare angoscia e colpa, richiedendo quindi dispositivi di controllo: la consegna di “tenere nascosto” conferisce a questo evento una qualità vergognosa, sminuendone l’aspetto maturativo.

Tra l’altro, il nesso tra la comparsa del menarca e la possibilità generativa investe tutte le vicende del rapporto conflittuale con la madre che ora possono trovare una pacificazione o un drammatico rilancio.

L’accettazione di questo evento corporeo come segno di sanzione sessuale e di fecondità con tutta la fenomenologia che l’accompagna (dolore, cambiamento di umore, ecc.) può significare l’attesa riconciliazione con la madre che, malgrado gli attacchi subiti in fantasia, autorizza la figlia a divenire donna come lei, capace di godere e di procreare.

La sessualità femminile adulta

Le tappe della crescita e della maturazione sessuale così segnate nel corpo cavo della donna hanno un apice significativo nel menarca ma non si esauriscono in esso.

La deflorazione prima e il coito poi si configurano, infatti, come momenti pregnanti di aggregazione degli organi cavi, in modo tale che sulla strada già tracciata della costituzione anatomica si possa attualizzare la propria identità di genere, investendo le proprie capacità globali di relazione.

È proprio con l’esperienza del coito che la vagina può essere riscoperta nella sua funzione specifica, in quanto organo in grado di ricevere e trattenere il pene dentro di sé.
Ciò contribuisce a rafforzare la propria immagine corporea come “spazio cavo, recettivo, attivo e passivo insieme”, delimitato da orifizi in cui la vagina viene a stagliarsi con una funzione e limiti ben precisi.

L’unitarietà clitoride-vagina

Se le angosce che la deflorazione risveglia non sono troppo forti e non richiamano l’antica concezione sadica del coito, l’esperienza sessuale può essere vissuta come espressione della sessualità matura.
È pur vero che la vagina concentra su di sé un primato condiviso, ma non implica la dimenticanza delle zone erogene via via impostesi nel corso dello sviluppo, quanto piuttosto promuove una loro concomitanza, permettendo alla zona vaginale di essere in primo piano e non più organo sconosciuto, abisso senza fondo e denso di pericoli per uomini e donne.

In letteratura, è sempre stato sottolineato l‘aspetto di mancanza di quest’organo (buco, ferita); la difficoltà di venire ad una rappresentazione simbolica meno inquietante viene riferita in quest’ottica soprattutto agli eventi corporei della vita sessuale della donna come risveglianti vissuti intensi sull’interno del proprio corpo e sulla propria integrità fisica.

L’unitarietà clitoride-vagina implicata nell’incontro sessuale permette di ipotizzare che il piacere femminile sia più complesso e diffuso e rende ragione del rapporto privilegiato che la donna ha con il proprio corpo. Il clitoride mantiene così il suo valore narcisistico, ma non si pone come antagonista alla vagina.

La vagina come organo insaziabile

Il clitoride condivide con la vagina l’essere fonte di eccitamento e di sensazione sessuali pervasive, che mancano sia di precisi contorni sia di una possibilità di scarica circoscritta e “contenente”, come quella consentita dal pene nel maschio.

Tutto ciò può produrre angoscia in un Io non maturo che si sente esposto a sensazioni di frammentazione, non facilmente controllabili in quanto non c’è un organo preciso che permette di localizzare la scarica e circoscriverne la durata.
La fantasia della vagina come organo insaziabile è impressa in entrambi i sessi ed è uno dei motivi del timore maschile del genitale femminile.

Montgrain (On the vicissitudes of female sexuality: the difficult path from anatomical destiny to psychic representation, 1983) vede in questa fantasia il motivo di una tendenza della società ad eliminare il piacere delle donne con strategie che vanno dall’istericalizzazione dell’immagine femminile (equivalente come fine al taglio del clitoride), allo spostamento ad atteggiamenti seduttivi o di mascolinizzazione e, non ultimo, al potenziamento dell’ideale materno visto come risarcimento di un’implicita frigidità.

Altra difficoltà nel raggiungimento della sessualità femminile adulta proviene alla donna dal dover rinunciare all’intenso piacere provato nel contatto con il corpo materno.

La masturbazione femminile

In tale contesto possono divenire comprensibili anche le vicissitudini della masturbazione femminile: l’evitamento dell’uso delle mani rispetto al proprio corpo, può trovare senso nel fatto che la propria mano è identificata con quella materna che ha illuso e frustrato. Madre che seduce e rifiuta il corpo femminile inducendo la stessa bambina a svalutarlo come inadeguato, oggetto non sufficiente d’amore.

La masturbazione coatta può essere usata come difesa dalle angosce provenienti dal corpo, corpo che da gratificante si è convertito in frustrante, e pertanto usata per promuovere una fusione idealizzata con l’immagine materna che compensi le richieste pulsionali insoddisfatte e neutralizzi le spinte autodistruttive.

Mentre per il maschio la masturbazione fa parte della sua tendenza a separare e distinguere il proprio corpo da quello materno, per la femmina, la stessa attività può significare sottomettersi all’identificazione del proprio corpo con quello materno amato, ma anche molto odiato.

Questa dinamica può essere cruciale in adolescenza dove è riproposta la somiglianza col corpo materno. La lotta, allora, di alcune adolescenti contro la masturbazione può rispondere a molteplici istanze.

Il piacere di essere donna

Il bisogno di sopprimere la masturbazione può essere legata al timore di far irrompere nella coscienza desideri passivi omosessuali oltre che gli aspetti distruttivi contro il corpo materno che vengono convogliati contro di sé (ad es., alcune ragazze si danneggiano vistosamente). Al contrario, il bisogno di preservare la masturbazione può significare una tendenza a investire di nuovo il corpo libidicamente.

La penetrazione, tollerata a fini procreativi, può essere legata al recupero imperativo della somiglianza col corpo materno, ripristinando l’idealizzazione bruscamente infranta.

In sintesi, entrambi clitoride e vagina, piacere autoerotico e relazionale, si combinano nell’ambito della sessualità femminile adulta, veicolando la penetrazione sessuale a servizio del piacere di essere donna. È evidente che molto dipende anche dal partner e dalle sue fantasie e/o paure sul genitale femminile, anche se la scelta stessa del compagno è orientata da una logica inconscia profondamente congruente con i propri bisogni. Per questo, il rapporto genitale, che è stato visto come apice della sessualità matura, ripropone un complesso di fantasie e esperienze che possono essere arricchite o iterate.

I significati inconsci del rapporto genitale

La rappresentazione della vagina può essere così alterata da configurarsi, nel rapporto, come accesso al proprio corpo con fini predatori, di svuotamento o devastazione, che richiamano le fantasie distruttive sul corpo materno e, in questo caso, può esservi lo “sbarramento” al piacere che attivamente impedisce l’ingresso al pene (vaginismo, assenza di lubrificazione, ecc.).

All’inverso, quest’esperienza può veicolare fantasie di reinfetazione all’insegna della fusione perduta ed ora momentaneamente ritrovata.
Analogamente può assumere il significato di una bocca avida (la vagina dentata) che inghiotte e consuma, rimodellandosi sul sadismo orale, oppure di una bocca che desidera il pene-seno e rifà l’esperienza gratificante di una suzione riuscita (spostamento sopra-sotto).

La rappresentazione mentale della vagina può, infine, mantenere troppe disturbanti contaminazioni con le zone uretrali e anali, da cui a suo tempo si è originato il piacere, e confusa con esse può assumere un tono svalutativo, sporco, infettante; o all’inverso il clitoride mantiene da solo il piacere d’organo nell’orgasmo, impedendo l’attivazione della sessualità vaginale.

Diventare ciò che si è

È evidente che tutti i comportamenti sessuali possono non dirci nulla della struttura psichica di base e ciò che definisce una relazione d’amore adulta è lo stato mentale che l’accompagna e non l’atto sessuale in sé.

Quest’approdo al “diventare ciò che si è”, così lineare nella sua iscrizione biologica, eppure così complesso nella sua realizzazione psichica, è di fatto inseparabile dalle vicissitudini dei processi d’identificazione.

A proposito della bisessualità, Freud, già nella lettera a Fliess del primo agosto 1899, scriveva “Mi sto abituando all’idea di considerare ogni atto sessuale come un processo nel quale sono implicati quattro individui.” In continuità con il pensiero freudiano, secondo Meltzer (Stati sessuali della mente, 1973), “il fondamento, nell’inconscio, della vita sessuale matura è la relazione sessuale altamente complicata dei genitori interni, con i quali si è capaci di una ricca identificazione introiettiva sia nei ruoli maschili che femminili. Una ben integrata bisessualità rende possibile un’intimità doppiamente intensa con il partner sessuale sia per mezzo dell’introiezione che di una modulata identificazione proiettiva, ordinata a cogliere la mentalità dell’altro senza controllare né dominare.”

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