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Adele Nunziante Cesaro » 11.Costellazione edipica e Super-Io femminile.


Le identificazioni nella costellazione edipica

Freud (L’Io e l’Es, 1922) descrive l’aspetto positivo e negativo dell’Edipo e mette in risalto l’identificazione sia con il padre che con la madre, giustificata dall’originaria bisessualità. L’esito più comune del complesso edipico è “il costituirsi nell’Io di un lascito di queste due identificazioni, in qualche modo tra loro congiunte“.

Freud crede che le identificazioni sorgano dalla perdita dell’oggetto d’amore, come accade, ad esempio, nella malinconia, di conseguenza, dovremmo pensare che il maschio, rinunciando alla madre per risolvere il complesso edipico, si identifichi in primis con lei. Allo stesso tempo, però, si sa quanto le identificazioni dell’Io e del Super-Io nel bambino siano centrate sul padre.

Freud risolve il problema facendo ricorso alla bisessualità del bambino, alla necessità di superare i propri impulsi omosessuali e all’influenza preponderante della mascolinità costituzionale.

Il riferimento alla malinconia intende richiamare l’attenzione sul ruolo della rinuncia edipica del bambino nella costituzione delle identificazioni del Super-Io.

Ambivalenze nei confronti dei genitori

A conclusione del complesso edipico, il bambino non perde comunque il suo oggetto d’amore, ma solamente i desideri incestuosi ed omicidi in favore di un attaccamento affettivo ai propri genitori. Ed il maggiore pericolo, la perdita dell’oggetto interno, è l’incentivo alle idealizzazioni e alle identificazioni del Super-Io. Questo pericolo è meno legato al suo rapporto con l’oggetto incestuoso che, invece, all‘ambivalenza nei confronti del rivale edipico e della grande dipendenza narcisistica da questa figura rispettata.

Freud aveva sottolineato in precedenza che l’identificazione con un oggetto amato è inestricabilmente unita a quella con un oggetto odiato: nello sviluppo dell’identificazione confluiscono entrambi gli aspetti costitutivi del legame con l’oggetto.

Si sa che sia per il maschio che per la femmina la madre è il primo oggetto d’amore e d’identificazione primitiva; esistono, però, conflitti di rivalità che si riverberano sulla direzione delle identificazioni, orientandosi verso i rivali con una svolta marcata dalla scoperta delle differenze sessuali. Da quel momento il genitale del padre è ammirato tanto dal bambino quanto dalla bambina.

Differenze tra maschi e femmine

Nel proprio sviluppo, per la femmina c’è una complicazione in più: le sue identificazioni con la madre possono affermarsi solo nella misura in cui la rivalità edipica e l’identificazione fallica con il padre esitino in un rapporto d’amore con lui, facendo prevalere la costituzionale eterosessualità.

Per il maschio, invece, gli sforzi narcisistici dipendenti e quelli competitivi aggressivi lavorano nella stessa direzione, orientando in modo predominante le scelte identificative del suo Io e del Super-Io.
Che cosa permane allora della bisessualità originaria nell’Edipo? Ed è chiaro che quando si parla di identificazioni del bambino o della bambina con la madre o il padre, ci si riferisce alle identificazioni con aspetti femminili e maschili del padre e della madre?

Greenson (Disidentifying from mother: its special importance for the boy, 1968) sottolinea la necessità che ha il maschio di disidentificarsi dalla madre per avvicinarsi al padre, ma si ipotizza qui che questo processo non sia impermeabile e netto. A spingere il bambino lontano dal primo oggetto d’amore è, secondo Chasseguet Smirgel (La sessualità femminile, 1964), la castrazione materna, con la conseguente scissione e rimozione delle proprie parti femminili.

Differenze tra maschi e femmine (parte II)

Che ne è delle parti femminili del maschio, marcatamente scisse e rimosse?

La teoria della trasmissione intergenerazionale dell’inconscio di Kaës (L’apparato psichico gruppale, 1987) può aiutare a ipotizzare che gli aspetti femminili dei maschi vengano principalmente trasmessi da padre in figlio come negati. Come scrive Mitscherlich Nielsen (Psicoanalisi della femminilità, 1982), spesso si ha l’impressione che così facendo sia stata spezzata in modo traumatico una linea identificatoria importante per il maschio.
Un esempio potrebbe essere la strenua difesa dall’omosessualità latente ravvisabile in molti maschi.

E che ne è degli aspetti di identificazione maschile col padre che la donna pure compie?
La Chasseguet Smirgel (1964) ritiene che l’attaccamento alla madre sia spodestato dal desiderio di individuazione della bambina. Ma il forte legame erotico della femmina con la madre e il suo desiderio d’incorporarla, cosa resa possibile poi dall’identificazione con lei, costituiscono, in fasi meno evolute dello sviluppo, una potente spinta ad identificarsi con il padre, quando lo si riconosce come unico detentore del pene.

L’Edipo negativo ha un ruolo importante nello sviluppo della femminilità e qualcosa del pure ambivalente amore per la madre rimane in tutto lo sviluppo.

Chasseguet Smirgel: la defusione pulsionale

Chasseguet Smirgel (1964) insiste sulla rimozione delle pulsioni sadico-anali nella donna al momento del cambiamento d’oggetto, conseguente al processo di idealizzazione paterna.

Ci sarebbe nella relazione della donna con il padre una defusione pulsionale più o meno accentuata, dove le pulsioni aggressive sadico-anali sono rimosse e controinvestite, dovendo il secondo oggetto (il padre) essere preservato ad ogni costo.

Per la Chasseguet Smirgel, le conseguenze della rimozione sono visibili nella difficoltà femminile alla maturità genitale, che prevede la catena impossessamento-sadismo-analità, e alla realizzazione di sé in ogni campo.
Si potrebbe forse ipotizzare, ricollegandosi a Kaës (1987) che ci sia una trasmissione intergenerazionale tra madre e figlia delle pulsioni sadico-anali con conseguente idealizzazione del maschio, difficoltà nella sessualità genitale e nella realizzazione di sé nei campi della cultura e del sociale.

I desideri sadici di appropriarsi del pene paterno e sottrarlo alla madre determinano angoscia e colpa, sentimenti da cui ci si difende idealizzando prima la madre come detentrice del pene paterno, poi il padre/marito (Mitscherlich, 1982).

Le identificazioni in adolescenza

Nell’adolescenza, il Super-Io si è ormai costituito grazie alle identificazioni parziali con genitori idealizzati, con i modelli, le richieste e le proibizioni genitali.

L’adolescente deve rinunciare agli oggetti d’amore edipici e per fare questo deve costruire un’identificazione più forte con essi, rinforzare il tabù dell’incesto, e aprire le barriere della repressione verso la libertà sessuale adulta. È un processo difficile, perché bisogna stabilire nuove identificazioni con i genitori come persone sessualmente attive, identificazioni egosintoniche che autorizzino a intraprendere attività sessuali adulte.

Le contraddizioni negli atteggiamenti e nei modelli genitoriali possono interferire con lo stabilirsi di nuove identificazioni e creare più o meno seri problemi di identità. La presenza di una coppia viva e sollecita è per questo fondamentale.

L’esperienza clinica fornisce a  riguardo evidenze sconcertanti: l’assenza o la scomparsa per morte di una delle figure genitoriali può alterare in vario modo tutto il processo di identificazione e autoriconoscimento, tanto da corrispondervi un’identità “monca, amputata”, che, pur capace di un discreto adattamento al mondo lavorativo e sociale, può incontrare enormi difficoltà nei rapporti di coppia e nell’assunzione della genitorialità.

Il Super-Io femminile: Freud e Klein

Come si ricorderà, Freud (Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi, 1925) ha sostenuto che la bambina, a differenza del maschio, non è così esposta all’angoscia di castrazione e, quindi, manca dell’impulso a costruire un’istanza di mediazione per affrancarsi da questa minaccia. Di conseguenza, il Super-Io femminile non è mai inesorabile, impersonale e indipendente dalle radici emozionali come si esige dall’uomo, ma debole e scarsamente normativo.

È significativo, d’altronde, che dal punto di vista di M. Klein (Psicoanalisi dei bambini, 1950) sia esattamente il contrario: il Super-Io femminile sarebbe particolarmente sadico e esigente, rispetto a quello maschile. Altri autori concordano sulle peculiarità particolarmente rigide del Super-Io femminile, laddove riscontrano una tendenza a reprimere la sessualità, a ricorrere piuttosto alla somatizzazione e a mostrare più difficoltà nel godere fantasie di piacere, sensualità, conquista.

Il Super-Io femminile: i recenti contributi teorici

Probabilmente le apparenti contraddizioni tra le varie teorie si sciolgono se si considera, come Bernstein (The Female Superego: A Different Perspective, 1983), che la genesi del Super-Io si articola con l’area delle differenze fisiche, delle attribuzioni di genere e dell’impatto delle identificazioni.

Le caratteristiche del Super-Io femminile e la sua forza avrebbero, quindi, le seguenti radici:

  • la paura di danni alla propria integrità corporea, ben radicata nelle esperienze esclusivamente femminili di menarca, deflorazione, gravidanza ecc.
  • la “facile” confusione tra genitalità e analità, per cui le proibizioni che riguardano la seconda si estenderebbero alla prima
  • la paura, con il riattivarsi delle identificazioni, della madre onnipotente della prima infanzia, sovrastante, rivale e potenzialmente ritorsiva

L’apporto integrante alle classiche concettualizzazioni psicoanalitiche, è allora l’individuazione di un precoce e più arcaico Super-Io che partecipa della funzione materna prima che paterna, come si evince in tutti i più recenti contributi al tema.

L’identificazione al padre

Le vedute contrapposte sull’istanza superegoica possono essere ricomposte considerando il Super-Io sia maschile che femminile costruito su una doppia base che rimanda a diversi livelli evolutivi: in primis, il rapporto originario con la madre. Di fronte alle frustrazioni sperimentate per la perdita del seno, gli impulsi aggressivi sono correlati direttamente alla rigidità dell’istanza eretta contro di essi (il precursore del Super-Io secondo M. Klein). Questa fase non sarebbe così diversa per il maschio e per la femmina.

Nel corso dello sviluppo, il ricorso e l’identificazione del maschio al padre ne sanciscono la salutare distanza dall’universo materno.

È ipotizzabile che per le donne l’identificazione con il padre – che dovrebbe essere transitoria – può essere vissuta in modo colpevole per l’intrinseca svalutazione della madre; le stesse attività intellettuali e di pensiero, in quanto equiparate al paterno, potrebbero essere inibite o vissute come potenzialmente distruttive. Può succedere anche che all’inverso l’identificazione al padre possa essere consolidata: ne consegue una pseudo-identità maschile molto precaria, o totalizzante con identificazioni acritiche verso i genitori e i loro sostituti.

Il rischio di una pseudo-identità

In mancanza di un’identificazione paterna transitoria, cardine stabilizzante, si avrebbero una pseudo-identità maschile e un’estrema svalutazione del femminile. Verrebbero cioè ostacolate quelle identificazioni parziali che sono un compromesso tra il bisogno di dipendenza e di oggetti protettivi e le opposte tendenze a sciogliere i legami simbiotici con un’espansione aggressiva e narcisistica a favore di un Io più autonomo.
Prolifererebbero, di conseguenza, pseudo-identificazioni e imitazioni che possono configurarsi come una pseudo-identità adulta.

Si può forse individuare una discriminalità essenziale nella costruzione dell’Ideale dell’Io o del Super-Io, che facilita l’identificazione riuscita con la madre o, al contrario, l’ostacola esitando o in un’adesione imitativa o in una soggezione masochistica a negare ogni traccia d’odio.
I processi di idealizzazione, com’è noto, sono il risultato degli sforzi del bambino di proteggere i rapporti oggettuali infantili e guarire le ferite narcisistiche, attraverso la costruzione di immagini dell’oggetto e di sé, sulla base dei sentimenti positivi provati, a cui il tempo affiancherà rappresentazioni più realistiche.

Idealizzazione eccessiva

Un buon processo di idealizzazione è una componente essenziale della stima di sé. Se nella crescita madre e figlia non possono sentirsi buon genitore e brava bambina, nelle prime fasi di sviluppo e particolarmente nella fase di individuazione-separazione, il Sé insoddisfatto della bambina rende la madre insoddisfacente: se si odia se stessi si odia anche la propria madre e viceversa.
Laddove la separazione è stata traumatica o la fusione originaria deficitaria, si può costruire difensivamente un’idealizzazione massiccia della madre confusa con il sé, che esige impossibili perfezioni suscitando acuti sensi di incapacità.

Un’idealizzazione quindi eccessiva dell’oggetto primario che poi confluirà nell’Ideale dell’Io, tradisce sia l’impotenza e la deprivazione infantile, sia la presenza di un Super-Io arcaico e persecutorio che spinge a pseudo-identificazioni maschili e si occulta dietro al Super-Io paterno meno minaccioso e perturbante.

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