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Adele Nunziante Cesaro » 7.La femminilità negli anni sessanta. Grunberger, Luquet-Parat,Chasseguet- Smirgel,Torok, Mcdougall


J. Chasseguet-Smirgel: il cambiamento d’oggetto

J. Chasseguet-Smirgel centra il suo lavoro sul senso di colpa della donna in relazione alla situazione edipica e al cambiamento d’oggetto che questa comporta. Per Freud e altri il cambiamento d’oggetto deriva dalle frustrazioni inferte dalla madre perché ne viene scoperta la castrazione (Freud), o perché il suo seno è diventato cattivo (Klein)- e dunque dal suo essersi reso cattivo, svilito, agli occhi della bambina, ne consegue la ricerca di un secondo oggetto (il padre e il suo pene), su cui converge una forte idealizzazione.  In genere le modalità con cui avviene il cambiamento d’oggetto risentono della relazione oggettuale della bambina con la coppia parentale, per cui se le esperienze primarie sono state poco soddisfacenti (cosa che per l’autrice avviene spesso per le femmine, a causa di frustrazioni mal dosate), il padre rappresenta l’ultima possibilità per lo stabilirsi di un rapporto con un buon oggetto; tuttavia ciò comporta che, al fine di preservare questo rapporto, siano necessarie una scissione ed una defusione pulsionale, sicché vedremo confluire su posizioni estreme libido e aggressività. La defusione pulsionale, necessaria al mantenimento di una buona relazione con l’oggetto padre, comporta la proiezione di aspetti positivi e idealizzati sulla figura paterna e di aspetti negativi e aggressivi sulla figura materna. Questo, se da un lato porta all’investimento esclusivamente libidico di un oggetto idealizzato (padre-pene), dall’altro comporta la necessità di mantenere  sempre attiva questa scissione, con una rimozione ed un controinvestimento delle proprie pulsioni aggressive nel rapporto col padre e col suo membro (pulsioni aggressive di natura sadico-anale che sono relative ai desideri dincorporazione). Da ciò deriva unestrinsecazione della componente sadico-anale della sessualità femminile, dal momento che questa si manifesta nel desiderio di incorporazione del pene paterno, col conseguente inaccettabile rischio di castrazione per il padre ed un profondo senso di colpa. Molti disturbi della sessualità femminile trovano fondamento nella conflittualità relativa alle pulsioni d’incorporazione.

J. Chasseguet-Smirgel e il senso di colpa nella donna

Se la scena primaria viene fantasmatizzata come un atto sadico della madre che s’impadronisce del pene paterno castrandolo, l’identificazione con la madre (necessaria allo sviluppo psicosessuale femminile) diventa impossibile (e così l’accesso alla genitalità) perché essere come la madre comporta la possibilità di danneggiare e distruggere l’oggetto paterno idealizzato. Le pulsioni di incorporazione, equiparate ad una castrazione, vengono così rimosse, divenendo fonte di colpevolizzazione per la femmina. Possibili conseguenze si ravvedono in diverse fobie femminili e, a livello della sessualità, nella scissione dell’oggetto damore, nel carattere clitorideo della sessualità (la vagina, infatti, in quanto luogo dell’incorporazione non può essere investita libidicamente), in alcune forme di omosessualità; il senso di colpa verso il padre può, inoltre, condurre all’inibizione intellettuale, dal momento che per entrambi i sessi un buon funzionamento intellettuale equivale inconsciamente al possesso del pene (una completezza narcisistica che si esprime inconsciamente nell’immagine fallica) e nello specifico, per la donna, al possesso del pene paterno (incorporato e dunque castrato).

J. Chasseguet-Smirgel e la teoria del monismo sessuale fallico

Ma come mai l’organo fallico simboleggia, in entrambi i sessi, creatività, forza e perfezione?

L’autrice risponde a questo interrogativo rifacendosi al carattere onnipotente dell’imago materna primitiva (che già la McBrunswick aveva evidenziato), frutto dell’estrema dipendenza percepita dal bambino di entrambi i sessi dal primo oggetto d’investimento (dispensatore di cure e di frustrazioni e per questo insieme amato e attaccato).  Dal momento che la prima ferita narcisistica che accomuna l’umanità è rappresentata dalla condizione di primitiva impotenza e dipendenza dalla madre onnipotente e l’insorgenza dei desideri edipici non fa che riattivare la frustrazione narcisistica (derivante dalla propria impotenza rispetto alla dipendenza dalla figura materna e dall’inadeguatezza del proprio genitale rispetto alla vagina materna e al fallo paterno), la negazione della vagina ed il monismo sessuale fallico rappresentano le uniche possibilità di difesa.

J. Chasseguet-Smirgel e la teoria del monismo sessuale fallico

Sicché nel maschio la presa di coscienza del possesso di un organo di cui la madre è priva costituisce un importante momento di affermazione di sé in termini antagonistici e dunque di trionfo sulla madre, perché il possesso del pene consente al bambino di svincolarsi dall orbita inglobante della madre onnipotente (in questo senso il trionfo ed il disprezzo alla vista del genitale femminile, di cui ci aveva parlato Freud, andrebbero a collegarsi all’imago della madre primitiva e al desidero di liberarsi dal suo dominio).
La femmina, invece, constatando l’assenza, nel proprio corpo, di un organo che sia in grado di opporre alla madre onnipotente, accusa una maggiore difficoltà a divincolarsi dalla sua orbita. Da ciò consegue una profonda invidia del pene che, come strumento di svincolo ed autonomizzazione (cioè di rivendicazione virile), oltre che di appagamento di una ferita narcisistica di cui la stessa madre si è resa colpevole, viene ricercato nel padre che, per il meccanismo di defusione pulsionale e scissione, viene investito di soli attributi positivi e idealizzato.

J. Chasseguet-Smirgel: l’identificazione col fallo come svincolo dall’orbita materna

Da qui si innesta la dinamica relativa all angoscia derivante dal desiderio del fallo paterno idealizzato e dalla colpa connessa al desiderio incorporativo (timore di aver depauperato il padre della sua forza castrandolo) e, come conseguenza, il rivolgimento al fallo paterno con un movimento identificatorio, esprime una difesa da queste angosce. A tal proposito l’autrice evidenzia due possibili forme di identificazione col pene paterno: un’identificazione col fallo autonomo in cui l’Io è oggetto diperinvestimento, la libido viene ritirata dagli investimenti sulla realtà esterna e la donna, costituitasi come fallo, desidera essere desiderata senza rendersi disponibile: la sua inaccessibilità sarebbe dunque la prova della sua impenetrabilità.  L’identificazione col pene -parte del corpo- oggetto parziale consente invece alla donna di identificarsi col pene paterno in quanto suo oggetto parziale, di cui rappresenta il completamento (funzione riparativa).  Il possesso del pene sembrerebbe quindi garantire il superamento della ferita narcisistica primaria (dipendenza-impotenza) inferta dalla madre onnipotente.

J. Chasseguet-Smirgel: l’identificazione col fallo come svincolo dall’orbita materna

Questo spiega il significato che assume quest’organo per entrambi i sessi e, inoltre, rende ragione del permanere della bambina nell Edipo: grazie all identificazione col pene paterno la bambina infatti sfugge alla madre senza essere costretta a prenderne il posto accanto al padre (cosa che avrebbe alimentato un’insostenibile rivalità con la figura materna onnipotente) e per di più preservandolo dal proprio attacco invidioso, offrendosi a lui come oggetto d’amore parziale e restando in una posizione a-conflittuale, protetta dalla madre e amata dal padre (sempre dipendente, eterna bambina che non diventerà mai donna).

M. Torok: l’invidia del pene nella bambina come svincolo dal controllo materno

M. Torok invidia del pene non esprime l’invidia dell’organo in sé, quel che viene invidiato è infatti un pene idealizzato, provvisto di tutte le qualità e di tutti i poteri, ma tale idealizzazione, operata a spese di una rimozione della madre, si accompagna ad un profondo odio nei suoi confronti. La bambina, odiando la madre apparentemente per ciò che non le ha fornito, in realtà cela o misconosce la ragione profonda del suo odio, cioè la rimozione che la madre impone alle esperienze corporee (anche orgasmiche) che si riferiscono al proprio sesso. L’invidia del pene appare dunque come una rivendicazione mascherata, non dell’organo e dei suoi attributi, ma dei propri desideri di maturazione e di autonomia dalla madre e dal controllo che questa esercita sul corpo infantile sin dalle prime fasi dello sviluppo (pensiamo all’allattamento e all’educazione degli sfinteri, in cui la figura materna impone e controlla l’interno del corpo della bambina e i suoi prodotti).
La proibizione della masturbazione (vista anche la colpevolizzazione che ne consegue) comporta la rimozione del godimento femminile e delle fantasie che ad esso si legano e che hanno a che fare con l’incorporazione del pene nella sua funzione pulsionale, in quanto generatore di godimento. Questa rimozione produce un blocco nella genitalità e insieme un rivolgimento al pene (invidiato), fantasticato come genitale buono che fa godere senza colpa.
L’accostamento al padre è impedito e nella bambina perdurerà una dipendenza dalla madre.

M. Torok: invidia, idealizzazione e identificazione col pene paterno-complemento di sé

Secondo la Torok, l’invidia del pene e il desiderio di un bambino, che generalmente ne deriva, sottendono la possibilità che il bambino desiderato assuma il ruolo di pene-oggetto per la madre, che lo desidera per rendere completo un corpo altrimenti monco; in questo caso la madre nutrirà verso di lui il desiderio di conservarlo come sua appendice, impedendone lo sviluppo, in termini di maturazione e di autonomia.

In questo contesto, l’invidia del pene-appendice maschera il desiderio di un pene-complemento, mediante cui può effettuarsi l’accesso al godimento. Il cammino verso la posizione genitale passa necessariamente attraverso la possibilità del godimento attraverso il pene del padre, ma risulta impossibile se la bambina non riesce a svincolarsi dal potere della madre anale (che proibisce la masturbazione) ed edipica (che non accetta di essere soppiantata dalla figlia presso il padre). Così, impossibilitata ad identificarsi sia con la madre, sia con il padre, la bambina costituirà un inaccessibile ideale fallico, immagine mitica di un padre idealizzato e, attraverso l’idealizzazione del pene e la sua invidia, metterà in atto un abbozzo di identificazione col padre, rinnegando i suoi desideri genitali e mantenendosi nella relazione di dipendenza dalla madre, costituendosi come sua appendice anale (come sua bambola) e poi come fallo dell’uomo.

M. Torok e la posizione del maschio: essere invidiato per non invidiare

Nel maschio, invece, la sottrazione al dominio della madre avviene grazie all’identificazione col padre detentore del fallo, prima ancora che la madre rappresenti il suo oggetto genitale. Per l’uomo, favorire l’invidia del pene nella donna, consente di proteggersi dall invidia per il sesso femminile, su cui viene proiettata la propria invidia: il pene costituisce l’emblema grazie al quale può sentirsi invidiato per non essere invidioso, mascherando così le lacune del suo desiderio, ovvero quello di sostituirsi alla madre nella scena primaria anale assumendo una posizione femminile. Da qui scaturisce la necessità di tenere sotto controllo la sua parte femminile, esplicita nella ricerca di donne dipendenti e invidiose.

Joyce McDougall e l’omosessualità femminile

J. McDougall analizza l’omosessualità femminile, partendo dalla considerazione del concetto di bisessualità elaborato da Freud. Negli adulti eterosessuali le pulsioni omosessuali (che risultano dalle relazioni oggettuali e identificatorie con entrambi i genitori) vengono integrate attraverso tre modalità: l’identificazione col partner attraverso il rapporto sessuale, i rapporti di amicizia sublimati con individui del proprio sesso e la creazione artistica (dando alla luce opere darte in via partenogenetica, un processo che implica un’identificazione inconscia col genitore di sesso opposto). La donna omosessuale non ha potuto integrare questa componente omosessuale della sua personalità, a causa di conflitti a livello delle identificazioni genitoriali.  Nel descrivere la condizione dell’omosessualità femminile, l’autrice opera dapprima una distinzione tra donne virili (che sembrano aver svuotato di investimento libidico il rapporto con la madre e con le altre donne, privilegiando relazioni non genitali con gli uomini, con i quali si riconoscono una somiglianza) e donne omosessuali (che tendono a stabilire con le altre donne una relazione improntata sul rapporto madre-bambina, escludendo il padre e qualsiasi altro uomo come oggetto dinvestimento libidico), riconoscendo che entrambe non hanno accesso all’identificazione con la madre genitale.

J. McDougall: le donne virili

Nella costellazione virile il padre è stato idealizzato e assunto come modello, ma senza integrarsi nell’Io (inficiando la rappresentazione della bambina come donna) e senza divenire mai oggetto di desiderio sessuale (da cui scaturiscono rapporti asessuati, teneri e idealizzati con gli uomini). Le pulsioni sessuali sembrano potersi esprimere attraverso attività sublimate, ma la loro equiparazione inconscia ad un’attività fallica che potrebbe equivalere ad una castrazione del padre- ne rende colpevole e conflittuale la realizzazione. L’immagine odiata è quella materna preedipica, castrante nei confronti del padre; per tale ragione l’identificazione con lei risulta conflittuale, in virtù del timore di svolgere un ruolo castrante nei confronti del padre. Al posto dell’identificazione con la madre si instaura un’identificazione col padre privo di fallo, ma suscettibile comunque di castrazione (ciò si esprimerebbe nella fantasia di uomo mancato). La svalutazione della seduttività femminile trova origine nella sua equiparazione con un’attività castrante.

J. McDougall: configurazione delle relazioni familiari nelle donne omosessuali

Nelle donne omosessuali l’immagine paterna viene apertamente detestata, essendone messe in discussione le qualità falliche; su questa figura confluiscono anche tutte le qualità negative del rapporto con la madre cattiva, rapporto che resta quindi a-conflittuale.  Nella storia edipica della donna omosessuale il padre sembra aver opposto un deciso rifiuto ai desideri della bambina, questo l’ha costretta a ripiegare su una posizione anale in cui il padre, orami espulso come oggetto libidico, viene assimilato alle feci. Sicché, mentre il desiderio libidico del pene paterno viene equiparato ad un atto sadico che genera la paura di ritorsioni paterne, il desiderio libidico per il padre viene anche sacrificato alla madre preedipica, con cui la bambina istituisce un legame molto stretto (è la madre a vietare ogni desiderio per il padre).

Il padre, incorporato per via sadico-anale, andrà quindi ad identificarsi con l’Io della donna, secondo un’introiezione patologica che alimenta un’impoverimento dell’Io e lo sviluppo del sadismo nel Super Io; inoltre esso si costituirà, probabilmente, come l’unico oggetto eterosessuale per la donna omosessuale. Al contrario, l’imago materna è idealizzata, perché provvista di tutto ciò di cui la figlia è priva.

J. McDougall: configurazione delle relazioni familiari nelle donne omosessuali

Tuttavia, l’identificazione con una figura idealizzata è naturalmente complicata, dal momento che le sue prerogative appaiono irraggiungibili, sia sul piano narcisistico sia su quello eterosessuale. -Su quest ultimo punto va precisato che, per la bambina, la madre è esposta a minacce e pericoli sul piano sessuale, il padre infatti si manifesta, attraverso il vissuto materno, come un essere pericoloso e indesiderabile, dicasi altrettanto per il rapporto sessuale, che appare privo di ogni attrattiva. Vietando l’accostamento al padre, la madre sembra proteggere la figlia dai pericoli di aggressione connessi al rapporto eterosessuale e sembra privilegiare il rapporto con la figlia a quello con il partner. Ne risulta una scissione delle figure genitoriali: sulla madre confluiranno gli aspetti benevoli e salvifici, mentre il padre (che peraltro ha rifiutato le richieste edipiche della bambina) diventerà depositario degli aspetti negativi e pericolosi.

J. McDougall: specificità del rapporto col materno

Nell’omosessualità femminile hanno subito uno scacco sia l’identificazione paterna sia quella materna, l’unica possibilità per la donna è costituirsi come fallo fecale materno, che ha la funzione di riparare un corpo altrimenti monco, sotto forma di relazione simbiotica che rende la donna omosessuale oggetto controllabile e manipolabile della madre. Ogni sentimento conflittuale nei suoi confronti deve essere bandito, pena l’irruzione di sentimenti sadici primitivi che minacciano una rottura nell’equilibrio su cui si regge la relazione madre-figlia. Questo duplice scacco identificatorio produce “una distorsione dell’Io ed un difetto del sentimento d’identità sino a indurre ad una perturbazione dello stesso vissuto corporeo”.
Inoltre, l’invidia del pene, che nelle donne omosessuali è conscia, si esprime nella fantasia di possedere un pene proprio (e di utilizzarlo come un oggetto transizionale, rappresentante del legame con la madre) e risponde non tanto al desiderio apparente di assumere un ruolo maschile verso la partner, completandola attraverso il pene, quanto quello di completare narcisisticamente se stessa mediante l’altra donna. (L’offerta del fallo riparativo consente inoltre di riparare la partner -e in primis la madre- con qualcosa di unico e sancisce l’inscindibilità del rapporto madre-figlia).

J. McDougall: specificità del rapporto col materno

Data questa configurazione, la relazione omosessuale rappresenta l’unica possibilità contro la minaccia di disintegrazione dell’Io; il legame omosessuale infatti consente di liberarsi dalla stretta dipendenza dalla madre e, nel contempo, funge da rassicurazione per la madre, dimostrandole che le figure e i genitali maschili non costituiscono oggetto dinteresse. Inoltre, col sostituto materno, è possibile instaurare una relazione erotica che autorizza quell attività sessuale masturbatoria altrimenti proibita e, attraverso l’accettazione da parte della partner di quegli aspetti di mascolinità, sporcizia e disordine, in cui si manifesta il padre anale interiorizzato, la donna omosessuale può attuare quell’accostamento alla figura paterna, mai accettato e permesso dalla madre.

Bela Grunberger e il narcisismo femminile

B. Grunberger approfondisce il discorso del narcisismo nella sessualità femminile. Le donne tendono in primo luogo ad essere amate, ad ottenere cioè una gratificazione narcisistica alla quale sono disposte a sottomettere le proprie esigenze sessuali, al contrario gli uomini pongono al primo posto il soddisfacimento delle pulsioni sessuali.  In accordo con Chasseguet-Smirgel, l’autore sostiene che sin dall’inizio esista una sessualità virtuale differenziata nel maschietto e nella femminuccia che le cure materne si limiterebbero ad attivare; cure che, peraltro, sono essenziali anche per lo sviluppo psicosessuale, dal momento che l’investimento narcisistico del bambino ed il riconoscimento delle sue pulsioni parziali passa attraverso il riconoscimento e l’amore che la madre riversa su di lui/lei. Ma se la sessualità infantile è differenziata sin dalle origini nei due sessi e se è necessario che questa riceva conferme narcisistiche, l’oggetto predisposto in tal senso deve essere diverso per ciascun sesso, ovvero femminile per il bambino, maschile per la bambina. Questo comporta che alla bambina manchi, in origine, un oggetto sessuale in grado di fornirle quella conferma narcisistica necessaria al suo sviluppo: la vita affettiva e sessuale della donna inizia quindi sotto l’insegna della frustrazione.

B. Grunberger: specificità del femminile e del maschile in rapporto al primo oggetto

La difficoltà femminile non è dunque nel passaggio dalla madre al padre (nel classico cambiamento doggetto), bensì nel far fronte alla frustrazione derivante dall’inadeguatezza dell’oggetto sessuale materno, che spingerà la bambina verso il padre come ideale dell’Io narcisistico e oggetto d’investimento libidico.  La frustrazione narcisistica, inoltre, spinge la bambina a sopperire da sé all’investimento materno carente (da ciò derivererebbe la precocità maturativa e intellettuale della donna): pertanto il narcisismo femminile esprime un tentativo di sopperire all’insufficiente investimento materno attraverso un autoinvestimento (che, in assenza dell’amore materno, crolla facilmente determinando lo sviluppo di una forte dipendenza doggetto). Questa diversità comporta che, mentre il possesso di un oggetto sessuale adeguato (la madre) offre al maschio una conferma narcisistica che lo aiuterà ad affrontare il percorso evolutivo e le frustrazioni derivanti dalla conflittualità edipica, nella femmina la frustrazione pregenitale comporta sia una svalutazione della madre, sia la creazione di unimmagine idealizzata del padre, assente nelle prime fasi dello sviluppo (assenza che gli verrà rimproverata), sia un’autoinvestimento narcisistico compensatorio.

B. Grunberger: la posizione della donna tra investimenti narcisistici ed oggettuali

L’amore femminile sarà quindi caratterizzato da componenti pregenitali sadico-anali, non ben integrate e, insieme, da componenti idealizzate. Ciò comporta, di conseguenza, che la donna vada sempre alla ricerca di un oggetto d’amore che sia in grado di darle quella conferma narcisistica mancata in passato.  In alcuni casi la donna riesce a conseguire una sintesi tra esigenze narcisistiche e libidiche, raggiungendo il livello della completezza narcisistica (che nell’inconscio assume la configurazione immaginaria di un fallo ma che non ha nulla di maschile, in quanto è solo simbolo di completezza), identificandosi con la femminilità della madre (la quale possiede il pene paterno e ha quindi raggiunto una completezza narcisistica), che va però a sua volta integrata con l’introiezione edipica del fallo paterno.  Se un riuscito investimento narcisistico equivale inconsciamente al possesso del fallo, un iperinvestimento narcisistico conduce la donna a identificare se stessa col fallo, conseguendo unautonomia narcisistica (che si ritrova ad es. in donne belle, seducenti e affascinanti spesso frigide perché, avendo investito su di sé tutta la libido, difettano dinvestimenti oggettuali; o donne che, non potendo investire il proprio Io corporeo in assenza di particolari qualità seduttive, adottano un comportamento antilibidico e superegoico, investendolo narcisisticamente; infine, quando il narcisismo è inibito perché colpevolizzato, le donne tendono ad effettuare scelte oggettuali negative secondo modalità autodistruttive).

B. Grunberger: la sessualità femminile alla luce del narcisismo

Rispetto poi alla considerazione del primato del pene come organo genitale unico, Grunberger sostiene che la donna possiede un organo sessuale completo e perfetto e che la sessualità femminile avrebbe una maggiore intensità di quella maschile, dal momento che oltre agli organi genitali (clitoride e vagina) ha una moltitudine di zone erogene che ci inducono a considerare l’intero corpo femminile come un organo sessuale. Da questo punto di vista la dicotomia tra clitoride e vagina non ha ragione desistere. La rimozione della clitoride sarebbe piuttosto da collegarsi alla proibizione della masturbazione e al carattere narcisistico dell investimento clitorideo (essendo la clitoride l’organo del narcisismo, ovvero quello che serve esclusivamente al piacere autoerotico).
Infine, in presenza di uno sviluppo ben integrato, il narcisismo viene risessualizzato; il rapporto sessuale rappresenta infatti una sorta di ritorno all’autoerotismo e diventa tanto più soddisfacente quanto più si configurerà come coronamento di quella conferma narcisistica che si attende dal partner.

C. J. Luquet-Parat: il cambiamento d’oggetto nella donna alla luce dell’introflessione-proiezione  dell’aggressività

C. J. Luquet-Parat approfondisce il discorso del cambiamento d’oggetto nella donna, sostenendo che i bambini di entrambi i sessi ricercano attivamente una gratificazione passiva proveniente dalla  madre,la cui onnipotenza e i cui aspetti, inevitabilmente anche se parzialmente, frustranti sono all’origine delle angosce primitive che contrassegnano le prime forme di relazione con l’oggetto (descritteci dalla Klein). L’interiorizzazione dell oggetto, nei suoi aspetti buoni e cattivi, è alla base dell’introflessione dell aggressività; la scarica di aggressività alimentata dalla frustrazione pulsionale viene rivolta in parte contro l’oggetto esterno e in parte contro quello interiorizzato, e dunque contro l’Io (masochismo). Ma la bipartizione delle pulsioni aggressive, rivolte sia contro l’oggetto interiorizzato, sia contro quello esterno, si manifesta progressivamente come introflessione.

C. J. Luquet-Parat: il cambiamento d’oggetto nella donna alla luce dell’introflessione-proiezione  dell’aggressività

La triangolazione edipica, in questo contesto, rappresenta un utile meccanismo per far fronte ai pericoli masochistici connessi all’introflessione dell aggressività. L’oggetto internalizzato, dotato di un investimento ambivalente, può essere proiettato su due oggetti reali esterni che, scissi, vengono mantenuti separati e così controllati. Ma la strutturazione del fantasma genitoriale combinato mette in crisi il meccanismo della scissione, perché di fronte alla scena primaria i genitori, buono e cattivo, sono avviluppati l’uno all altro; su questa situazione, che causa notevole angoscia, converge la proiezione di pulsioni aggressive, orali, anali e falliche. Il tentativo di controllare l’espressione sadica della propria aggressività, viene operato attraverso una nuova scissione, in cui si determina l’identificazione con l’elemento sadico attivo della scena primaria.  Nella bambina la proiezione della propria aggressività, prima sul seno e poi sul pene, rende ardua l’assunzione di una posizione passiva nei confronti di quest’ultimo ed il cambiamento d’oggetto.

C. J. Luquet-Parat: cambiamento d’oggetto nella donna e scenari edipici

Nel contempo, l’identificazione con gli aspetti sadico-attivi della scena primaria comporta una modificazione anche nella relazione con la figura materna: la bambina assumerà una funzione attiva (fallico-anale) nei riguardi della madre accompagnata dal desiderio di avere un pene per possederla, escludendo dalla scena il padre rivale. In questo modo la bambina entra nella situazione edipica negativa. Successivamente, il desiderio di possesso del pene ed una sua rivendicazione verranno spostati dalla madre al padre che ne è detentore (Edipo positivo).
Il cambiamento d’oggetto, in questo scenario, avviene dunque prima sulla base di modalità attive sadico-anali e, poi, sulla base dell’introflessione delle pulsioni sadiche dirette contro il pene del padre. Ed è questa introflessione che instaura la ricettività passiva femminile; un moto masochistico femminile, con cui si inaugurano la seconda fase del cambiamento d’oggetto e l’ingresso nell’Edipo positivo, che contrassegna le sorti della femminilità. La sessualità femminile passa, infatti, attraverso l’assunzione attiva di un ruolo passivo nei confronti dell’oggetto, con un meccanismo d’introflessione masochistica simile a quello dell’identificazione con l’aggressore.

C. J. Luquet-Parat: il rapporto della bambina col pene paterno

Ma perché il desiderio masochista d’essere penetrata sia tollerato dall’Io, è necessario che l’imago genitale del padre sia sentita come sufficientemente buona; ciò deriva dalla possibilità che nella situazione preedipica la bambina abbia potuto scindere tra unimmagine buona ed una cattiva (è infatti l’imago materna buona che, proiettata sul padre, garantirà la buona riuscita della triangolazione edipica). Qualora invece il primitivo fallo materno sia stato fantasmatizzato come onnipotente, invadente e destrutturate, anche il pene paterno verrà investito degli stessi fantasmi e così la penetrazione (che minaccia l’integrità dell’Io); di fronte a questa possibilità, la bambina può regredire alla precedente posizione attiva, rivendicando il pene per sé in funzione contro-penetrativa. Infine, rispetto alla questione dell’organo genitale femminile, l’autrice sostiene che la bambina non ha due zone erogene genitali che vanno a sostituirsi l’una all’altra. Nel corso dello sviluppo, infatti, la fase orale cede il passo all’attività cloaco-anale: il contenuto fecale, vissuto come parte del soggetto e come corpo estraneo, viene assimilato al pene materno e poi paterno.

C. J. Luquet-Parat: la ricettività femminile come esito del cambiamento di meta

La rivendicazione fallica della bambina è quindi, d’apprima, una rivendicazione anale (da cui la denominazione della fase fallica come fallico-anale) e il cambiamento di zona erogena non implica il passaggio dalla clitoride alla vagina, bensì un incremento della passività sull attività che investe sia la clitoride che la vagina.   Lo spostamento clitorideo-vaginale verso la passività, che si accompagna all’introflessione masochistica delle pulsioni sadiche, costituisce la base della ricettività femminile e si configura come una forma di attività a meta passiva, che corrisponde alla fisiologia dell’atto sessuale. La passività riguarda quindi la forma della relazione oggettuale. In questo percorso la bambina è passata dal desiderio pregenitale di avere un pene per possedere la madre a quello di prendere il pene al padre per possedere la madre (attività), arrivando al desiderio genitale di ricevere il pene dal padre (meta passiva) con la penetrazione ed averne un bambino. Grazie alle precedenti identificazioni non conflittualizzate con la madre, la bambina investe di amore oggettuale il padre, supera l’invidia del pene e sviluppa tendenze eterosessuali. Una parte dell’attività si è dunque trasformata in un’attività con mete passive, attuandosi un’identificazione masochista con la madre. Le identificazioni falliche e anali con il padre restano, tuttavia, in una parte dell’attività che sarà messa al servizio dello sviluppo dell’Io.

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