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Adele Nunziante Cesaro » 14.La gravidanza nello scenario delle vicende femminili: l'agire in psicoanalisi.


Brevi note sull’agire

Fin qui si è illustrato il rischio psicosomatico del femminile nella facilitazione che il corpo della donna ha nell’essere luogo potenziale di istanze generative. Dal momento che la gravidanza assume una pluralità di significati, è importante riflettere anche sugli aspetti di rischio che la gravidanza può convocare, quale modalità di “agire” angosce, bisogni ed istanze più profonde.
È vero che ogni gravidanza contiene un “fare”, un modello adulto di “azione” e, al contempo, esprime elementi di natura meno evoluta. Ciò che vogliamo focalizzare è l’eventualità che la gravidanza si configuri come un “acting out”, come modalità attraverso la quale viene espresso attraverso il corpo e con il corpo ciò che non può avere accesso all’elaborazione mentale.

Il concetto di acting out: contributi

Il concetto di acting out nasce all’interno della riflessione sulla situazione analitica; sebbene esso non sia mai stato formalizzato in una definizione rigorosa, è possibile individuare due accezioni principali del termine. Tra i contributi più puntuali sul tema si segnala quello di Fossi (1979), che propone una disamina sulle definizioni che hanno interessato il concetto di acting out. Tra le diverse accezioni del termine si ricorda: lo sforzo di risolvere conflitti (Ekstein, Friedmann), la possibilità di scaricare impulsi (Fenichel) o di ridurre uno stato di tensione (Fenichel, Wangaard); una difesa contro la depersonalizzazione (Fain), la depressione (Fenichel) o la perdità di identità (Angel) ecc.
Una delle concezioni più originali del concetto di acting out è quella di Winnicott, il quale sottolinea il valore comunicativo che esso assume all’interno della situazione e del processo analitici. Esso diviene, in altre parole, un elemento su cui la riflessione analitica può esercitarsi ed avanzare, per il suo valore di esplicitazione di taluni conflitti.

Due accezioni dell’acting out

Come si accennava, è possibile intendere l’acting out entro due accezioni generali, sebbene provvisorie.
La prima, riguarda il suo significato ristretto, soprattutto in riferimento al suffisso “out”; in questo senso l’acting out assume il valore di una scarica deviata dei fenomeni transferali, un tentativo di agire lateralmente il transfert al di fuori, quindi, della situazione analitica. In tale definizione, l’acting out assume un valore di opposizione e resistenza al trattamento.
La seconda accezione del termine è quella che fa riferimento all’”out” come ciò che si svolge fuori dell’intrapsichico; l’esternare attraverso l’azione assume qui un valore di comunicazione alternativa. Ciò che non può esser messo in parole, in questo caso dentro e fuori la stanza d’analisi, viene ad essere trasposto sul piano dell’azione. Il ripetersi nell’azione risulta corrispondere, dunque, ad un’alternativa al ricordare.
Più generalmente in quest’accezione viene sancito un antagonismo tra messa in atto e ricordo, azione motoria e memoria-pensiero, linguaggio.

Acting out ed azione

L’accezione più ampia del termine acting out consente di contemplare un vasto insieme di fenomeni, non strettamente vincolati, dunque, al trattamento terapeutico. Tali fenomeni risultano essere accomunati da un punto di vista genetico, dinamico ed economico. Usando quest’accezione per la gravidanza e per il figlio come “agito” vogliamo alludere ad una tendenza generale della mente che può, in quest’esperienza, esprimersi con caratteristiche proprie dell’acting out riproponendone aspetti difensivi o espressivo-comunicativi.
Ma prima di affrontare questo aspetto, è forse opportuno richiamare il contributo che Eugenio Gaddini propone nell’importante saggio “Acting out in the psychoanalytic session” (Gaddini, 1982).

Acting out ed azione: il contributo di E. Gaddini

“L’acting out, come modello funzionale precoce, può essere definito come rappresentativo di un’organizzazione mentale che tende soprattutto a mantenere se stessa inalterata ed a soddisfare, in conseguenza, tutti i bisogni che servono a questo scopo. I bisogni sono, perciò, prioritari e perentori, e non tengono in alcun conto la realtà. L’acting out serve soprattutto a soddisfare questi bisogni” (Gaddini, 1982, p. 57).
Gaddini mette in rilievo come l’agire corrisponda ad una modalità organizzativa attraverso la quale si scandiscono i processi che conducono all’individuazione, alla strutturazione di un sé separato.
A partire dall’importanza assegnata alla situazione originaria, quale stato cui l’individuo tende, l’agire viene a configurarsi come risposta all’angoscia di perdita di che contrassegna i processi separativi.

Acting out ed azione: il contributo di E. Gaddini (segue)

L’acting out, tuttavia, specie nel caso di organizzazioni patologiche del Sé, anziché accompagnare la progressiva spinta all’autonomia ed all’individuazione può risultare un potente motore di opposizione ad essa.
È qui che si rileva l’accezione di acting out come difesa contro lo sviluppo che tende ad eliminare e non a regolare le tensioni e a mantenere uno stato di non integrazione. L’acting out, può quindi impedire il riconoscimento di sé e della separazione, opponendosi all’organizzazione di uno spazio interno e della propria autonomia e indipendenza reale.
“L’acting out – scrive ancora Gaddini –, stabilizzato come difesa, viene usato per porre l’intero apparato esecutivo, coscienza inclusa, al servizio dell’autarchia magica ed onnipotente del sé, invece che al servizio dell’autonomia” (Gaddini, 1982, p. 58).

Ancora sulla differenza tra acting out ed azione

Da quanto sinora detto, emerge una netta differenza tra acting out e azione, laddove il primo ha una funzione difensiva piuttosto che adattiva, implica una relazione oggettuale apparente che replica quella del primo rapporto; in tal senso, si può intendere l’acting out come modalità che soddisfa la ripetizione mascherata ed è funzione della coazione a ripetere, con tutto il suo carattere magico e onnipotente, nei termini di una realizzazione istantanea e magica del desiderio a prescindere dalle leggi della realtà.
In alcune gravidanze può ravvisarsi questo fenomeno, in cui ciò che conta è il concepimento: rimanere gravide assume il valore di una fantasia generativa già realizzata in una sorta di cortocircuito corpo-mente-corpo, in cui sembra non esserci alcuna presa di consapevolezza delle vicissitudini della gravidanza e del bambino che verrà.

La gravidanza tra bisogno e desiderio

In tale contesto è importante chiarire che cosa si intende per area dei bisogni ed area dei desideri, proprio per meglio illuminare gli aspetti di rischio in gravidanza.
- Appartiene all’area dei bisogni quello primario di avere un senso di sé, di un confine che delimiti e contenga i vissuti corporei un tempo sperimentati come frammentari e discontinui. Ciò dà luogo al sentimento di esistere, l’”Io sono” che avvia al processo d’individuazione. La gravidanza può prestarsi a provvedere a tutto ciò, sia nel caso in cui la propria storia abbia fallito e solleciti un progetto altro di nascita ed autofondazione, sia nel caso in cui il proprio sé, fragile e precario, possa trovare in tale esperienza un consolidamento. Vista così la gravidanza può essere un’esperienza al servizio del Sé e della sopravvivenza.
- L’area dei desideri è invece governata dall’economia dello scambio, quale modo di evitare l’angoscia catastrofica, ed è aperta pertanto alle interazioni che comportano un rischio a un diverso livello, quello eccitabile e sostenibile dei conflitti pulsionali. Talora vi è continuità tra queste aree, talaltra uno iato incolmabile. Per riprendere l’ipotesi del rischio vogliamo sottolineare che non è la qualità drammatica di certe gravidanze (minaccia abortiva o gestosi) che di per sé fa il rischio.
Aspetti inquietanti, paradossalmente, possono invece presentarsi in gravidanze apparentemente esenti da conflittualità e disagi.

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