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Adele Nunziante Cesaro » 21.Relazione analitica e genere sessuale.


Relazione analitica e genere sessuale. L’insight

L’insight può essere definito come la spia di un’apertura al cambiamento perché è una particolare qualità introspettiva, percettiva, cognitiva ed emotiva insieme, con cui sia il paziente, sia l’analista sono in grado, all’interno della relazione terapeutica, di entrare in contatto con parti di sé per lo più sconosciute, inconsce, scisse, rimosse.

Il concetto di insight è principalmente legato alla teoria della Gestalt: in contrapposizione con lo sviluppo delle teorie comportamentiste, centrare su tutto ciò che della psicologia umana può essere direttamente osservato e quindi analizzato da un sapere scientifico (come le risposte dei riflessi condizionati), gli studi di Köhler sugli scimpanzé teorizzano un nuovo concetto, quello dell’intuizione, che, non passando per i tentativi dell’apprendimento per prove ed errori, permette di elaborare mentalmente le possibili soluzioni di un problema attraverso una flessibile ristrutturazione cognitiva del contesto. L’insight, quindi, sarebbe un atto pratico per afferrare mentalmente e successivamente risolvere una situazione conflittuale.

L’efficacia dell’insight

In una nota storica-critica (Insight, 1985), Sacerdoti e Spacal riportano i principali contributi psicoanalitici sulla formulazione dell’insight e alla fine sottolineano sia il carattere di mobilità del concetto sia la necessità di capire il suo rapporto con altri concetti come inconscio, Io, individuazione psichica, genitalità, ecc.

Sacerdoti e Spacal ricordano che Freud ha utilizzato il termine insight spesso in forma colloquiale, legandolo ai processi di modificazione che portano alla guarigione. Dopo di lui, il concetto è stato approfondito, scandendone delle distinzioni per lo più dicotomiche, a seconda dell’efficacia e della sua relazione con la terapia.

Nel primo caso, infatti, si è distinto un insight:

  • vero o emotivo (diverso comunque da quello di guarigione) ed uno intellettuale (Sandler, Dare, Holder, The Patient and the Analyst, 1973)
  • vero (quale “colpo d’occhio al di là delle apparenze”) o falso, sebbene la fluida transizione tra i due ne renda complessa la comprensione (Rapaport, Scritti, 1942)
  • analitico, se effettua e riflette il cambiamento strutturale ma è diverso da altri tipi di conoscenza e consapevolezza, o pseudo, se caratterizzato da proliferazione intellettuale (Blum, The curative and creative aspects of insight, 1979)

La relazione tra insight e terapia

A proposito della relazione con la terapia, si è considerato l’insight:

  • o relativamente indipendente dalla relazione terapeutica, in quanto rappresenterebbe il massimo livello di integrazione del funzionamento dell’Io e quindi sarebbe legato allo sviluppo della personalità individuale (Zilboorg, The emotional problem et the therapeutic role of insight, 1952)
  • o inseparabile rispetto al linguaggio: quindi, partendo dall’aspetto narrativo dell’analisi, la sua qualità non è legata ai contenuti verbalizzati, ma al modo di esprimerli (Schafer, Language and Insight, 1978). L’insight è allora un’esperienza di coppia, creazione comune del paziente e dell’analista, frutto delle componenti inconsce presenti nel campo (Baranger, La situazione psicoanalitica come campo bipersonale, 1990). Questo significa che potrebbe essere anche oggetto di resistenza (Blum, 1979)

Insight e transfert

L’insight del paziente è strettamente correlato a quello dell’analista e quindi transfert e controtransfert fanno da cornice.

Secondo la teoria freudiana, il transfert è una realtà e insieme un’illusione in quanto la traslazione amorosa si verifica durante la cura ma va fatta risalire alle sue cause inconsce.

Modell (Per una teoria del trattamento psicoanalitico, 1990), aggiunge a questa definizione altre riflessioni. L’Io rimodella la memoria in conformità all’esperienza immediata, per cui si trascrivono nuovamente fantasie e ricordi evocati dalla realtà attuale. Come la coazione a ripetere, si ricrea attivamente un dolore sperimentato passivamente per avere una seconda possibilità (ripetizione e creazione insieme).

La conoscenza che proviene da un altro, è inevitabilmente incorporazione del suo punto di vista. In questo caso, allora, bisogna distinguere l’insight del paziente, bifasico, da quello dell’analista che è efficace solo se integrato nel vissuto transferale del primo e all’interno della cornice del setting psicoanalitico.

Insight e setting psicoanalitico

Il setting è una struttura convenzionale, che riguarda il tempo e lo spazio, il luogo e il modo del contratto che si stabilisce tra paziente e analista, ma nella mente del paziente, gli aspetti costanti e ricorrenti del setting sono sperimentati come qualità dell’analista. Che relazione ha l’analisi rispetto alle altre relazioni affettive del soggetto?

Il setting è uno spazio potenziale winnicottiano, in cui c’è sia l’analista oggettivo sia quello soggettivamente creato. Al suo interno hanno luogo azioni separate da quelle della vita ordinaria, di cui non importa la paternità; inoltre vi si stabilisce una relazione asimmetrica analoga a quella madre-bambino, in cui i bisogni del paziente richiedono costanza, affidabilità e capacità di contenimento dell’analista.

Modell (Per una teoria del trattamento psicoanalitico, 1990) chiama attualizzazione simbolica lo scambio tra paziente e analista, entrambi impegnati in maniera diversa a ricapitolare fasi evolutive precoci.
Il setting, infatti, diventa un ambiente sufficientemente sicuro in cui il soggetto può sentirsi insicuro per elaborare le esperienze emotive di scacco e riattualizzare i conflitti soffocati precedentemente.

I desideri dell’analista

Ma quali sono i desideri dell’analista nei confronti del paziente?

Parallelamente all’attenzione liberamente fluttuante, esiste la sensibilità liberamente fluttuante (Sandler, Countertransferance and role-responsiveness, 1976) e ovviamente egli non è una macchina dotata di autocontrollo assoluto: desidera, ad esempio, aiutare il paziente, ma, si spera che ciò avvenga senza intrusioni perché uno zelo eccessivo sarebbe legato solo ai bisogni personali del terapeuta.

Per lui, funzionano almeno due livelli di realtà, visto che il paziente può essere vissuto:

  • come una persona del quotidiano, mobilitando atteggiamenti e risposte affettive della vita di tutti i giorni
  • nella cornice del setting, per cui il terapeuta non intrude prendendo iniziative, non fa rappresaglie, non esprime desideri. Il suo atteggiamento è senza memoria né desiderio (Bion, Attenzione e interpretazione, 1973) e utilizza il suo controtransfert, in gran parte inconscio, per la relazione, comunicando solo ciò che può essere utile ai fini del trattamento

I desideri dell’analista: il controtransfert

Inizialmente, Freud (Le prospettive future della terapia psicoanalitica, 1910) parla del controtransfert come dell’influsso dei sentimenti inconsci del paziente sul medico, per cui considera necessari l’autoanalisi e l’analisi didattica. Il controtransfert, quindi, appare come un problema all’atteggiamento neutrale dell’analista. Nel 1937, Freud ne parla, però, in termini diversi: in Analisi terminabile e interminabile, infatti, la relazione terapeutica si fa più complessa e l’inconscio del terapeuta più difficilmente controllabile, tanto che si consiglia di riprendere la propria analisi personale ogni cinque anni.

Dalla fine degli anni ‘40, la psicoanalisi ha approfondito il concetto di controtransfert. Winnicott (L’odio nel controtransfert, 1947) è stato il primo a teorizzare la necessità che l’analista riconosca i suoi stati affettivi e li comunichi per creare un contatto empatico tra inconsci.

Nell’ambito della scuola kleiniana, Heimann (On Countertransferance, 1950), considera i moti affettivi del terapeuta, se non sono troppo eccessivi, uno dei più importanti strumenti dell’inconscio del paziente nonché una spia sensibile di quanto accade.

I rischi del controtransfert

Se i modelli teorici guidano l’interpretazione dell’analista, il rischio è sia che comprensioni dogmatiche, stereotipate abbiano solo una funzione di difesa controtransferale per l’analista e risultino inefficaci se non addirittura collusive per il paziente, sia che l’identificazione proiettiva (la capacità del paziente di creare nel terapeuta una situazione emotiva analoga alla propria) sia l’unico veicolo di comunicazione.

D’altronde, non tutto è analizzabile, o analizzato: vi sono nodi inesplorati che possono continuare ad agire o attivarsi in qualsiasi momento.

Mantenere una distanza ottimale e autentica, riflettere prima di interpretare, tollerare l’insicurezza, le reazioni aggressive e i silenzi, non rimanere rigidamente ancorato a modelli e teorie, evitare collusioni e confusioni tra paziente e analista, tutto questo è strettamente connesso ad un lavoro costante sia di autoanalisi sia di supervisione in un gruppo di colleghi.

L’obiettività del terapeuta secondo Racher

Secondo Racher (Studi sulla tecnica psicoanalitica, 1968): “La prima distorsione della verità nel ‘mito della situazione analitica’ è che l’analisi sia l’interazione tra una persona malata e una sana. La verità è che essa è l’interazione tra due personalità” e per entrambe l’Io cerca un equilibrio tra Es, Super-Io e realtà esterna, tra dipendenze, ansie e difese patologiche. Ma tra le due c’è anche una differenza sostanziale, l’obiettività, che non è né l’ideale nevrotico della repressione della soggettività, né l’estremo opposto del mito dell’analista senza ansia né rabbia.

Scrive ancora Racher: “L’obiettività dell’analista consiste principalmente in un determinato atteggiamento che egli ha nei confronti della sua soggettività e del controtransfert. [...] La vera obiettività è fondata su un tipo di divisione interna che consente all’analista di rendere se stesso [...] oggetto di continua osservazione ed analisi. È questa posizione quella che gli consente di essere relativamente ‘oggettivo’ nel confronti del paziente.

A tutto ciò non è estraneo il genere sessuale del terapeuta.

Relazione terapeutica e genere sessuale

Minetti e Molfino (Dall’amore al transfert-controtransfert e viceversa, 1994) ripercorrono il rapporto tra transfert, controtransfert e genere sessuale: solo dal 1975, il genere sessuale dell’analista viene indagato come un’importante variabile. Ogni analisi rimette in gioco l’analista come particolare persona e non è trascurabile che sia uomo o donna. Rendere l’analista intercambiabile, come negli sforzi di Freud, significa negare la sua identità sessuale, accanto alla neutralità e alla bisessualità. Significa non aprire nuovi spazi creativi ma ridurre le figure sessuate emergenti nel transfert a quelle socialmente stereotipate dell’uomo-seduttore e della donna-madre.

Chasseguet-Smirgel (I due alberi del giardino, 1986), ad esempio, sostiene che il mestiere dell’analista si basa sull’introiezione di caratteri di cura e allevamento successivi all’identificazione con la madre.

Quello che si deve aggiungere a questa considerazione è che le vicende identificatorie con la madre sono diversificate per genere: come descritto più volte.

Così, avere pazienti sessualmente uguali al terapeuta può favorirne una conoscenza “ontologica” e la differenza di genere potrebbe talvolta facilitare l’elaborazione dell’individuazione-separazione.

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