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Adele Nunziante Cesaro » 8.Lo spazio cavo nelle vicende dell'identità femminile. La fase clitoridea-vaginale.


Introduzione

L’interesse per la gravidanza nasce dal desiderio di approfondire le tematiche dell’identità femminile nel suo rapporto con la maternità.

L’analisi con donne gravide colpisce spesso per l’emergenza dei loro vissuti, sconvolgenti e ambivalenti, in cui si alternano sentimenti di perdita e di preziosa ripienezza. D’altronde, capita che anche nel caso di donne lontane dalla concretizzazione di un progetto materno, emergano nel contesto terapeutico vissuti e fantasie di “essere gravide”.

Un elemento insidioso di rischio sembra spesso accompagnare la gravidanza: confuse nel desiderio della nascita (di Sé, di un bambino, di un Altro), le donne vivono l’esperienza di separazione originaria talvolta come se questa assumesse colori catastrofici di mutamento coattivamente negato in una dinamica perturbante pieno-vuoto.

L’approfondimento di questo nodo della femminilità, che spinge verso una concettualizzazione capace di investire tutta la psicoanalisi, considera il “maternoquale spazio virtuale non solo attuale, cui è stato attribuito valore normativo, tanto che femminilità e maternità sono stati per gran parte tout-court sovrapposti artificiosamente.

Premessa di partenza: lo spazio cavo

Quale premessa di partenza, lo spazio cavo del corpo della donna è assunto come luogo centrale della femminilità, seguendone le vicende lungo lo sviluppo, articolandolo con l’evento gravidanza intesa come saturazione di uno spazio che è del corpo, ma che si presenta come perno su cui si va agglutinando l’identità femminile.

Di conseguenza, individuare la cavità originaria come contrassegno dell’identità femminile significa riconoscere il dato anatomico come fondante, ma nella sua articolazione “accidentata” con le rappresentazioni mentali che vi si innestano nel corso della crescita.

Il riconoscimento della propria immagine corporea come specificamente femminile, differenziata da quella maschile, implica, infatti, un rapporto con il proprio corpo dove si intersecano vicissitudini fantasmatiche con i dati della realtà corporea e ambientale e con i processi d’identificazione.

La percezione precoce del cavo. Qualità e funzioni

Nel corso dello sviluppo, pulsioni vaginali precoci, innestate dalle prime cure di pulizia, provvedono la bambina della percezione, seppure incerta, di una cavità interna, ma a questo non corrisponde una percezione precisa della vagina o dell’utero.
Queste cavità, contigue sul piano anatomico, costituiscono e sedimentano per l’inconscio un‘immagine unica, fusa, relativa ad un interno misterioso, rappresentato efficacemente nelle produzioni oniriche.
La percezione precoce del cavo si rafforza mutuando molte caratteristiche dall’esperienza psicofisica della suzione, dove la bocca, come organo cavo, rappresenta il prototipo degli altri organi cavi (ano-vagina-utero).

Le qualità del cavo, relative allo spazio e al tempo, sono:

  • spazio pieno originario, spazio vuoto suscettibile di essere riempito (per cui la durata può essere insufficiente)
  • buco senza fondo (tempo infinito)
  • spazio interno che può contenere e distruggere oggetti (tempo reversibile)
  • fessura, residuo di una ferita, lacerazione mai sanata, ingresso sensibile

Le funzioni (accogliere – contenere – trattenere – respingere – creare) sono omologabili per tutti gli organi cavi, che appaiono equivalenti nell’inconscio, ma si differenziano assumendo caratteristiche relative sia alle varie fasi dello sviluppo sia alla storia dei rapporti oggettuali.

Il primo anno di vita: il primato di due cavità

Se si osservano le prime fasi di vita del neonato, si può notare il primato di due cavità:

  • le braccia ad arco della madre che lo contengono (holding)
  • la bocca, quale spazio cavo recettivo, ma passivo e attivo insieme

Si avvicendano, inoltre, sensazioni di pieno-vuoto, duro-morbido, essere contenuti o penetrati, di lacerazione o saturazione.

Con lo svezzamento, si delineano i significati di cibi buoni e cattivi, che vengono introiettati o respinti, cioè di oggetti che costituiscono le prime basi del Sé corporeo. Probabilmente in questa fase il corpo è percepito come un “tubo” con un ingresso (bocca) e un’uscita (ano), nel mezzo del quale transitano gli oggetti e le loro relazioni. Questa organizzazione va differenziandosi e ampliandosi nel primo anno di vita e si intreccia con le prime percezioni dell’interno del proprio corpo (nel quale il cibo passa, lotta, rimane) e della cavità anale.

La fase anale e le vicende separative

Nella seconda fase, quella anale, le funzioni del cavo sono più strettamente connesse alle qualità degli oggetti in gioco (feci).

La percezione primaria dell’ano è quella di un “buco“, attraverso il quale vengono evacuate sensazioni spiacevoli di tensione, fantasmatizzate come oggetti cattivi e persecutori, attivati dall’esperienza di nutrimento.
La zona anale è investita come un organo di prensione, che conserva attivamente, possiede e distrugge. Il contenuto fecale viene vissuto come parte dell’oggetto, del soggetto e come corpo estraneo, esso stesso in relazione con l’oggetto materno.

Bisogna ricordare che tutto ciò avviene sullo sfondo delle vicende separative. Se già lo svezzamento rappresenta un’esperienza cruciale di separazione, è noto che l’avanzata acquisizione della deambulazione, del linguaggio, l’esperienza di controllo della minzione e degli sfinteri segnano un punto nodale.
I significati che si sviluppano intorno a questi oggetti (urina e feci) sono inscindibili dalle vicende relazionali.

Il cavo e i significati di urina e feci

La minzione e il suo controllo sono legati al piacere di trattenere e espellere e investono percezioni vaginali già sperimentate, dando una percezione sia pure poco strutturata del proprio organo sessuale.

Sul piano rappresentazionale, l’urina, come corpo liquido, richiama significati sia di piacere (scioglimento) sia di distruzione (bruciare l’ambiente materno).

Nella fase anale, soprattutto in stadi primitivi, separarsi dalle feci può veicolare angoscia di perdita di Sé, attivando fantasie di svuotamento senza fine, perché le feci sono parti del Sé corporeo piuttosto che essere connotate come oggetti circoscritti e concreti.
Gradualmente, l’esempio dell’alimentazione fornisce l’esperienza di parti assimilate, trattenute e parti espulse. Non tutto viene evacuato ma rimane come parte costitutiva del Sé.

È probabilmente sulla base di questo prototipo di mondo interno, spazio cavo in cui sono contenuti oggetti con qualità differenziate, vissuti piacevoli e spiacevoli, che va a delinearsi una fantasmatica dell’analità dove le feci hanno articolati e complessi significati.

Il cavo e i significati di urina e feci (parte II)

Nella fase anale, le feci rappresentano il primo prodotto creativo da dare o tenere, per difendersi dall’ambiente. Ed inoltre, rappresentano i bambini nel corpo della madre, con la fantasia di un parto anale.
In entrambe le accezioni, le feci sono comunque una creazione per il bambino e rimandano a quel potenziale creativo dello spazio cavo, quale luogo che contiene e trasforma, dando vita a parti di Sé da cui è possibile separarsi e farne un prodotto autonomo.

Nel primo caso, più connotato libidicamente, la fantasmatica indica una creatività più libera da conflitti, nel secondo caso vi è più il segno di fantasie insidiose che riguardano i bambini nel corpo della madre.

Si segnala che la zona vaginale interessata alla minzione e la cavità anale sono sedi di sensazioni piacevoli intense che si deve poter sperimentare. Di conseguenza, si sconsiglia una rigida educazione rettale e degli sfinteri che potrebbe innestare una fissazione a questo stadio di sviluppo.

La fase clitoridea-vaginale

Parlare di fase clitoridea-vaginale sembrerebbe richiamare una contraddizione in termini.
I due organi, infatti, sono considerati antitetici (attivo-maschile l’uno, passivo-femminile l’altro), per cui Freud auspicava la rimozione del clitoride per un normale sviluppo femminile, ma la clinica psicoanalitica e Freud stesso (1937) indicano la necessità che le pulsioni e gli investimenti siano integrati.

L’enfasi data al clitoride, al punto da farne uno stadio evolutivo autonomo, che precede quello più propriamente genitale (vaginale), deriva, a nostro parere, dal fatto che quest’organo è visibile e manipolabile, quindi il suo immediato ancoraggio corporeo si presta alla scarica dell’eccitazione più facilmente dell’invisibile cavità interna.

Avendo assunto lo spazio cavo quale dato originario della femminilità, il nostro intento è di considerarli insieme.

La masturbazione clitoridea

Tra il terzo e il quinto anno di vita, c’è un graduale aumento di sensibilità clitoridea e vaginale con la promozione delle relative fantasie.

Se il clitoride è un organo autoerotico e narcisistico per eccellenza, sganciato da funzioni autoconservative, la masturbazione contemporaneamente ne potenzia l’eccitabilità e risveglia con l’orgasmo le zone concomitanti (vagina e ano) in un piacere diffuso. È proprio il suo contributo che permette alla bambina una conoscenza più precisa dei propri genitali, già percepiti precocemente attraverso le prime sensazioni vaginali, rafforzatesi poi nella fase anale. Queste zone (le cavità anale e vaginale) sono però confuse e solo il clitoride ha una qualche sufficiente distinzione.

La rimozione della masturbazione clitoridea, oltre che a causa della repressione educativa, è dovuta proprio al carattere perturbante dell’eccitazione che, nella concomitanza delle zone, riattiva le funzioni degli altri organi cavi contigui, per cui è perturbante, come una tempesta oscura, non circoscrivibile. Inoltre, le contrazioni muscolari vaginali e anali richiamano qualità e funzioni proprie del cavo, cioè evocano un’assenza, l’assenza di un oggetto, il pene, che si configura come mancante o sadico.

Desiderio-invidia del pene

Tra i tre e i cinque anni, le fantasie si intrecciano con le rappresentazioni del Sé corporeo e con la relazione con la coppia parentale.

Se fino a questo momento, la bambina condivideva tutti i poteri dell’universo materno, adesso è costretta a confrontarsi con un’immagine di sé separata, che comporta innanzitutto un vissuto di perdita inconsolabile, il riprodursi di una ferita originaria, quella della separazione dal seno (madre).
Originariamente, l’immagine primitiva della madre è quella di un’unità indifferenziata che ha tutto, contenitore di ogni attributo e potenza; di lei si è fatto parte attraverso il processo imitativo (essere il seno) nell’indifferenziazione primaria. Adesso si è esclusi, con la conseguente attivazione di una rivalità originaria e di fantasie compensatorie.

Su questa matrice s’innesta la dialettica desiderio-invidia del pene che, attraverso complesse e conflittuali vicende, può o meno portare all’acquisizione dell’identità di genere che costituisce la fase genitale. Il pene, infatti, quale organo fantasticamente dotato di qualità magiche, è inizialmente l’oggetto sostitutivo del seno e i due sessi fantasticano di poterlo avere  (come sostituto materno).

Stadio pre-edipico nella bambina

Gradualmente, la percezione di Sé si modifica, intersecandosi con i processi identificatori, in un doppio movimento di attribuzione e distinzione. Con il comparire delle prime acquisizioni sulle differenze sessuali, la bambina si confronta con la mancanza del pene, che rimane attribuito alla madre come ai maschi. Questa grande privazione, come la precedente (seno) costituisce la seconda importante ferita, che promuove sentimenti intensi di rivalsa. Nello stadio pre-edipico dello sviluppo, il pene è il mezzo per corrispondere alla seduzione genitoriale e media la relazione con la madre. La bambina, quindi, reclama un fallo personale per corrispondere al suo amore.

L’esclusione da un universo di amore e potenza, è densa di frustrazione, delusione e attiva impulsi distruttivi proiettati sulla madre, sul suo interno gravido di tesori, e sui rapporti che intrattiene con il padre (processo di scena primaria).

Sulla base di organizzazioni percettive più perfezionate, dell’evoluzione della scena primaria e degli stimoli provenienti dalla realtà e dai confronti con l’altro sesso, la bambina inizia a riconoscere la madre come distinta dal padre, cioè senza pene, ma pur capace di riceverlo dal padre e di fare bambini.

La costellazione edipica: sviluppo e risoluzione

La scoperta della bambina che la madre è priva di pene getta le basi per il riconoscimento della somiglianza tra i loro corpi, ma nello stesso tempo ne esalta le differenze: ritorna l’immagine della madre onnipotente che può prendere e possedere il pene paterno attraverso la vagina mentre la bambina ha un orifizio e un corpo in generale più piccoli di quelli materni.

Le conseguenti fantasie proiettive distruttive sull’interno del corpo materno danno luogo alla paura della ritorsione parentale.

La bambina si rivolge dunque al padre per ricevere il pene (attraverso un’identità imitativa) e finalmente compiere la seduzione materna. Il riconoscimento della somiglianza con il corpo della madre è il passo ulteriore per rinunciare a dotarsi del fallo, in favore dell‘elaborazione del proprio limite. La somiglianza con la madre spinge ad avvicinarsi al padre per ottenere da lui un bambino (costellazione edipica) ma questo desiderio non può che venire ancora una volta frustrato. La natura ambivalente delle proprie fantasie che unisce al desiderio per il genitore anche l’angoscia e la paura di rappresaglie, insieme al diluirsi delle pressione della zona erogena vaginale e al primo ingresso nel sociale, portano la bambina fuori dalla costellazione edipica (periodo di latenza).

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