Vai alla Home Page About me Courseware Federica Living Library Federica Federica Podstudio Virtual Campus 3D Le Miniguide all'orientamento Gli eBook di Federica La Corte in Rete
 
 
Il Corso Le lezioni del Corso La Cattedra
 
Materiali di approfondimento Risorse Web Il Podcast di questa lezione

Caterina Arcidiacono » 2.Gli autori e i modelli di riferimento in psicologia di comunità


Lewin e l’equazione del comportamento sociale

Kurt Lewin parla del rapporto individuo contesto e ci porta a considerare che la vita del singolo individuo non può essere disgiunta dalla società in cui vive. Quest’ultima, però, non può essere disgiunta da ciò che ha contribuito o non ha contribuito a costituirla. Ogni contesto ha il suo passato ed un futuro per il quale si delineano speranze e timori che devono ugualmente essere tenuti in considerazioni in una valutazione delle proprie risorse e potenzialità.

Kurt Lewin (1951)
C= f (P, A)

Comportamento = funzione della Persona, dell’Ambiente e della loro interazione.

Le persone e gli ambienti, a cui appartengono, costituiscono una totalità, un’unità indivisibile con aspetti che si influenzano reciprocamente.

Kurt Lewin (Mogilno, 1890 – Newtonville, 1947)

Kurt Lewin (Mogilno, 1890 – Newtonville, 1947)


Barker e setting comportamentali

Roger Barker, allievo e collega di Lewin, ha formulato il concetto di behavior setting.
Nei suoi studi (1968) ha mostrato come all’interno di un setting, il comportamento e l’ambiente sociale sono in sincronia; l’ambiente sociale e il comportamento sono sinomorfici:
vi é adattamento, corrispondenza tra il comportamento e il suo ambiente sociale.
Pensando, ad esempio, ai comportamenti e alle azioni che si svolgono durante una funzione religiosa, in una spiaggia o più semplicemente a ciò che accade in una piazza intorno ad un semaforo, l’autore mostra come il significato sociale di un setting integra in un sistema ordinato i comportamenti dei singoli.

Infatti, le aspettative e i modelli comportamentali di un certo setting tendono a rimanere stabili anche quando le persone nel setting mutano.
Tuttavia, al di là dell’indubbio fascino euristico della teoria, poiché la realtà presenta infiniti setting, quest’ultima non risulta avere né un carattere generale né un valore predittivo.


Moos e la ricerca del Clima emotivo

Moos (1974) raccoglie le percezioni di coloro che vivono o lavorano in un particolare setting o di quelli che sono stati educati al suo interno e individua un profilo che rappresenta l’opinione generale dei partecipanti circa l’atmosfera o il clima del setting. A tal fine costruisce questionari e scale (WAYS-COPES-FES) per misurare il clima percepito in relazione ai fattori fisici, organizzativi e interpersonali che caratterizzano una determinata struttura.

Peculiarità del modello di Moos è di cogliere il rapporto tra strutture organizzative e vissuti soggettivi, mentre Barker, come abbiamo visto, analizza le caratteristiche dei setting comportamentali indipendentemente dalle persone presenti.

Nella stessa prospettiva di Moos, Mehrabian e Russel (1974) suggeriscono che la risposta emotiva evocata dall’ambiente “risposta emozionale primaria” è cruciale per capire come le persone si comporteranno in quel setting (piacere, attivazione, dominanza sono le risposte emotive primarie verso l’ambiente; il concetto di dominanza é connesso con la variabilità del comportamento e con la libertà di scelta; i sentimenti di dominanza possono essere equiparati con un senso di controllo personale e di libertà di scelta).

James George Kelly e la metafora ecologica

James George Kelly (1966) propone la “metafora ecologica” per analizzare i cambiamenti nei particolari setting in cui essi avvengono.
Egli individua quattro principi:

  1. Interdipendenza
  2. ciclicità delle risorse
  3. adattamento
  4. successione

Egli delinea un approccio definito “socioecologico” che si propone di analizzare l’impatto degli ambienti fisici e sociali per l’individuo che è inserito in essi.

I principi dell’interazione socio-ecologica di James George Kelly

Si può comprendere l’interazione socio-ecologica se si considerano i seguenti fattori:

1) INTERDIPENDENZA TRA I COMPONENTI di un’unità sociale e la loro interazione dinamica nel tempo.
«I cambiamenti in una parte del sistema produrranno cambiamenti in altre parti del sistema stesso» (Zani, Palmonari, 1996).

2) DISTRIBUZIONE delle RISORSE e creazione di mediatori situazionali.
Quali sono le risorse? Come sono create? Come sono distribuite le risorse in un contesto?

3) ADATTAMENTO
Esiste la capacità e la possibilità di creare alternative a fit inadeguati?

4) SUCCESIONE
Vi è l’attenzione a considerare le prospettive ed evoluzioni di un fenomeno in un contesto. Le sue linee d’evoluzione nel tempo?

Levine e i principi di base della psicologia di comunità

Levine (1969) individua, in psicologia di comunità, cinque principi che consentono di comprendere la realtà.

1) Un problema sorge in un setting o in una situazione: i fattori situazionali causano, esagerano e/o mantengono il problema.

2) Un problema sorge perché la capacità adattiva (di problem-solving) del setting sociale é bloccata.

3) Per essere efficace, un aiuto deve essere collocato in modo strategico rispetto all’insorgere del problema.

4) Gli scopi e i valori dell’operatore, e del servizio di aiuto, devono essere coerenti con gli scopi e i valori del setting.

5) La forma dell’aiuto deve poter essere stabilita in modo sistematico, usando le risorse naturali del setting o mediante l’introduzione di risorse che possono diventare istituzionalizzate come parte del setting.

J. Orford e la ricerca di una teoria generale

Orford (1995), riferendosi alla famosa equazione di Lewin, è volto alla ricerca dei requisiti di una teoria generale della psicologia di comunità. Non riesce a delineare una teoria maggiormente esplicativa di quella di Lewin ma identifica quelli che dovrebbero esserne i requisiti.

Una teoria generale dovrebbe:

  1. identificare i meccanismi che collegano le sfere dell’individuo e dell’ambiente sociale
  2. analizzare l’interdipendenza tra comportamenti e benessere individuale da una parte e contesto sociale e ambiente dall’altra
  3. essere semplice ed esaustiva
  4. essere in grado di esplorare i modi in cui le persone e i loro contesti sono collegati
  5. individuare gli aspetti dell’ambiente sociale che hanno un forte impatto sulla salute psicofisica e sul benessere degli individui che abitano questi ambienti e dovrebbe orientarci verso interventi preventivi possibilmente efficaci

Dimensioni individuali a livello del micro e macro sistema

Orford propone di occuparsi di come l’ambiente sociale facilita o reprime il senso d’identità e il senso di status e autostima della persona.

Più precisamente, a livello individuale, propone di considerare:

  • la valorizzazione dei ruoli
  • il senso di controllo o di essere agente
  • il sostegno
  • la possibilità e opportunità di prospettive future

Propone, infine, di considerare tali dimensioni nel microsistema (casa, scuola), nella comunità (condominio, quartiere, città), nella cultura (stato nazionale e gruppi etnico/sociali).

Piero Amerio: Teoria dell’azione

Amerio individua, nella teoria dell’azione, il modello che meglio spiega l’agire dell’essere umano nei contesti.

Con la nozione di azione la psicologia sociale prende in esame l’attività umana, inserendola in un ambito concettuale suscettibile di analisi teorico-empirica.

Con “il fare” l’essere umano produce oggetti materiali, ma agisce anche a livello sociale e psicologico.

Il concetto di azione analizza il profilo del significato psicologico e sociale del “fare”, dei processi che vi sono implicati e delle modalità di relazione che esso comporta con il contesto fisico e sociale.

In questa prospettiva, lo studio della motivazione, dell’intenzione e della volontà non possono essere eluse dallo studio dell’azione.

Soggetto attivo, azione, ambiente

Il concetto di azione assume un senso rispetto a:

  • il rapporto dell’essere umano con l’ambiente
  • la nozione di comportamento
  • la cognizione e i processi cognitivi in senso lato

L’azione non è tuttavia assumibile nel concetto di comportamento in quanto ha, alla sua origine, una fonte attiva (una mente umana che ragiona in relazione alle proprie motivazioni, desideri e aspettative) e in quanto essa stessa determina una modificazione dello stato esistente delle cose.
Per Amerio, considerare gli esseri umani sotto il profilo dell’azione «significa considerarli come individui in situazione, in cui il punto di vista soggettivo che entra nella cognizione sociale è sempre coniugato in vario modo con la dimensione oggettiva del contesto».
Pertanto il contesto sociale, visto sotto il profilo pratico dell’azione, si prospetta come un mondo umano prodotto dall’attività umana e che, da questa, continua ad essere modificato e trasformato.

In questa prospettiva, la psicologia di comunità è proprio la disciplina che indaga l’agire umano, le sue finalità e i suoi effetti finalizzati al raggiungimento e/o mantenimento del benessere individuale e collettivo.

Il sociale per Amerio

Amerio ritiene che «il sociale entra nella Psicologia di Comunità essenzialmente a tre livelli:

  1. a livello eziologico cioè come fattore che contribuisce alla determinazione dei fenomeni di cui la psicologia di comunità si occupa
  2. a livello “terapeutico” (se il termine, tra virgolette, si può utilizzare) cioè nella formulazione dei modi di intervento e nel recupero delle risorse possibili
  3. a livello della definizione stessa dei problemi (1996, p.162).

In una prospettiva sociale, Amerio sintetizza il mondo interno nello sguardo con cui il soggetto guarda al sociale. «Il problema  di cui si occupa lo psicologo sul versante dell’intervento clinico (sul “caso”, isolato, ma anche nella scuola, nel mondo del lavoro, nei servizi etc.) è definito: è l’ansia, è il disagio, la nevrosi, ed in definitiva tutto quanto assume la forma di un problema generato dal filtro psichico attraverso cui passano gli eventi dell’esistenza individuale e sociale. La causa non è nei fatti ma nel filtro» (1996, p.164).
Tuttavia il suo intento sembra essere quello di non lasciare la clinica ad occuparsi solo del cosiddetto filtro, il mondo interiore.

Teoria dell’azione

Vorrei poi evidenziare che nella teoria dell’azione abbiamo la possibilità di mantenere vivo sia un soggetto individuale intenzionale e desiderante, così come un’organizzazione sociale interagente.

Tale costrutto ci consente di agire a livello sociale-organizzativo sistemico senza tralasciare la dimensione individuale e l’eventuale ricorso agli strumenti della clinica.

Tale ipotesi  consente, per esempio, nella lettura della devianza, di non mettere tra parentesi la dimensione soggettivo/relazionale di ogni individuo e allo stesso tempo di agire a livello della organizzazione sociale e istituzionale.

Negli anni ‘70, invece,  le lotte per il superamento del  modello  custodialistico  nella gestione istituzionale avevano trovato in Harrè un modello teorico di supporto  con la conseguente e, allora necessaria, sottovalutazione o “messa tra parentesi” delle determinanti relazionali e affettive dei comportamenti.
Ugualmente sembra agire la microsociologia interazionista che non mostra anch’essa possibilità di connessione con l’area della clinica perché il suo oggetto è dato “dalle relazioni sintattiche esistenti tra  gli atti delle persone”  e  quindi non offre  spazio per la dimensione dell’intenzione, del desiderio e della motivazione.

Costrutto

Era infatti questo un costrutto dove i fenomeni psicologici venivano ritenuti prodotto della interazione sociale.
Gli studi sulla funzione delle agenzie di controllo e la conseguente necessità di  leggere la realtà, quale effetto del loro intervento, erano una spiegazione significativa dei percorsi istituzionali e della necessità del cambiamento.
L’attenzione precipua non era, ad esempio, ai problemi  personali del ragazzo deviante, ma a come questo si collocasse nella rete delle agenzie sociali.
Tale approccio ha fatto da motore ai percorsi anti-istituzionali dell’epoca, ma  oggi, superate in qualche modo le vistose contraddizioni sociali e violenze istituzionali di allora, ci obbliga a guardare pacificati all’estrinsecarsi  del mondo interno nella interconnessione e interrelazione con il sociale contestuale.

Si deve concordare con Amerio  che  lo psicologo ha l’obbligo di domandarsi:
cosa vuole  il ragazzo?

Teoria dell’azione

Amerio, infatti, evidenzia il rischio di un riduzionismo sociale o comportamentistico. Mostra il senso ma anche il limite di un radicamento biologistico al corporeo e allo psichico  e propone di affrontare il tema dell’interazione tra sociale e psichico con una teoria dell’azione (1995, 1996).

«L’azione pone l’uomo in un mondo di possibilità e non di necessarietà: non può essere analizzata in termini causali in senso stretto ma nei termini di una concomitanza di fattori in cui le dimensioni soggettive (rappresentazioni, intenzioni, scelte, e così via) sono costantemente relazionate alle dimensioni oggettive (risorse, potere, capacità)» (1996, p.166). Sembrerebbe così che non possa aversi una clinica in cui anche il contesto non sia considerato attore. Ciò comporta un notevole salto epistemologico anche nella definizione delle strategie di intervento.

I materiali di supporto della lezione

Amerio, P. (2007). Fondamenti di psicologia sociale. Collana Strumenti.

Amerio, P. (1996). Psicologia di comunità tra clinica e politica. In C. Arcidiacono et. al. Empowerment sociale, pp.161-174., FrancoAngeli, Milano.

Arcidiacono, C., et al. (1996). Empowerment sociale. FrancoAngeli, Milano.

Arcidiacono, C. (1996). Psicologia clinica e di comunità. MagmaEdizioni, Napoli.

Francescato, D., Ghirelli, G., (1988). Fondamenti di psicologia di comunità. Ristampa Carocci, 2002.

Santinello, M., Dallago, L., & Vieno, A., (2009). Fondamenti di psicologia di comunità. Il Mulino, Bologna.

  • Contenuti protetti da Creative Commons
  • Feed RSS
  • Condividi su FriendFeed
  • Condividi su Facebook
  • Segnala su Twitter
  • Condividi su LinkedIn
Progetto "Campus Virtuale" dell'Università degli Studi di Napoli Federico II, realizzato con il cofinanziamento dell'Unione europea. Asse V - Società dell'informazione - Obiettivo Operativo 5.1 e-Government ed e-Inclusion