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Caterina Arcidiacono » 12.Fotodialogo, photovoice e mostre civiche


Modalità visuali

La produzione e discussione di immagini è uno strumento per il dialogo e la partecipazione all’interno di un gruppo classe o in attività di quartiere e di gruppi del volontariato o organizzati.

L’uso di nuove tecnologie rende le nostre culture sempre più visive. Tuttavia, nella scienze sociali, abbiamo solo da poco iniziato ad utilizzare, in forma estensiva, i dati visivi. Tradizionalmente i mezzi visivi sono usati solo come illustrazione del testo nella ricerca sociologica ed in antropologia anche come documentazione, in quanto solo pochi sono formati all’uso delle fotografie e poche università insegnano come raccogliere, analizzare e presentare i dati visivi (Holm, 2008). Allo stesso tempo, l’uso di mezzi visivi trova crescente impiego in interventi sociali e di comunità.

Photovoice, fotodialogo e mostre civiche sono le denominazioni utilizzate per descrivere l’utilizzo di modalità visuali in processi di socializzazione e consapevolizzazione.

Photovoice

Il photovoice, tecnica nata dal lavoro dell’americana Wang (Wang, 2005; Wang & Burris, 1994), utilizza un linguaggio che nella quotidianità siamo abituati ad usare passivamente e ha come presupposto teorico tre assunti:

  1. la documentazione fotografica: fornire una macchina fotografica, a chi non ne fa uso, induce a documentare la necessità di cambiamenti nella comunità
  2. il pensiero della liberazione di Paulo Freire: la consapevolezza critica della situazione storico–sociale induce cambiamento
  3. il pensiero femminista: favorire l’empowerment di gruppi vulnerabili, considerando il potere maschile e la sua rappresentazione e allo stesso tempo dare valore a risorse locali interne (Hesse-Biber & Yaiser, 2004).

Informazione visiva

Un esempio di come la foto sia utilizzata come strumento di comunicazione è l’azione del gruppo.

«La fotografia può avere un’anima se si lega ad un progetto, cogliere l’attimo non basta, come non basta la sola passione. Ci sono lavori che richiedono mesi di impegno e di ricerca, che necessitano di investimenti e di fatica, non solo intellettuale. Nel ‘99 mi sono concentrato su un unico tema: ricostruire la memoria sociale e urbana della città in cui vivo, è una questione di pazienza e…di tempo. Ho dato vita, con pochi amici, ad un’associazione, la “No Comment”, che fa informazione solidale, non vendiamo nè ci vendiamo, raccontiamo visivamente ciò che vediamo, con l’intento di contribuire a dare “voce visibile” ai sogni e ai bisogni dei soggetti disagiati, di documentare “il quotidiano” di una città, Napoli, sublime e infernale, ostaggio di una criminalità improvvisata e ignorante, amministrata con “formula condominiale”, con pochissimi spazi verdi e una disoccupazione a cinque stelle. Queste immagini, in parte, sono appunti visivi di tale lavoro, niente di più».
(Alfano Antonio, Fotogiornalista)

Chiesa del Purgatorio
 ore 11,40 del 2 settembre 2009

Chiesa del Purgatorio ore 11,40 del 2 settembre 2009

Piazzetta Nilo 
ore 11,45 del 2 settembre 2009

Piazzetta Nilo ore 11,45 del 2 settembre 2009


Uso dell’immagine

L’uso dell’immagine fa sì che il partecipante, ad una iniziativa o esperienza, sia stimolato ad una riflessione attiva in merito a sé e al contesto in cui vive promuovendo coscienza delle risorse e potenzialità, in possesso o da sviluppare.
Si tratta di una ricerca azione partecipata con cui le persone discutono di foto, da loro realizzate, focalizzando le riflessioni sulle risorse della comunità al fine di illustrare le proprie opinioni e quelle dell’intero contesto per la trasformazione di politiche sociali.

Photovoice e psicologia di comunità

Il fotodialogo è una strategia della psicologia di comunità per l’empowerment di gruppi socialmente vulnerabili dove le persone realizzano delle foto e le discutono, mettendo a fuoco le proprie opinioni e le risorse disponibili nella comunità, al fine di presentare delle proposte di cambiamento a livello locale (Simon, & Touso, 2008).

Il photovoice si distingue dalla semplice raccolta di fotografie, in quanto la discussione in gruppo delle foto scattate è parte portante del metodo. In proposito Holm et al. (2008) enfatizzano l’importanza della didascalia da apporre alla documentazione fotografica.

Un percorso attraverso il photovoice e il fotodialogo – parte 1
Un percorso attraverso il photovoice e il fotodialogo – parte 2
Un percorso attraverso il photovoice e il fotodialogo – parte 3

Photovoice e foto dei ricercatori

Per lungo tempo le foto di ricerca sono state quelle scattate dai ricercatori ed erano viste come ciò che mostra “come stanno le cose”. In realtà, il discorso è più complicato: il fotografo ed il fotografato hanno entrambi una verità da dimostrare (Gibson, 2005, p.5).
Allo stesso tempo, la differenza tra le foto prodotte dai ricercatori su aspetti per loro interessanti e le foto dei partecipanti che rispecchiano ciò che è importante per questi ultimi aprono un mondo altrimenti inaccessibile al ricercatore. Quando i partecipanti scattano delle foto, essi effettuano una scelta di ciò che vogliono mostrare. In tal modo le foto acquistano un carattere performativo (Holm et al., 2008).

Photovoice e ricerca di base partecipata

La ricerca di base partecipata è uno strumento elettivo: è sia una filosofia sia un metodo che, nella definizione dei problemi, nello sviluppo della ricerca e nella comunicazione dei risultati include, con uguale titolarità scientifica, i ricercatori e i partecipanti alla ricerca (Fisher & Ball, 2003). Essa è rivolta al superamento d’ingiustizia, ineguaglianza e abuso, e fa ricorso al photovoice per creare cambiamento sociale.
Il metodo di far fare fotografie ai partecipanti e di usarle per stimolare i racconti dei partecipanti è generalmente definito PEP, Participant-Employed Photography (Hurworth, 2003).
Sotto il profilo metodologico gli autori enfatizzano, tuttavia, l’esigenza di svilupparne l’uso “sul terreno” favorendo un effettivo processo interattivo con la comunità dal quale possa scaturire fiducia nei confronti dei ricercatori esterni e l’opportunità di un più ampio uso dello strumento fotografico in accordo con gli intenti dei partecipanti. In questo senso il mezzo visivo diventa uno strumento di storia orale dei singoli e della comunità.

Fotodialogo

I termini photovoice e fotodialogo vengono spesso, impropriamente,
utilizzati come sinonimi.

In realtà, il secondo focalizza l’attenzione sul processo di attribuzione di significati, condivisi al materiale fotografico prodotto dai diversi partecipanti. L’enfasi, in questo caso, è sull’attribuzione dei significati, più che sul processo di produzione spontanea di fotografie.
Tra i metodi più accreditati di ricerca qualitativa partecipante, nonché di educazione non formale, ritroviamo il foto dialogo.
Ramos (1999) invita gruppi e persone a raccogliere foto e racconti di storie personali per far identificare i propri problemi e trovare soluzioni opportune per risolverli. Qui il ricercatore invita i partecipanti ad indagare le memorie narrative della propria esperienza autobiografica che, in accordo con Singer «rendono conto degli obiettivi perseguiti, degli ostacoli affrontati e dei risultati conseguiti» (2004, p.441),
Il fotodialogo è un ottimo strumento per far emergere le voci, nonché le storie di vita, di coloro che vivono una condizione sociale disagiata, per innescare, all’interno di queste persone, un processo di riscoperta di sé stessi e di trasformazione che favorisce un cambiamento per i familiari e per la comunità in generale.

Fotodialogo (segue)

Questa innovativa metodologia di ricerca, oltre ad avere scopi educativi e di ricerca, ha il vantaggio di:

  • includere l’evocazione delle proprie espressioni facciali
  • la condivisione dei momenti fondamentali della vita di ognuno dei partecipanti
  • l’identificazione dei problemi, nonché l’aiuto di gruppo nella risoluzione di questi ultimi

Il fotodialogo può anche essere utilizzato per far luce sui problemi cross-culturali all’interno di diverse comunità. Infatti, grazie alle foto e alle narrazioni, si sviluppa una coscienza critica come gruppo, discutendo dei problemi emersi dalle storie e cercando soluzioni alternative per la risoluzione. Aiuta anche i ricercatori nella valutazione della percezione delle persone sulla realtà sociale che li circonda includendo anche i loro bisogni, credenze e valori.
Infine, è utile per creare un gruppo di supporto tra le persone che, in questo modo, condividono anche le situazioni normali di vita legate ad esempio al linguaggio, alla loro etnia o alla classe sociale di appartenenza.

Fotodialogo (segue)

Un ulteriore forma d’applicazione del fotodialogo consiste, in primo luogo, nel richiedere, a persone che condividono un’esperienza o agli abitanti di una località, di scattare delle foto.
Ad esempio: una foto di un posto bello, una di un posto brutto e una che rappresenta il soggetto che scatta la foto.
Successivamente, le foto vengono raccolte ed analizzate dal gruppo che le collocherà su un pannello o all’interno di un video in modo tale da far emergere il punto di vista delle persone che hanno partecipato alla ricerca di quel luogo. La mostra delle foto è, infine, l’atto conclusivo che permette di avere un ulteriore discussione sul lavoro svolto anche in presenza di referenti esterni.

Mostre civiche

Le mostre civiche sono un nuovo procedimento di partecipazione del cittadino, strumento e catalizzatore per la soluzione dei problemi sociali attraverso la partecipazione. L’uso delle immagini viene qui utilizzato per la costruzione di capitale sociale ed empowerment (Böhm, Legewie, & Dienel, 2008).

Un esempio di utilizzo di questa metodologia si è avuto per la mostra allestita nell’ex refettorio della Chiesta di San Domenico Maggiore e poi ripresentata a Firenze e Berlino. Grazie a questa ricerca si sono potute attivare delle metodologie di intervento volte non solo a migliorare questa zona, ricca di attrattive per il turista, ma anche di migliorare la vivibilità per chi vi abitava, tentando di ottenere delle soluzioni dalla stessa ricerca-intervento effettuata (Arcidiacono 2004; Arcidiacono, Legewie , 2006).


Modalità e strategie d’azione

Lo strumento delle mostre civiche prevede che il cittadino possa esporre le proprie opinioni personali in forma di frammenti di intervista, assieme a fotografie di sé e di luoghi per lui significativi del quartiere.
Lo scopo della mostra cittadina è quello di rilevare opinioni, fini e motivazioni di gruppi di interesse – ad esempio quelli degli abitanti di un quartiere, dell’amministrazione, di investitori privati – e rendere possibile un dialogo pubblico su tali temi. Le foto riproducono i “posti” indicati come significativi, in relazione alla storia personale e alla qualità della vita nel quartiere: esse rappresentano i luoghi più spesso menzionati, perché belli e significativi o brutti e particolarmente negativi. Il parametro di valutazione ha seguito in ogni soggetto un criterio personale, ma l’insieme delle immagini proposte narra i luoghi, cogliendo le emozioni e i sentimenti che suscitano, in una sorta di traccia visiva corale delle rappresentazioni mentali. La nostra ricerca, indagando le rappresentazioni degli abitanti è tesa a trovare le strategie di superamento di problemi, che pur essendo sotto gli occhi di tutti, non costituiscono, però nei fatti, oggetto di interesse attivo (Arcidiacono, & Legewie, 2010).

I materiali di supporto della lezione

Arcidiacono C. (2004). Il fascino del centro antico: Napoli, Firenze, Berlino. Magma Edizioni, Napoli.

Arcidiacono & Legewie (2010). Historische Stadtzentren im Strudel der Globalisierung: Neapel – Florenz – Berlin.

Arcidiacono & Legewie 2006. (Eds.): Learning communities and sustainable social-economic city development.

Arcidiacono, Legewie, Mordini & Dienel, (2006). Historical City Quarters in the vortex of Globalization: Naples, Florence, Berlin.

Fisher & Ball (2003). Tribal participatory research: mechanism of a collaborative model. American Journal of Community Psychology, Vol.32, issue: 3-4, pp.207-216.

Freire (1973). Education for critical consciousness. New York: Continuum.

Holm, G. et al. (2008). Photography as a performance FQS, Forum: Qualitative Social Research, vol.9.n.2, art.38, may.

Hurworth, (2003). Photo-interviewing for research. Social Research Update, Vol.40, issue:1, pp.1.4.

Legewie, (2003). Ricerca sul campo nei quartieri storici: Berlino – Firenze e ritorno. Resoconto di un'esperienza. In: H. Legewie (Ed), Narrazioni ed immagini della città: Qualità della vita e turismo nei centri storici di Firenze e Berlino, pp. 82-96. Schriftenreihe des ZTG. Berlin: Technische Universität.

Miles, (2008). Envisioning the voice of Homeless Youth: A Photovoice Project in: Building Participative, Empowering & Diverse Community, 2nd International Conference on Community Psychology, abstract book n.164, p.67, Lisboa: ISPA.

Mitchell, (2008). Sizabantwana A visual portrayal, in: Building Participative, Empowering & Diverse Community, abstract book n.303, p.108, Lisboa: ISPA.

Schophaus, Liudger Dienel,(2002). Bürgerausstellung- ein neues Beteilungsverfahren für die Stadplanung Vol.15, n.2, 90-96.

Simon, Lopes, Souza De Santi, Gonçalves Araújo, Nolberto de Oliveira, Carvalho da Silva, (2008). Photovoice as a strategy to empower people to face their reality, in: Building Participative, Empowering & Diverse Community, abstract book n.P93, p.142, Lisboa: ISPA.

Simon, Carvalho da Silva Maira Touso (2008). Photovoice as a strategy to community psychology, Universidade Fed. do Triãngulo Mineiro, Brazil. In: Building Participative, Empowering & Diverse Community, abstract book n.317, p.113, Lisboa: ISPA.

Wang, (2005). Photovoice, webpage, accessed 12.07.06.

Wang & Burris (1994). Empowerment through photo novella: portraits of participation, Health Education Quarterly, vol.21, issue:2, pp.171-186.

Un percorso attraverso il photovoice e il fotodialogo - parte 1

Un percorso attraverso il photovoice e il fotodialogo - parte 2

Un percorso attraverso il photovoice e il fotodialogo - parte 3

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