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Caterina Arcidiacono » 5.Psicologia di comunità critica e modelli ecologici di Prilleltensky e Perkins


La metafora ecologica

La psicoanalisi è una luce che brilla nel buio,
ma la buia stanza dei problemi umani
è così vasta da non poter essere illuminata solo da tale luce.
M. Dumont

L’approccio ecologico della psicologia di comunità considera l’azione di variabili inerenti il contesto sociale-culturale e la sua organizzazione, insieme alle forme con cui l’individuo definisce se stesso e interagisce nell’ambito delle relazioni e del/dei contesto/i di riferimento.
Le implicazioni del modello, nell’esame dei sistemi complessi, portano ad inscrivere le dimensioni d’ogni individuo nei contesti relazionali e nelle forme sociali in cui questi ultimi si danno. Esse obbligano a ridefinire gli ambiti d’azione dello psicologo e le sue forme d’interazione sia alla luce di dimensioni etico-valoriali sia di competenze proprie di discipline a carattere sociale ed economico.
Se ci collochiamo all’interno di un paradigma ecologico, è importante poter utilizzare strumenti di ricerca che ci consentono di mettere in relazione i dati socio ambientali con i vissuti ed il benessere degli abitanti.
Allo stesso modo le potenzialità e i problemi delle persone devono poter essere lette all’interno del campo di vita in cui sono inserite, ciò sia in relazione ai contesti ambientali e organizzativi sia educativi. Ed è importante considerare che ogni cultura, o subcultura, può alterare la struttura delle situazioni ambientali di una determinata società e produrre modificazioni correlate nel comportamento e nello sviluppo.

Matthew Dumont, 1968 – Psichiatria di comunità*

“Quale modello di sistema aperto, sempre in cambiamento e completamente interrelato, – l’approccio ecologico – aiuta a non vedere il mondo come universo di semplice causa-effetto, in cui soluzioni semplici sono possibili? Questo modello vede i sintomi come punta di iceberg, e le rivolte sociali come sintomi sottostanti a più vaste difficoltà nella più ampia società. Esso vede la nostra società non così malata da essere distrutta dalle rivoluzioni o altri interventi, ma come una società capace di ritrovare in sé strumenti di rivitalizzazione. Il punto di vista ecologico riconosce che si ha la capacità interna per modificare se stessi attraverso i cambiamenti. Ciò aiuta lo psichiatra alle prese con i cambiamenti degli individui a percepire e a partecipare al processo di cambiamento della società. Gli permette di riconoscere i suoi limiti e la necessità di ricorrere all’aiuto altrui e a riconoscere che l’abilità fondante per portare dei cambiamenti non è nel terapeuta, ma nella gente che deve trovare le soluzioni per i propri problemi” (Introduzione di L. Duhl a The Absurd Healer di M. Dumont, 1968, pp.13-14).
* Già nel 1968, la psichiatria di comunità americana di cui Matthew Dumont, nella pratica sanitaria e nei ghetti di Chicago era portavoce, poneva l’esigenza che la psichiatria si confrontasse con la povertà e il razzismo evidenziando l’inadeguatezza dei modelli interpretativi e di cura in uso all’epoca.

Psicologia di comunità critica: assunti

Oggi, a partire dai lavori di Prilleltensky, nell’ambito della psicologia di comunità, sta prendendo corpo, con sempre maggior forza, un orientamento critico caratterizzato da una dimensione:

ecologica
(che si occupa dei contesti nella loro multidimensionalità)

politica
(che si occupa dei temi del potere e dell’ingiustizia sociale)

valoriale
(che assume la giustizia sociale come valore fondante).

A livello:

Ontologico – Epistemologico – Metodologico

Psicologia di comunità critica: definizione

“La psicologia di comunità offre – pertanto – una cornice per lavorare con gli emarginati dal sistema sociale che porta alla consapevolezza del cambiamento sociale con un’enfasi sul lavoro partecipato e la costruzione attiva di alleanze. È una forma di lavoro pragmatica e riflessiva che, allo stesso tempo, non si unisce ad una specifica ortodossia metodologica.

In quanto tale la psicologia di comunità è un’alternativa alla psicologia individualistica dominante elaborata e praticata nei Paesi ad alto reddito. È una psicologia di comunità perché enfatizza il livello di analisi e d’intervento aldilà dell’individuo e del suo più vicino contesto relazionale. È psicologia di comunità in quanto considera come la gente sente, pensa, esperisce e agisce insieme per resistere all’oppressione e creare un mondo migliore” (Carolyn Kagan & Mark Burton in: Burton, Boyle, Harris & Kagan, 2007, p.219).

Cosa distingue la psicologia di comunità critica dalla psicologia di comunità “mainstream”?

Assunti e pratiche della psicologia di comunità mainstream e della psicologia di comunità critica (Prilleltensky & Nelson 2009, p.128)

Assunti e pratiche della psicologia di comunità mainstream e della psicologia di comunità critica (Prilleltensky & Nelson 2009, p.128)


Potere ed equa distribuzione delle risorse

Prilleltensky utilizza il termine potere per riferirsi alla capacità e alla possibilità di soddisfare o ostacolare esigenze personali, relazionali o collettive (Prilleltensky, 2008) e ritiene che la psicologia di comunità debba avere come scopo quello di evidenziare le competenze e i punti di forza disponibili e attivabili a livello individuale, organizzativo e sociale. Per Prilleltensky, il punto di partenza per strategie efficaci di promozione del benessere è l’essere consapevoli dell’importanza dei desideri e dei bisogni delle persone unitamente ad un modello di equa distribuzione delle risorse di una comunità.
Sul piano personale, possiamo considerare l’auto-determinazione e l’avere il diritto a prendere decisioni, quali valori assoluti alla base della promozione del benessere. Il primo passo è nel non subire passivamente le decisioni altrui, “non vestire i panni del cliente”, del paziente, e, agire attivamente all’interno della comunità.
Ad un livello organizzativo i valori fondamentali per la promozione del benessere risultano essere la collaborazione, la partecipazione democratica, e il rispetto per la diversità umana, mentre sul piano comunitario ciò che deve essere perseguita è la giustizia sociale, in riferimento ad un equilibrio di distribuzione di risorse, obblighi e doveri tra i diversi membri di una comunità. Tutti questi valori sono interconnessi l’uno all’altro.

Rete del benessere

Prilleltensky, I, & Prilleltensky, O. (2009). Il modello ecologico e la psicologia critica. Seminario Università Federico II, maggio.

Prilleltensky, I, & Prilleltensky, O. (2009). Il modello ecologico e la psicologia critica. Seminario Università Federico II, maggio.


Potere, benessere e psicologia di comunità

Il discorso di Prilleltensky, e di molti altri studiosi di psicologia di comunità, ruota come abbiamo visto, attorno al concetto di “potere”. Secondo questo approccio, fondamentale è il riconoscimento de “l’onnipresenza del potere: non tanto perché ha il privilegio di consolidare tutto sotto una unità indissolubile, ma perché è prodotto da un momento all’altro, da ogni relazione. Il potere è ovunque, non tanto perché presente in ogni cosa, quanto perché deriva da ogni cosa” (Foucault 1978, 93). Comprendere le relazioni di potere, dove e come gli individui, i gruppi e le società possono diventare più potenti, è assolutamente necessario per il lavoro dello psicologo di comunità. Secondo Foucault, la libertà ed il potere non possono essere considerati separatamente: “il potere può essere esercitato solo da soggetti liberi, che possono confrontarsi con ampio spettro di possibilità, reazioni e comportamenti realizzabili” (Foucault, 1982, 221). La libertà si collega quindi al potere e ne diventa in un certo senso elemento caratterizzante. La possibilità di scelta diventa lo strumento attraverso cui esprimere la propria libertà e acquisire potere.

Coscienza critica

Il modello di Prilleltensky introduce tre elementi attraverso i quali è possibile individuare le fonti del benessere: la coscienza, l’esperienza e l’azione critica.
Per coscienza critica si intende la capacità di comprendere riflessivamente le reali forze in gioco che portano all’ingiustizia e al malessere sociale, e alla consapevolezza che le cose possono cambiare. A livello personale, le risorse della coscienza critica risiedono nello sviluppo di una dimensione morale, in grado di trascendere il puro utilitarismo, di favorire la convinzione che il bene comune non è inconciliabile con il proprio benessere, anzi, ne è l’indispensabile premessa. La ricerca psicologica ha evidenziato come le strade più efficaci, verso questa dimensione, siano l’empatia, l’identificazione con figure di spessore morale e l’insegnamento di valori e principi, tutto ciò da promuovere nell’ambito della socializzazione e dell’educazione. A livello organizzativo, è essenziale che le istituzioni, che si propongono di promuovere il benessere, sviluppino una coscienza critica delle loro attività, per avere un quadro obiettivo dei risultati dei loro interventi, che possono essere addirittura nocivi, o spesso insufficienti, in quanto non inquadrano il problema nella sua dimensione globale. È dalla coscienza critica che si mette in moto l’enorme processo di cambiamento, è in base ad essa che bisogna utilizzare al meglio le risorse che si hanno e crearne di nuove dove esse sono insufficienti. Le problematiche vanno affrontate sia inquadrandole come questioni tecniche, che richiedono una preparazione qualificata da parte dei professionisti, sia come questioni politiche, interpretabili come oppressioni e squilibri di potere, e che richiedono soluzioni liberatorie per le persone.

Esperienza e azione critica

Per esperienza critica si intendono quegli eventi vissuti in prima persona connotati da grande coinvolgimento emotivo e che, facendo da complemento alla conoscenza intellettuale, provocano svolte decisive nella propria visione dei problemi, nel modo di affrontarli, e nella vita in generale. L’esperienza critica può essere raggiunta attraverso il contatto diretto con le ingiustizie sociali, con le loro ripercussioni, e coniugando l’impatto empatico con la convinzione che, situazioni del genere, non sono affatto naturali e vanno trasformate.

L’azione critica è, infine, quella che scaturisce dall’unione delle due spinte precedenti e si concretizza nell’azione contro l’ingiustizia.
La salute mentale e il benessere sono necessariamente legati al cambiamento sia sociale sia politico. Obiettivo della psicologia di comunità è il potenziamento delle azioni dell’individuo verso la promozione del benessere personale, relazionale e collettivo e la riduzione delle disuguaglianze.
Il potere individuale si iscrive, così, in una dimensione contestuale e si esplica in forma triplice: la resistenza all’oppressione, la lotta per il benessere e il perseguimento della libertà.

Modello ecologico e validità psicopolitica

Il modello ecologico di Prilleltensky si caratterizza per la relazione inscindibile tra giustizia e benessere; relazione che può essere esplorata ai vari livelli nella sua complessità. In tal modo il tradizionale modello ecologico si inserisce in una prospettiva critica andando a considerare le dinamiche di potere nei domini psicologici e politici della salute.
L’autore introduce così il concetto di validità psicopolitica. Il principale obiettivo della validità psicopolitica è di infondere nella psicologia di comunità la consapevolezza del ruolo del potere nel benessere, nell’oppressione e nella liberazione rispetto ai domini personali, relazionali e collettivi. La validità psicopolitica ha anzitutto un valore epistemico e si raggiunge attraverso la ricerca sistematica del valore del ruolo del potere nelle dinamiche politiche e psicologiche che riguardano i fenomeni presi in considerazione.
Secondo Prilleltensky, attraverso la consapevolezza delle forze che promuovono ineguaglianza a livello sociale e relazionale, si da il via ad un processo di emancipazione da uno stato di “oppressione” ad uno di “liberazione” inscrivendo la dimensione individuale in più complesse variabili organizzative e istituzionali.

Validità psicopolitica epistemica: analisi dei bisogni e delle risorse

Prilleltensky e Nelson (1997) hanno dato attenzione alla giustizia sociale come un valore storico su cui debba fondarsi la psicologia di comunità e ritengono che suo compito sia considerare le tematiche quali il potere, l’oppressione e la liberazione come processi in divenire e pertanto di analizzarli nelle diverse forme, strutture e sistemi a livello di comunità, d’istituzioni e di società allargata.
Attraverso il ricorso al criterio di validità psicopolitica intendono generare studi e interventi che considerano il reciproco rapporto tra intrapsichico e variabili sociali. Ovviamente, in ultima analisi, bisogna considerare che la decisione di perseguire il benessere e la giustizia, non è solo un costrutto cognitivo, ma anche morale. La giusta integrazione tra giustizia e ingiustizia, oppressione e benessere, tra fattori psicologici e di potere può aiutare l’individuo ad affrontare il mondo circostante nel migliore dei modi (Prilleltensky, 2003).

Validità psicopolitica epistemica: analisi dei bisogni e delle risorse (segue)

In definitiva, gli psicologi di comunità devono promuovere il benessere e aiutare le persone a resistere alla dominazione, e inoltre dovrebbero porre grande attenzione al non avere, innocentemente, contribuito a pratiche o discorsi relativi all’oppressione e al conformismo (Prilleltensky, 1994). Pertanto, c’è bisogno di riflettere su quello che è il ruolo degli psicologi nei confronti dei clienti/utenti e dei partner della comunità.
Per Prilleltensky l’obiettivo è, in conclusione, quello di istituzionalizzare un’alfabetizzazione psicopolitica, cioè sviluppare la capacità delle persone di comprendere il rapporto esistente tra i fattori politici e psicologici che possono aumentare o diminuire il benessere e la giustizia. Tale alfabetizzazione dovrebbe aiutare a promuovere negli individui, nei gruppi, e nelle comunità una serie di comportamenti o azioni che permettano di utilizzare il potere come risorsa e possibilità di soddisfare i bisogni personali, relazionali, e collettivi (Potts, 2003; Watts, Williams, Jagers, 2003). La promozione del benessere e della giustizia avverrebbe, così, grazie ad una corretta istruzione relativa all’utilizzo del potere (Goodman, 2001).

Modello ecologico di Prilleltensky

Prilleltensky, I, & Prilleltensky, O. (2009). Il modello ecologico e la psicologia critica. Seminario Università Federico II, maggio.

Prilleltensky, I, & Prilleltensky, O. (2009). Il modello ecologico e la psicologia critica. Seminario Università Federico II, maggio.


Modello ecologico di Perkins

Douglas Perkins (Christens & Perkins, 2008; Perkins & Procentese, 2010) propone un modello ecologico globale e più dettagliato per analizzare le dinamiche di potere sociale considerando l’azione dei quattro domini del capitale sociale (politico, socio-culturale, ambientale, economico) in tre livelli del modello ecologico di Bronfenbrenner (macro, meso, micro).

Semplificando possiamo dire che si tratta di una cornice complessiva per la ricerca azione di comunità interdisciplinare basata su tre dimensioni.

Modello ecologico di Perkins (segue)

Come in Prilleltensky, la prima dimensione esamina l’oppressione, la liberazione e il benessere come fasi dell’empowerment, inteso come un processo dinamico che si sviluppa nel tempo. Lo scopo è di identificare fonti di oppressione e di aiutare gruppi oppressi a diventare liberi, situazione questa che risulta presupposto necessario per un benessere sociale, materiale, fisico e spirituale. La seconda dimensione include i diversi livelli di analisi e di intervento, includendo quello individuale/psico-comportamentale/microlivello, quello di gruppo/organizzazione/mesolivello e quello comunitario/sociale/macrolivello. La terza e ultima dimensione comprende i quattro domini ambientali, tutti essenziali per comprendere l’ecologia dell’oppressione, della liberazione e del benessere.
Sono questi livelli, che con maggior chiarezza prefigurano la necessità di una ricerca trans-disciplinare che accolga e consideri adeguatamente i contesti economici, politici, socio-culturali (psicologia, sociologia e antropologia) e fisici (pianificazione ambientale e politiche di sviluppo) di una comunità.

Modello ecologico di Perkins (2008) (segue)

La figura analizza le dinamiche di potere attraverso quattro ambiti di risorse e tre livelli. I nove riquadri servono ad illustrare come l’ambiente e le teorie del comportamento, gli sforzi di intervento e prevenzione a livello fisico e ambientale, e i movimenti per l’empowerment ambientale utilizzano il modello di Prilleltensky dei livelli di analisi nel percorso per il benessere attraverso la liberazione dall’oppressione. Esso contestualizza gli ambiti di Prilleltensky (dominio personale, relazionale e collettivo nella fase dell’oppressione, della liberazione, e del benessere) in quattro dimensioni contestuali (fisica, socio-culturale, economica e politica) offrendo maggior chiarezza in merito ai livelli di analisi.

Oppressione, Liberazione, Benessere

Nella prospettiva di agire nella comunità, Prilleltensky e Perkins et al. (2003) si pongono una serie d’interrogativi relativi alle questioni riguardanti: l’oppressione.
La domanda concerne come le persone, in varie posizioni di potere, interagiscono le une con le altre; quali sono le dinamiche che operano in tali contesti; quali sono le tecniche utilizzate per opprimere gli altri o per resistere al senso d’oppressione.
L’interrogativo va sulle conseguenze che tali rapporti di potere possono creare nei vari livelli d’analisi, o sugli effetti delle relazioni di potere, ai vari livelli, per i molteplici attori coinvolti, e su quali sono le ripercussioni d’oppressione per le varie persone o gruppi.

Oppressione, Liberazione, Benessere (segue)

La liberazione / empowerment

Ancora una volta, le domande ripetute per i tre livelli d’analisi, vanno applicate ad ognuno dei quattro settori ambientali. In tal senso, bisogna porre l’attenzione sulla liberazione/empowerment come processo. Questo processo può essere naturalmente presente nell’ambiente senza l’intervento esterno o può essere il risultato di un progetto d’intervento.

Quali sono le strategie formali e informali che le persone utilizzano per resistere all’oppressione o per perseguire la liberazione?
Quali sono i fattori che influenzano le strategie e processi di cambiamento?


Per rispondere a tali interrogativi bisognerebbe sapere quali fattori favoriscono o ostacolano tali strategie atte ad emancipare e liberare gli individui e i gruppi. Inoltre, bisogna chiedersi quali sono le tattiche utilizzate per rafforzare i fattori facilitanti e ridurre i fattori inibenti relativi alla liberazione ed una volta individuati, sapere quali tattiche utilizzano le persone per superare le barriere dell’oppressione.

Oppressione, Liberazione, Benessere (segue)

Il benessere è considerato il risultato, l’ideale da raggiungere, l’equilibrio dei rapporti di potere. Bisogna fare una distinzione tra ideale e risultati attesi. Mentre l’ideale si riferisce alla migliore soluzione possibile, il secondo fa riferimento alle aspettative più realistiche che possono essere conseguite nel quadro delle attuali circostanze. Il ricercatore deve domandarsi quali sono i risultati effettivi raggiunti dalle persone coinvolte e, se si sono raggiunti, bisogna considerare la loro durata. Inoltre, è importante notare se vi è stato un miglioramento in termini di benessere a livello personale, organizzativo e collettivo. Infine, bisogna essere pronti a presentare i risultati d’analisi e a paragonarli con quelli di altri.

Validità epistemica, trasformativa ed ecologica

Prilleltensky propone, quale criterio di validità psicopolitica, un tipo di ricerca-azione in cui i ricercatori dovrebbero affrontare le questioni relative alle lotte di potere e impegnarsi in interventi strutturali relativi al cambiamento.
La validità di una ricerca, infatti, non è solo metodologica e scientifica, è anche psicopolitica (Prilleltensky, 1997). Il presupposto di base è che i fattori politici e i fattori psicologici non possono, da soli, generare benessere e giustizia. Tale validità deriva dalla considerazione delle dinamiche di potere politico e psicologico e dai fattori che colpiscono la salute e il benessere dell’individuo. È un’articolazione critica della psicologia di comunità che si pone come il primo passo per il riconoscimento che la salute mentale e il benessere sono necessariamente legati al cambiamento sia sociale sia politico. Suo obiettivo è il potenziamento delle azioni dell’individuo verso la promozione del benessere personale, relazionale e collettivo e la riduzione delle disuguaglianze.
Bisogna, però, distinguere tra la validità epistemica e la validità psicopolitica trasformativa, da ritenersi rispettivamente precipue della psicologia sociale e di quella di comunità.

Validità psicopolitica epistemica

La validità psicopolitica epistemica si riferisce, in linea generale, agli studi sul benessere e sulla giustizia e sui fattori sia politici sia psicologici che incidono sulle dinamiche personali, relazionali, e sui bisogni collettivi sia positivamente che negativamente. I fattori psicologici positivi comprendono la speranza, l’empatia, l’ottimismo, l’attaccamento, e il sostegno sociale. I fattori politici positivi comprendono il potere di distribuire equamente le risorse, la capacità d’affermazione dei diritti umani e sociali, la democrazia e la partecipazione civica. I fattori psicologici sono considerati negativi se comprendono l’abuso verbale, la stigmatizzazione, le distorsioni. I fattori politici negativi includono l’oppressione, lo sfruttamento, la discriminazione, la disuguaglianza.
L’obiettivo di tali ricerche è valido per generare la completa raffigurazione dei fenomeni in modo da poter intervenire con efficacia su di essi.

Validità psicopolitica ecologica

Perkins e Christens (2004), in accordo con Prilleltensky, considerano la validità psicopolitica in una prospettiva multidimensionale e mirano a fondere con essa la validità ecologica.

L’intreccio di validità ecologica e psicopolitica richiede attenzione a più livelli d’analisi e allo studio delle dinamiche di potere all’interno di differenti sistemi (Speer & Hughey, 1995).

Christens e Perkins (2003), nella prospettiva dell’approccio ecologico, affermano la necessità che la psicologia di comunità si collochi in una dimensione trans-disciplinare ed eco-psico-politica e non rimanga ancorata allo stretto ambito psicologico; si concentri sul processo di collaborazione con le organizzazioni che lavorano per la liberazione di gruppi e/o comunità oppresse e collabori con esse alla determinazione di linee guida di ricerca utili per la liberazione dall’oppressione e per il benessere.

Modello ecologico e validità trasformativa

Il modello ecologico di Prilleltensky propone, inoltre, un ulteriore livello di validità definito trasformativo, secondo il quale consideriamo la validità potenziale delle nostre azioni nel promuovere il benessere personale, relazionale e collettivo, riducendo una distribuzione, non equa, del potere e incrementando l’azione politica. Secondo questo approccio è necessario riconsiderare ruolo e funzioni dello psicologo di comunità, inteso come agente promotore di cambiamento sociale, di liberazione e di benessere nelle società, nelle comunità, nelle organizzazioni, nei piccoli gruppi e negli individui.
La validità psicopolitica trasformativa si riferisce alla misura in cui gli interventi riescono a ridurre gli effetti politici e psicologici negativi e a rafforzare quelli positivi che contribuiscono al benessere e alla giustizia.

Validità trasformativa e intervento psicologico

La maggior parte degli interventi che si situano in una cornice reattiva-individuale, piuttosto che promuovere azioni preventive che interessino la collettività, sono definiti “DRAIN” proprio in quanto basati su Deficit di orientamento, Reattivo, Alienante e focalizzato sull’Individuo (Prilleltensky, 2006).
Gli approcci che utilizzano tale modello, definibile medico, sebbene abbondantemente diffusi, mostrano una serie di svantaggi nel loro utilizzo: non sono in grado di evitare che un evento problematico sopraggiunga; curano i sintomi, spesso non riuscendo a riparare i danni provocati da circostanze stressanti; e in più, adoperando un paradigma individualista, risulta più dispendioso in termini di risorse umane, ed ancor di più economiche.
Al contrario, dovremmo sostenere un’attività preventiva collettiva, che promuovi una scelta nella costruzione di competenze e che riconosca la resilienza individuale e collettiva, ovvero favorire degli approcci d’intervento definiti “SPEC”, in quanto basati sullo sviluppare di punti di forza (strengths) sulla Prevenzione, nel promuovere Empowerment, nel considerare come suo cliente la Comunità.

Da DRAIN a SPEC

Da DRAIN

  • Deficit di orientamento
  • Reattivo
  • Alienazione
  • Cambiamento Individuale

a SPEC

  • Strenghts (punti di forza)
  • Prevenzione primaria
  • Empowerment
  • Cambiamento di comunità

Utilizzando tali strategie, questa tipologia di processi trasformativi, ha il vantaggio di dar maggior voce e scelta ai suoi interlocutori, di evitare che il disagio manifestato da persone, gruppi e comunità si inasprisca.
È possibile distinguere tra uno SPEC relativo alle dimensioni interne ad un’organizzazione (SPEC interno) e uno relativo alle dimensioni familiare comunitarie estranee all’organizzazione stessa (SPEC esterno), così come descritto nella tabella seguente.

SPEC interno e SPEC esterno

Prilleltensky, I, & Prilleltensky, O. (2009). Il modello ecologico e la psicologia critica. Seminario Università Federico II, maggio.

Prilleltensky, I, & Prilleltensky, O. (2009). Il modello ecologico e la psicologia critica. Seminario Università Federico II, maggio.


Validità trasformativa: Quali competenze?

Come devo agire?

Ogni situazione è diversa, e dobbiamo essere capaci di elaborare strategie che tengano conto dei diversi aspetti e dei diversi contesti. Per sviluppare l’auto-determinazione è necessario riuscire a far sentire la gente accettata; per rispettare la diversità bisogna essere in grado di sviluppare e trovare soluzioni uniche a problemi unici che affliggono persone e comunità.

Ora e Isaac Prilleltensky propongono i seguenti criteri: I VALUE IT (acronimo che sta ad identificare un insieme di ruoli ben determinati).

  • Inclusive host (ospite accogliente)
  • Visionary (che delinea visioni prospettiche)
  • Asset Seeker (individuatore di problemi)
  • Listener and sense maker (ascoltatore e formatore di senso)
  • Unique solution finder (ricercatore di soluzioni particolari)
  • Evaluator (valutatore)
  • Implementer (che accresce le competenze e capacità)
  • Trendsetter (instauratore di linee di cambiamento)

Validità trasformativa: Quali finalità? Quali risorse?

ERA e VIP
Costituire organizzazioni sane, che possono essere definite come vere e proprie strutture di mediazione, e cioè creare tre tipi di ambienti positivi che stimolino il cambiamento e il potere del cambiamento

ambienti (ERA): Efficaci, Riflessivi ed Affettivi

Negli ambienti positivi i bisogni dei lavoratori, dei manager e delle comunità si incontrano con i valori di autodeterminazione, libertà, crescita personale, salute, assistenza e compassione; si tratta d’ambienti dove ci sono responsabilità, trasparenza, dinamismo, collaborazione, partecipazione democratica, rispetto per la diversità umana, supporto alle strutture comunitarie e giustizia sociale.

Analizzare e ricercare i fattori chiave che creano benessere:

Valori, Interessi e Potere (VIP).

Sono questi a determinare il clima efficace, riflessivo e affettivo dei luoghi di lavoro, delle scuole, degli ospedali, delle palestre.

Schema riepilogativo

Le competenze che per Ora e Isaac Prilleltensky (Seminario Università Federico II, maggio 2009) determinano un’azione trasformativa sono riassunte nel presente schema riepilogativo.

Le competenze che per Ora e Isaac Prilleltensky (Seminario Università Federico II, maggio 2009) determinano un'azione trasformativa sono riassunte nel presente schema riepilogativo.


L’azione trasformativa dello psicologo di comunità

L’esperienza fondata sullo studio dei modelli organizzativi evidenzia che le organizzazioni, i cui membri e volontari hanno acquisito specifiche competenze a livello individuale, sono maggiormente in grado di agire a livello organizzativo. Infatti, i cambiamenti a livello di comunità sono un difficile obiettivo che deve essere esplicitato e perseguito attivamente. Gli apprendimenti necessari concernono:

  • l’acquisizione degli obiettivi e degli scopi dell’organizzazione
  • la conoscenza dei livelli di potere impliciti presenti ad ogni grado di decisione
  • il ruolo d’interdipendenza tra i rappresentati designati delle organizzazioni e il più ampio, intero sistema di comunità
  • come lavorare in una prospettiva trasformativa nella piena consapevolezza dei diversi aspetti menzionati (Perkins et al., 2007)

L’azione trasformativa dello psicologo di comunità

In questa ottica è utile riprendere il dibattito del “The community Psychologist” che nell’inverno 2007/2008 provava a definire le “core competencies” per uno psicologo di comunità. In esso, Raymond Scott elenca una lista preliminare che racchiude: la capacità d’advocacy, di valutazione dei processi, di promozione di sviluppo organizzativo locale (capacity building), di consulenza, comunicazione, e capacità di intervenire nei processi di gruppo.
Donata Francescato aggiunge ad esso come il modello formativo europeo abbia individuato specifiche competenze quali la costruzione dei profili di comunità, l’analisi organizzativa multidimensionale, l’educazione socio-affettiva. Perkins e Christens, altrove, propongono uno specifico approccio trans-disciplinare che faccia ricorso alla ricerca quantitativa multilivello (Modello Lineare Gerarchico), alla ricerca-azione partecipata (PAR) e all’analisi spaziale (GIS: Geografic Information Systems). Il dibattito è aperto sia per individuare cosa debba racchiudere il bagaglio delle competenze psicologiche, orientato all’azione nel sociale, sia per definire come tale patrimonio s’inscrive nella formazione psicologica di base e nei diversi ambiti transdisciplinari.

I materiali di supporto della lezione

Arcidiacono, C., & Bocchino, A. (2007). Psicologia di comunità e potere: l'interazione individuo–contesto nell'approccio ecologico. Rivista di Psicoterapia Relazionale, 26, 43-56.

Arcidiacono C. & Bocchino A. (2008) Individuo, genere, comunità: Strategie d'intervento e benessere in: M. Mastropaolo (a cura di) La psicologia della relazione di aiuto, la riscoperta della solidarietà umana,pp.13-24,Grosseto: Edizioni Effigi

Arcidiacono, C. (2009). Modello ecologico e asimmetria di genere. Atti GDG, Le questioni sul genere in psicologia sociale, AIP, Università di Parma (pp. 251-259), 19-20 febbraio, Parma: Uninova.

Arcidiacono, C., & Procentese, F. (2010) Modello ecologico e migrazioni, Special issue: Rivista di psicologia di comunità, 1, 1-94.

Prilleltensky, I., & Prilleltensky, O. (2006). Promoting well-being linking personal, organizational, and community change. Hoboken New Jersey, John Wiley & Sons, Inc.

Prilleltensky, I, & Arcidiacono, C. (2010). Modello ecologico e migranti: benessere, giustizia e potere nella vita degli immigrati. Rivista di Psicologia di comunità, 1, 3-5.

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