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Fabrizio Lomonaco » 14.Fede, lealtà e sincerità nell'interpretazione del libro di Giobbe


Il discorso di teodicea nel «dominio» di una «ragione pratica e imperativa»

Nel congedo definitivo da ogni soluzione ontologica, la relazione analogico-simbolica è un particolare tipo di «conoscenza», interessata soltanto a giustificare una determinata immagine del mondo e dell’uomo che la istituisce in funzione delle sue esigenze etico-razionali, nella consapevolezza che non è lecito «porre i limiti della nostra ragione come i limiti della possibilità delle cose stesse» (Kant, Prolegomena, p. 134 e nota). È proprio la ricostruzione analogico-simbolica della storia biblica delle origini a insegnare che il male nel mondo deve essere compreso non a partire da Dio ma dall’uomo. Perciò il vero discorso di teodicea deve articolarsi nel dominio «non di una ragione argomentativa (speculativa) ma di una ragione pratica e imperativa». A differenza della teodicea dottrinale, un «libro chiuso» che non saprà mai «l’intenzione finale di Dio», la teodicea autentica, quella che riconosce all’idea del sommo bene la santità, la giustizia e la bontà, deve esistere come «esigenza» stessa del vivere morale. Essa, proprio per garantire la speranza nel regno dei fini che la moralità esige e difenderne la realizzazione nell’idea teologica, tale esperienza va mantenuta nella sua santità, non discussa teoreticamente, ma sofferta e adorata (Kant, Intorno all’insuccesso, pp. 15-16).

Giobbe e la polemica contro l’ispirazione non propriamente etica di ogni teodicea speculativa

Nella parte II del saggio la polemica nei confronti dell’ispirazione non propriamente etica di ogni teodicea speculativa – trasferita dal piano teoretico a quello etico-religioso – si incarna nella figura biblica dell’uomo-Giobbe. In Kant, la sua tragica esistenza, segnata dalla drammatica contraddizione del giusto che non è felice, conseguente alla radicale antinomia della ragione umana nel suo uso pratico, non si risolve nel sistema «filosofico» di un’armonia leibnizianamente prestabilita. Al centro del discorso kantiano non c’è Dio ma l’uomo Giobbe, la sua volontà di discutere con Dio e di Dio.

Il Giobbe. Mattia Preti

Il Giobbe. Mattia Preti


La vera «moralità» a fondamento della fede

Diversamente dai suoi «amici» che per decifrare, conoscere e spiegare l’impenetrabile potenza divina tentano impunemente di ragionare e di far uso della «dottrina», Giobbe vive la teodicea autentica. Egli non fonda la sua moralità su di una fede teoreticamente intesa, ma, arresosi alla saggezza e alla maestà impenetrabile di Dio, si dichiara per il «sistema dell’incondizionatezza del decreto divino. Egli è unico — dice — e fa quello che vuole». Nell’eroe biblico la fede, nata «da un così straordinario scioglimento dei suoi dubbi, cioè semplicemente dalla convinzione della sua ignoranza», è la prova che «non la sua moralità si fondava sulla fede, ma la fede sulla moralità»: quella fede che «per debole che sia, è però di un genere schietto e puro, di quel genere, cioè, che fonda una religione non dell’interesse ma della buona condotta» in base alla sola razionalità che la moralità stessa comporta (Kant, Intorno all’insuccesso, pp. 16, 18).

Il libro di Giobbe quale testimonianza di autentica esperienza etico-religiosa

Incomprensibile secondo i princìpi di un’interpretazione soltanto erudito-filologico-storica, inesplicabile secondo quelli dell’«umanesimo ebraico» (Kraus, L’Antico Testamento, pp. 183-210) di Hamann e di Herder, il libro di Giobbe non è uno dei tanti «documenti» della storia umana delle origini, ma la testimonianza di una fondamentale esperienza religiosa, l’unica capace, nella sua struttura morale, di conferirle senso e unità. A chi, presumendo di «conoscere» la fine di tutte le cose e di sentirsi giustificato da ciò a non ascoltare la voce della coscienza morale (das Gewissen), acquista un pericoloso abito alla «falsità ed insincerità, che è vizio principale della natura umana», si contrappone la scelta di Giobbe. Essa è, infatti, quella della coscienza leale e sincera di ogni uomo retto, interessato a seguire, contro gli astratti e falsi articoli di fede, «soltanto la purezza di cuore, non la superiorità di conoscenza, la onestà di confessare schiettamente i propri dubbi, e la ripugnanza a simulare convinzioni che non si hanno (…)» (Kant, La fine, pp. 2-12 e Id., Intorno all’insuccesso, pp. 17-18).

Herder. Fonte: Wikimedia

Herder. Fonte: Wikimedia


La connessione fondamentale di fede, lealtà e sincerità

Il privilegiamento della connessione fondamentale di fede, lealtà e sincerità (die Aufrichtigkeit) – cui è affidata l’interpretazione del racconto e della figura di Giobbe – resta nel quadro di un’impossibilità di qualsiasi totalizzazione assoluta e definitiva della storia. Raggiungibile nell’«opinione pubblica» solo «in tempi più lontani, fino a divenire eventualmente, in un regime di libertà di pensiero, un principio generale di educazione e di insegnamento» (Kant, Intorno all’insuccesso, p. 20), la sincerità dell’«uomo nuovo» ha il «coraggio di reggersi sulle proprie gambe». Essa presuppone, infatti, che il movimento dell’umanità verso la piena realizzazione del «regno di Dio sulla terra» possa essere riconosciuto perennemente inconcluso e interrotto. Lo attestata l’«impenetrabilità» del «male radicale della natura umana», l’irriducibilità della «lotta fra il principio buono e il cattivo per il dominio sull’uomo», la tensione continua verso il termine ultimo di approdo, il bene, che non si costituisce immediatamente senza necessarie fratture (Kant, La Religione, pp. 337 e sgg., 397, 398, 514, 521 nota e sgg.).

La filosofia kantiana della religione tra la fede storica e l’universalità di quella razionale

Le «interruzioni» risultano ineliminabili nella sostenuta «salvezza» che, già imperiosamente annunziata ma non ancora compiutamente realizzata, è destinata a contrassegnare il particolare equilibrio della filosofia kantiana della religione, il suo complesso tessuto critico-problematico tra il riconoscimento della purezza e dell’universalità della fede razionale, inscritta nel cuore dell’uomo, e l’affermazione dell’inevitabile fede storica: quella contenuta nei libri sacri che è formalmente in grado di rivelare, «schematizzandola», la religione razionale nella sua interezza, in grado di fornire alla ragione quelle «dottrine» che essa non può elaborare da sé, ma di cui ha un assoluto bisogno per il suo corretto esercizio pratico.

Le «regole pratiche universali di una religione razionale pura»

Se scopo del discorso sulla «religione nei limiti della semplice ragione» è quello di vedere il massimo di religione che la ragione, nel suo uso pratico, concede come speranza per la vita morale autentica, non c’è, allora, che un modo perché l’uomo possa, nei limiti del suo linguaggio razionale e simbolico, aprirsi al vero significato del «documento» biblico. Esso consiste nel conferire alle «regole pratiche universali di una religione razionale pura (die reine Vernunftreligion) (…) il principio ultimo di ogni interpretazione della Scrittura», al fine di stabilire quanto «nel testo della religione ritenuta come rivelata, — nella Bibbia —, può essere riconosciuto anche mediante la sola ragione». In sede filosofico-razionale la dimensione storica del testo biblico per avere senso deve paradossalmente annullarsi (Kant, La Religione, pp. 323 e sgg., 435, 438).

La dimensione etica dell’ermeneutica razionale affidata alle cure del filosofo della religione

La fede che incrementa nell’uomo la moralità non può avere alcuna fondazione storica, essendo la « legislazione statutaria (che suppone una rivelazione) (…) casuale (züfallig), quindi priva della garanzia che sia giunta o giunga a ogni uomo: perciò non può essere ritenuta obbligatoria per ogni uomo in generale (…), non è partecipabile universalmente in modo convincente». La componente pratico-morale dell’ermeneutica razionale, affidata, contro le pretese del «teologo biblico», alle cure del filosofo interprete della religione, è tanto decisiva da ricondurre «tutto ciò che può essere contenuto nella Scrittura per la fede storica alle regole e ai motivi della fede morale» (Kant, La Religione, pp. 430, 435 e sgg.).

I materiali di supporto della lezione

I. Kant, La fine di tutte le cose, tr. it. di G. De Lorenzo in «Rendiconti della R. Accademia delle Scienze Fisiche e Matematiche della Società Reale di Napoli» (1942-1944), poi anche in Id., Scritti sul criticismo, Roma-Bari 1991.

Id., Intorno all'insuccesso di ogni tentativo filosofico in teodicea (1791), tr. it. in «Studi Urbinati» (1955), poi anche in Id., Scritti sul criticismo, Roma-Bari 1991.

Id., Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà come scienza (1783), tr. it. di P. Martinetti, Milano-Torino-Roma 1913, poi anche tr. it. di P. Carabellese, rivista da R. Assunto, intr. e revisione di H. Hohenegger, ed. V, Roma-Bari 2009.

Id., La religione nei limiti della semplice ragione (1793), tr. it. di P. Chiodi in Id., Scritti morali.

H. J. Kraus, L'Antico Testamento nella storia della ricerca storico-critica dalla Riforma ad oggi (1956), tr. it. di G. Martinetto, Bologna 1975.

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