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Fabrizio Lomonaco » 10.Insocievole socievolezza e interpretazione teleologica della storia umana


I «primi lineamenti di una costituzione civile e di una giustizia pubblica»

Introdotti nuovi modi e forme di vita, non omogenei e addirittura contrastanti con quelli propri dell’economia pastorale, la terza epoca porta con l’istituzione della proprietà e dello «scambio» al sorgere dell’ordine giuridico, dei «primi lineamenti di una costituzione civile e di una giustizia pubblica» (Kant, Congetture, p. 207). Al divenire «visibile» sempre imperfetto nel suo infinito differire dall’«ideale» perfezione mai definitivamente raggiungibile, alle conseguenze negative della storia dell’uomo-individuo, vincolato antiherderianamente a una situazione di oziosa e insensata felicità si può e si deve porre rimedio attraverso la «creazione di una costituzione dello Stato ordinata secondo il concetto dei diritti dell’uomo»: l’esito razionale di un necessario, provvidenziale antagonismo delle forze (die ungesellige Geselligkeit) che non opera fuori o sopra la storia perché è un principio dinamico interno alle leggi stesso dello sviluppo storico (Kant, Idea, pp. 127-128).

Convivenza sociale e sicurezza civile

Ad incrementare le condizioni di possibilità dello sviluppo della convivenza sociale e della sicurezza civile è la disuguaglianza tra gli uomini, l’antagonismo tra forme socioeconomiche contrastanti (pastorizia e agricoltura): la guerra, o almeno il timore, il «pericolo della guerra» che per quanto risulti il più grande ostacolo al perfezionamento del genere umano, si manifesta, nella storia delle origini e per molto tempo a venire, come strumento ineliminabile di progresso. Tale antagonismo, impedendo agli uomini di acquietarsi nel lusso, nel godimento passivo dei risultati raggiunti è tanto indispensabile che la sua assenza segna nelle parole del teorico della «pace perpetua» l’inizio del «dispotismo» e, come testimoniano le sacre Scritture, la scomparsa di ogni «traccia di libertà» che è libertà «di proporre alla pubblica critica i nostri pensieri», di «pensare da sé (…), di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi» (Kant, Congetture, pp. 207-209; Id., Risposta, pp. 142-143).

Una «società civile che faccia valere universalmente il diritto» nei rapporti interni e internazionali

L’atto di nascita della libertà è al tempo stesso inizio della lotta, del contrasto insanabile. Tuttavia, l’uomo, per porre un limite razionale alla sua stessa «doppiezza» e inserire «il germe di questo dissidio» in una prospettiva dinamica che ne faccia il principio dell’avanzamento sociale e storico, non deve aspirare a realizzare immediatamente un corpus mysticum, un «regno di Dio sulla terra» (Kant, CRP, pp. 572, 590, 609). Deve intervenire per attuare progressivamente una «società civile che faccia valere universalmente il diritto», così nei rapporti interni come in quelli internazionali, anche per un «popolo di diavoli purché (…) dotati di intelligenza» (Kant, Idea, p. 128).

La legge di libertà e di eguaglianza per la coesistenza esterna degli egoismi

Contrariamente a ciò che accade nello «stato etico» di Rousseau, per Kant la legge morale non può agire immediatamente sopra e dentro la storia. Deve realizzarsi per gradi, in un mondo organizzato giuridicamente. Il fine è di rendere razionalmente possibile, in base a una legge di libertà e di eguaglianza, la coesistenza esterna degli egoismi e degli arbitri individuali, e con ciò le condizioni di riscatto dalle fittizie acquisizioni del singolo uomo, «un animale che (…) ha bisogno di un padrone (…), un legno storto (…), [da cui] non può uscire nulla di interamente diritto» (Kant, Idea, p. 128).

La trasformazione della società da «unione patologica forzata» in un «tutto morale»

È proprio il mondo giuridico, in quanto regno della libertà esterna e della coazione, a garantire la possibilità della libertà interna in base alle condizioni esterne, necessarie per togliere progressivamente la contraddizione tra «arte» e «natura», tra «individuo» e «specie morale», trasformando la «società, da unione patologica forzata (…) in un tutto morale»(Kant, Idea, pp. 129, 130). «Nessun dubbio — ha scritto, a questo proposito, Gioele Solari — per Kant che il fine della storia (…) è un fine morale, come il solo che sia conforme alla natura specifica dell’uomo. Tale fine non si attua immediatamente da sé, ma per gradi e per l’opera degli individui che (…) svolgono la loro razionalità e, perseguendo fini soggettivi, concorrono al fine della storia. Il quale non può mai completamente attuarsi, perché (…) il mondo della storia è intermedio tra il mondo della natura e quello della moralità perfetta: come tale è il mondo specificamente umano, poiché in esso l’uomo rivela tutto se stesso come essere sensibile e razionale, libero e necessitato, e si crea il suo mondo attraverso l’esperienza dell’errore e del male, elevandosi per gradi sulla natura senza mai pervenire al mondo puro delle idee, senza uscire dai limiti della sua umanità» (Solari, Il concetto di società, p. 47).

Il mondo rappresentato come sistema in base alla totalizzazione del divenire

Il mondo che all’osservazione empirica e immediata si presenta come abbandonato al «caso sconfortante» e «nell’insieme un miscuglio di stoltezza, di infantile vanità, spesso anche di infantile malvagità e mania di distruzione», non è solo un semplice «informe aggregato di azioni umane», «determinate da leggi naturali universali così come ogni altro fatto della natura». Esso può essere, invece, rappresentato come un «sistema», non in base a «materiali (…) e metodi (…) ricercati (…) nella metafisica (…), nel gabinetto delle scienze naturali», ma attraverso l’idea della finalizzazione dell’ordine naturale e quella della totalizzazione del divenire in generale, essendo irragionevole «ammettere una finalità nella costituzione della natura e poi ammettere nell’insieme la mancanza di fini» (Kant, Idea, pp. 123-125, 133, 137).

La storia come scienza di cause e interpretazione teleologica, simbolica dei fatti

Se nel concetto di uomo, essere finito e ragionevole, è inclusa la capacità di porsi dei fini e di agire conseguentemente, potendo egli «pensare» dal punto di vista etico-razionale anche ciò che gli risulta teoreticamente impossibile «conoscere», della e nella sua storia non si dà solo una «conoscenza» dal punto di vista teoretico. Pertanto essa come scienza non è altro che meccanismo e causalità di avvenimenti, ma come interpretazione è teleologica, soggettiva, simbolica dei fatti storici. In fondo, la stessa «esperienza» del male, che rischia più di ogni altra di infirmare la possibilità di una «filosofia della storia», attestandone la radicale non identità, può essere interpretata come ciò che dà senso al perenne umano differire dall’identità prerazionale, solo se inscritta in una rappresentazione teleologica della storia, in «un ordine per cui ciò che nei singoli individui si rivela confuso e irregolare, nella totalità della specie [può] riconoscersi come sviluppo continuato e costante, anche se lento, delle sue tendenze originarie» (Kant, Recensioni, p. 164).

La filosofia della storia e la distinzione tra fenomeno e noumeno, tra conoscere e pensare

Il fatto che l’interpretazione della storia risulti teleologica non è un limite, un esito casuale della filosofia kantiana. Non vi è, infatti, alcuna controindicazione teorica o metodologica a considerare il senso del suo disegno di filosofia della storia in base ai concetti fondamentali del criticismo sviluppati nella Critica della ragion pratica e nella Critica del Giudizio, ma già esposti nella Critica della ragion pura, prima e durante l’elaborazione dei saggi di filosofia della storia degli anni Ottanta. Il dualismo tra noumeno e fenomeno, tra conoscere e pensare, posto a fondamento del discorso critico, resta insuperato e insuperabile nella riflessione filosofica sulla storia umana, tanto da ridurre il concetto di «esperienza» a una modalità assunta solo per la spiegazione scientifica.

I materiali di supporto della lezione

I.Kant, Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784), tr. it. in Id., Scritti politici.

Id., Recensioni di J.G. Herder, Idee per la filosofia della storia dell'umanità (1784-1785), tr. it. in Id., Scritti politici.

Id., Risposta alla domanda: che cos'è l'illuminismo? (1784), tr. it. in Id., Scritti politici.

G. Solari, Il concetto di società in Kant (1934), poi in Id., La filosofia politica, Roma-Bari 1974, vol. II, pp. 35-77.

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