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Fabrizio Lomonaco » 13.I problemi di teodicea e l'interpretazione «analogica» della sacra Scrittura


La figura biblica di Giobbe nel 1791 e il nesso tra religione, morale e storia.

Nel saggio Intorno all’insuccesso di ogni tentativo filosofico in teodicea, pubblicato nel 1791, un anno dopo la Critica del Giudizio e poco prima degli scritti su La Religione nei limiti della semplice ragione (1793) e La fine di tutte le cose (1794), acquista un senso emblematico la valutazione della figura biblica di Giobbe in relazione al complicato nesso tra religione, morale e storia. Più in generale si tratta dell’uomo che il filosofo di Königsberg, messa definitivamente in discussione la e ogni filosofia dell’essere, pone al vertice della ricerca filosofica, presentando l’«antropologia» (che cos’è l’uomo?) quale luogo di lettura del possibile accordo fra «la religione cristiana e la ragion pratica più pura» (Kant, Lettera a Staüdlin, p. 320).

Giobbe. Fonte: Homolaicus

Giobbe. Fonte: Homolaicus


L’antinomia tra fini morali e fini naturali

Già emerso nelle considerazioni critico-filosofiche sulla storia biblico-congetturale delle origini è il problema della comprensione dei limiti dell’umana ragione. Questa, insoddisfatta nel suo uso speculativo e problematicamente interessata in quello pratico a risolvere l’«antinomia» tra virtù e felicità, tra fini morali e fini naturali, è al centro delle osservazioni sulla presunta legittimità filosofica del discorso di teodicea. Esso riguarda «la difesa della somma saggezza del creatore dell’universo, contro le accuse che le vengono mosse dalla ragione» per le controfinalità (aus dem Zweckwidrigen) presenti nel mondo (Kant, CRPratica, p. 260 e sgg. e Id., Intorno all’insuccesso, p.6).

Le aporie della teodicea razionale

Nel ribadire le sue obiezioni teoretiche contro la teleologia e la teologia speculative, già esposte nell’Appendice alla «Dialettica trascendentale» della prima Critica e successivamente nel saggio Sull’uso di principi teleologici in filosofia (1788) – primo vero preludio ai paragrafi della terza Critica, dedicati al «giudizio teleologico» – Kant denuncia le aporie della teodicea razionale. Di quest’ultima critica il tentativo di difendere la santità del Creatore in quanto legislatore, la sua bontà in quanto reggitore dell’universo e la sua giustizia in quanto giudice. Avversa l’illegittimo argomentare rispettivamente contro la realtà del male morale (il peccato), del male fisico (il dolore) e del male sotto forma di impurità, «come non corrispondenza tra i crimini e le pene» (Kant, Intorno all’insuccesso, p. 8 e sgg.).

Il fallito tentativo di trarre senso morale dal mondo come oggetto d’esperienza

La teodicea speculativa è destinata a fallire perché vano risulta lo sforzo di rivolgersi al mondo come oggetto d’esperienza, per trarre da esso un significato morale: «Infatti, che altro ha la ragione come filo conduttore per le sue previsioni teoretiche se non la legge di natura? (…); la nostra ragione [è] assolutamente incapace di intendere il rapporto che c’è tra un mondo, quale è quello che noi possiamo conoscere sempre attraverso l’esperienza, e la saggezza suprema (…); per noi è raggiungibile una saggezza negativa e propriamente l’intendimento dell’insuperabile limite di ogni nostra pretesa su ciò che è per noi troppo in alto. E questo si può fare appieno» (Kant, Intorno all’insuccesso, p. 13).

L’unità concorde della saggezza artistica con quella morale

La filosofia «critica» non nega una finalità nella e della natura ma nega che da questa finalità naturale si possa risalire a quella morale e alla teologica che non presenta alcuna «speranza» per la ragione teoretica. Né permette un allargamento dell’area conoscitiva, ravvisando solo nel postulato pratico un suo legittimo modo di essere razionale: «Noi abbiamo un concetto di saggezza artistica (die kunstweisheit) che si manifesta nel governo di questo mondo e a tale concetto non manca una realtà obbiettiva (…); abbiamo ugualmente, nella idea morale della nostra ragione pratica, un concetto di una saggezza morale (die moralische Weisheit) che potrebbe essere in generale posta in un mondo da un creatore perfetto. Ma non possediamo né possiamo sperare di giungere al concetto dell’unità concorde (der Einheit in der Zusammenstimmung) di quella saggezza artistica con la saggezza morale in un mondo sensibile» (Kant, Intorno all’insuccesso, p. 14).

L’«antagonismo» originario tra mondo morale e mondo naturale

Nell’uomo, esposto drammaticamente ai rischi della «parvenza trascendentale», di «un’illusione assolutamente inevitabile» (Kant, CRP, pp. 301, 303), l’eterogeneità esistente tra «conoscere» e «pensare», tra coscienza naturale e coscienza etico-religiosa, riproduce quello che è stato giustamente definito l’«antagonismo originario e insanabile» tra intelligibile e sensibile, tra mondo morale e mondo naturale. L’insuccesso de jure di ogni teodicea razionale rende, così, insufficiente la difesa contro l’azione malvagia, difesa possibile contro tale vizio intrenseco, solo se è interiore e non «esteriore all’azione, esteriore al contenuto di essa» (Capograssi, Analisi, p. 164).

Per un’interpretazione analogica della sacra Scrittura

A sottolineare l’insuccesso di ogni mediazione tra «pensare» e «conoscere», l’infondatezza di ogni apertura teoretica nel mondo etico-teologico è la stessa scelta ermeneutica di Kant per un’interpretazione analogica della sacra Scrittura. Essa, priva di ogni metafora «organicistico-tipologica» – centralissima, invece, nell’ermeneutica di Hamann e di Herder -, impegna il filosofo critico a riflettere non tanto sul testo sacro come documento storico, quanto sul senso filosofico fondamentale dell’uso del linguaggio biblico da utilizzare come criterio interpretativo per verificare «se il cammino che la filosofia percorre mediante i concetti s’accorda con quello della storia» (Kant, Congetture, p. 196). Eppure, tale proposta analogica resta radicalmente distinta da quella fatta valere dalla fisico-teologia per garantire, mediante la nozione (soggettiva) di una «saggezza artistica», di una causa intelligente del mondo, unità e senso teoretici all’indagine del Naturforscher.

La dimensione analogica in un’ermeneutica di tipo simbolico

Nell’interpretazione critico-filosofica del documento biblico la prospettiva analogica si radica, invece, in un’ermeneutica di tipo simbolico, per consentire all’uomo di «pensare» criticamente ciò che gli risulta inconoscibile. Testimonianza dei limiti dell’uomo, della sua condizione d’essere ragionevole e finito, il linguaggio simbolico deve utilizzare quello teoretico per «esibire» indirettamente ciò che può essere pensato nella forma della «magnifica via analogiae». Questa, assunta in un’accezione derivata dal linguaggio matematico, non mira all’individuazione ontologica dei termini che entrano in rapporto (analogia entis), ma al riconoscimento del senso del rapporto stesso (analogia attributionis), essendo solo la «somiglianza perfetta di due rapporti fra cose del tutto dissimili» ciò che consente di «rendere il concetto del rapporto tra cose che (mi) sono assolutamente ignote» (Kant, Prolegomeni, p. 127).

I materiali di supporto della lezione

G. Capograssi, Analisi dell'esperienza comune, Roma 1930.

I.Kant, Congetture sull'origine della storia (1786), tr. it. in Id., Scritti politici.

Id., Critica della ragion pratica (1788), tr. it. in Id., Scritti morali.

Id., Critica della ragion pura, tr. it. di G. Colli, Torino 1967 (nuova ed., Milano 1976).

Id., Intorno all'insuccesso di ogni tentativo filosofico in teodicea (1791), tr. it. in «Studi Urbinati» (1955), poi anche in Id., Scritti sul criticismo, Roma-Bari 1991.

Id., Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà come scienza (1783), tr. it. di P. Martinetti, Milano-Torino-Roma 1913, poi anche tr. it. di P. Carabellese, rivista da R. Assunto, intr. e revisione di H. Hohenegger, ed. V, Roma-Bari 2009.

Lettera del 4 maggio 1793 di I. Kant a K.F. Staüdlin, poi in Kant's Briefwechsel (1789-1794),in KGS, vol. XI, tr. it. di P. Chiodi in I.Kant, Scritti morali, poi anche in I. Kant, Epistolario filosofico. 1761-1800, a cura di O. Meo, Genova il melangolo, 1990.

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