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Fabrizio Lomonaco » 15.Storicità della testimonianza biblica e fede religiosa pura


La fede morale e l’«elemento teoretico della fede ecclesiastica»

Nella fede morale non suscita più interesse l’«elemento teoretico della fede ecclesiastica» né qualcosa come il sentimento (das Gefühl), introdotto esteriormente in modo puramente gratuito, né, infine, la dimensione erudito-filologica del testo sacro, preoccupata soltanto di difendere dogmaticamente l’articolo di fede senza incrementare motivi utili al miglioramento morale dell’uomo, la cui religione appartiene all’area del «fare» (Kant, La Religione, pp. 435-441). Interpretabili e comprensibili nel «documento» biblico sono soltanto quelle «esperienze» che hanno per l’uomo un senso non letterale e non storico. E ciò non perché le parole siano insignificanti o vane, ma perché la pienezza del loro significato le trascende continuamente e soltanto in tale trascendere risultano praticamente possibili ed efficaci.

Contrasto e coincidenza tra l’elemento storico-rivelato e quello etico-razionale

La possibilità dello iato e del contrasto tra l’elemento storico-rivelato e quello etico-razionale pone, in linea di principio, anche la questione di una coincidenza possibile fra i due elementi, rendendo, così, problematici i confini all’interno dei quali dovrebbe rimanere la considerazione religiosa della ragione: «Da questo punto di vista si potrà intraprendere un secondo tentativo, cioè partire dalla rivelazione ammessa come tale (…) per vedere se, per questa via, si è ricondotti al medesimo sistema razionale puro della religione (…). Ma nel caso che il tentativo fallisse (…) una religione e un culto (…) dovrebbero essere agitati e mescolati sovente perché sia possibile vederli uniti per breve tempo; ma si separerebbero ben presto di nuovo, come l’olio e l’acqua lasciando galleggiare al di sopra l’elemento morale puro (cioè la religione razionale)» (Kant, La Religione, pp. 333-334).

Una possibile Vernunftreligion nell’«esegesi» del dato storico

Il problema non è semplicemente di rifiutare, attraverso la difesa delle certezze della fede razionale, l’interpretazione storico-letterale della Scrittura. Occorre, infatti, verificare se sia possibile una Vernunftreligion anche nell’«esegesi» del dato storico che, in quanto «ipotiposi», «veicolo» dell’autentica religione morale, rappresenta una simbolizzazione propedeutica al destarsi stesso della coscienza etico-religiosa: «Se è ormai chiaro che una fede ecclesiastica statutaria non è un’aggiunta indispensabile alla fede religiosa pura, quale veicolo e mezzo d’unione pubblica degli uomini a favore di questa fede, bisogna anche riconoscere che l’immutabile conservazione di questa fede ecclesiastica, la sua diffusione universale uniforme, nonché il rispetto per la rivelazione in essa ammessa, difficilmente possono essere assicurate mediante la tradizione, ma richiedono la Scrittura che, a sua volta, in quanto rivelazione, dev’essere oggetto di profonda venerazione da parte dei contemporanei e delle successive generazioni come ciò di cui gli uomini hanno bisogno per essere certi dei loro doveri di culto» (Kant, La Religione, p. 432).

L’interpretazione razionale del «positivo» della religione

Compito del filosofo-interprete della religione non è la distruzione del «positivo» della religione, bensì la realizzazione di una sua lettura razionale mediante una scienza della Scrittura, necessaria non solo per dimostrarne l’autenticità divina ma per la sua stessa interpretazione: «È dunque indispensabile che l’interprete ne conosca la lingua in modo approfondito e sia inoltre in possesso di un’estesa conoscenza storica e critica, al fine di scoprire nelle situazioni, nei costumi e nelle opinioni dell’epoca (nella fede popolare) gli strumenti per favorirne la comprensione da parte della comunità ecclesiastica» (Kant, La Religione, p. 439).

Storicità della testimonianza biblica e princìpi della fede religiosa pura

Se nel «sapere» storico non si rivela solo e semplicemente il fallimento di ogni mediazione tra «visibile» e «invisibile», tra storia e ragione, l’impossibilità stessa di una considerazione «filosofica» della religione, la commisurazione teorizzata tra la costitutiva storicità della testimonianza biblica e i princìpi della fede religiosa pura è destinata a restare non assoluta, profondamente problematica. E’ radicata,cioè, nel non risolto e non risolvibile dualismo critico fondamentale tra fenomeno e noumeno, tra sensibile e intelligibile, ripetuto, a suo modo, dall’insuperabile opposizione tra la Vernunftreligion e la Offenbarung contro ogni forma astratta e assoluta di totalizzazione del divenire.

La differenza fra la fede razionale e quella storica

La «vittoria del principio buono sul cattivo e la fondazione di un regno di Dio sulla terra», la realizzazione «pubblica» di una «società etico-civile o (di) una comunità etica» che, decretando la scomparsa della forma stessa di «Chiesa», dovrebbero portare alla «fine del mondo», alla «conclusione della storia», all’annullamento del suo divenire «visibile», non possono risultare immediatamente conclusivi. Perennemente ostacolati e rimessi storicamente in discussione, essi restano un «ideale» che, mai pienamente realizzato, serve a porre la «questione della differenza fra la fede razionale e quella storica», non già a superare tale differenza, mantenuta e riproposta, non a caso, dalla Die Religion nel capitolo IV: «Intorno al culto vero e al culto falso sotto il dominio del principio buono» (Kant, La Religione, pp. 417, 418, 463, 452, 479 e sgg.).

Per un nuovo «universalismo»: filosofia della storia e filosofia della religione nell’interpretazione del testo biblico

L’accusa frequentemente rivolta a Kant di mancanza di senso storico, di disinteresse per la storia non sembra cogliere nel segno, perché ignora la sostanziale complessità, dal punto di vista critico, del problema che le origini e gli esiti della riflessione filosofica sulla storia umana hanno significativamente introdotto. Utilizzando e interpretando il testo biblico, filosofia della storia e filosofia della religione pongono, nei loro rispettivi ambiti, le premesse per la fondazione di un nuovo tipo di «universalismo». Eppure, in base ai presupposti del discorso critico  non lo fondano, non possono fondarlo, preoccupate come sono di salvaguardare la loro ragionata razionalità, la coscienza delle loro problematiche, ma non totalizzabili relazioni con l’universo fenomenico.

L’universalismo kantiano come «universalizzazione», «universalizzabilità»

Garantito in campo gnoseologico dal non eliminato noumenon, dall’inconoscibilità della cosa in sé e, in quello etico, della perenne inattingibilità dell’«ideale» regolativo, l’universalismo proposto da Kant è «universalizzazione», è «universalizzabilità». Questa, contro ogni perfetta assolutizzazione senza residui delle ragioni individuali, mira a riportare «la normatività all’azione individuale», a salvare «le ragioni dell’essere normativo nell’esistenza delle azioni». Si stabilisce, così, «un rapporto nuovo tra le stesse individualità, in una coesistenza destinata a oltrepassare gli schemi del ‘regno dei fini’ per aprirsi all’attiva razionalità di una convivenza dinamica meno armonizzata, ma più attenta a intendere il valore delle formazioni storiche molteplici in cui le forme dell’eticità possono realizzarsi» (Piovani, Giusnaturalismo, p. 140 e Id., Oggettivazione, p. 109).

P. Piovani. Fonte: Fondazione “P. Piovani per gli studi vichiani” di Napoli

P. Piovani. Fonte: Fondazione "P. Piovani per gli studi vichiani" di Napoli


I materiali di supporto della lezione

I. Kant, La religione nei limiti della semplice ragione (1793), tr. it. di P. Chiodi in Id., Scritti morali.

P. Piovani, Giusnaturalismo ed etica moderna, Bari 1961, n. ed., a cura di F. Tessitore con due note di N. Bobbio e G. Calogero, Napoli 2000.

Id., Oggettivazione etica e assenzialismo, a cura di F. Tessitore, Napoli 1981.

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