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Raffaele Feola » 8.L'adesione dei nuovi Stati


Gli anni ‘70 e l’allargamento dell’Europa

Con l’uscita dalla scena politica del generale de Gaulle (a seguito dell’elezione a Presidente di Georges Pompidou nel 1969) si aprirono rinnovati spazi per i sostenitori dell’ampliamento della Comunità. Tra questi ultimi vi fu certamente il nuovo cancelliere tedesco, il socialdemocratico Willy Brandt. La cooperazione politica europea tornava di attualità. La dotazione di risorse finanziarie non direttamente subordinate alla volontà di perseguire una sintonia nelle politiche estere ed agricole, nonché il proposito di allargare gli spazi di rappresentanza offerti dal Parlamento europeo rendevano più facili le trattative per l’adesione di Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca.

L’allargamento della Comunità fu sancita da un trattato sottoscritto il 22 giugno 1972; dal 1° gennaio 1973 i Sei diventavano Nove. I nuovi arrivati si impegnavano a rispettare tutto il sistema istituzionale e giuridico quale si era venuto componendo in un tormentato ma complessivamente fecondo quinquennio di attività e di sforzi di integrazione. Furono naturalmente stabilite nuove norme per il Consiglio, aumentato il numero dei deputati nel Parlamento, ampliata la Commissione e la Corte di Giustizia.

Georges Pompidou (1911-1974)

Georges Pompidou (1911-1974)

Willy Brandt (1913-1992)

Willy Brandt (1913-1992)


Dalla CECA alla CED (Comunità Europea di Difesa)

L’ingresso della Gran Bretagna concludeva un cammino che era iniziato nei primi anni Sessanta e che era mosso dalla constatazione inglese di non poter rimanere a lungo estranea ad un processo di trasformazione e di sviluppo europeo di dimensione epocale. Il notevole ed evidente successo, anche solo dal punto di vista economico, rendeva per il governo inglese indispensabile far parte di un processo di concentramento e di aggregazione del potere. Rimaneva per la Gran Bretagna il grave ostacolo degli scambi commerciali privilegiati con i paesi del Commonwealth e della protezione del sistema agricolo dell’isola. I conservatori inglesi miravano a conservare i rapporti privilegiati con Australia, Nuova Zelanda e Canada, ma anche i laburisti erano sostanzialmente in difficoltà con i loro elettori per cambiamenti che avrebbero certamente mutato molti aspetti della vita quotidiana.

Le resistenze inglesi e l’intransigenza di de Gaulle posero così ostacoli apparentemente insormontabili, acuiti certamente da gravi motivi di politica estera e dei rapporti con il governo USA. Ostacoli che solo l’attenuarsi delle reciproche difficoltà consentì di superare le reciproche diffidenze ed a siglare l’ingresso nella comunità di nuovi partners.

L’allargamento al 1 gennaio del 1973

L'allargamento al 1 gennaio del 1973


L’adesione inglese e le polemiche “neogolliste”

L’ingresso di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca fu un grande successo per i sostenitori del grande progetto europeo, ma provocò – nonostante le cautele e la previsione di un periodo di adeguamento di cinque anni – gravi difficoltà nella vita comunitaria.

La diversità anche strutturale degli interessi dei nuovi Stati membri, le loro tradizioni, il sistema economico comportarono continue tensioni e corrispondenti defatiganti sforzi di conciliazione. Tali tensioni si scaricarono soprattutto nella Commissione; la semplice minaccia di uno solo degli Stati di apporre il proprio veto obbligava a decisioni spesso poco incisive o addirittura contraddittorie. A ciò si aggiunsero le gravi ripercussioni della crisi energetica.

Ritornavano i temi della polemica gollista e di fronte alle incertezze inglesi testimoniate dal governo laburista di Harold Wilson, i leaders mostrarono di voler seguire il cammino degli incontri decisivi dei capi di Stato supportati dall’intervento delle popolazioni interessate sia attraverso la chiamata alle urne referendarie che l’elezione diretta del Parlamento europeo.

Harold Wilson (1916-1995)

Harold Wilson (1916-1995)


Il Parlamento e la rappresentanza democratica

L’influenza determinante dei governi e la maggiore legittimazione democratica da parte dei popoli attraverso il Parlamento erano le due facce della stessa strategia che tendeva ad erodere il potere della Commissione e la possibilità di rafforzare le prospettive federaliste ed unitarie.

Si confermava la volontà di mantenere la rotta comunitaria nel solco dell’accordo tra gli Stati – nazione, i cui governi dovevano garantirsi attraverso accordi al massimo livello dei capi di Stato senza delegare ad istituzioni comunitarie e non direttamente subordinate.

La politica estera diventava decisiva e più importante degli stessi risultati economici: era la via più aspra e tormentata della compensazione continua degli interessi e del negoziato sistematico, tanto più importante perché risultava sempre più stretto il legame tra equilibri interni ai singoli Stati e politica comunitaria, tra consenso elettorale e costruzione di un nuovo modello sovranazionale. A compensare tali difficoltà doveva servire l’elezione diretta del Parlamento europeo, che fu stabilita per il 1978 e che si tenne però solo nel 1979 con una partecipazione popolare assai diversificata per i singoli paesi.

I limiti di assetto istituzionale dell’Europa

Gli anni Settanta si chiudevano così con riaffermazioni di principio, ma con sostanziali riconoscimenti della supremazia degli Stati, concretizzatisi non solo con l’istituzionalizzazione del Consiglio Europeo dei vari capi di Stato, ma col mantenimento del diritto di veto e della filosofia del compromesso di Lussemburgo. Era una via ben diversa da quella prospettata nel 1975 dalla Commissione secondo cui l’unificazione doveva essere diretta e realizzata tramite un sistema di governo composto da autorità indipendenti rispetto ai governi statati. Era una strategia che mirava ad una Unione fondata su istituzioni comunitarie legittimate dal progresso della società, dell’ambiente, della ricerca, delle diverse esigenze regionali. Era evidente che ciò implicava il trasferimento di porzioni di sovranità e di competenze, come punte di crescenti risorse finanziarie. Tali proposte istituzionali ebbero scarso successo fatta eccezione per la costituzione di un importante Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR). Invece la crisi economica portò ad un risultato importante raggiunto attraverso l’accordo dei capi di Stato.

Il logo dei FESR (Fondi di Sviluppo Regionale Europeo)

Il logo dei FESR (Fondi di Sviluppo Regionale Europeo)


Il “serpente” monetario europeo e la nascita dell’ECU

Si stabilì così la creazione di un Sistema Monetario Europeo (SME) che aveva l’obiettivo di creare una circolazione monetaria stabile al riparo della speculazione e delle eccessive oscillazioni nei cambi. A tale scopo fu creato l’ECU (unità di conto europea) per garantire una migliore gestione dei principali strumenti finanziari a favore della Comunità.

Si può concludere che gli anni Settanta segnarono il decisivo ritorno alla ribalta dei Capi di Stato anche attraverso il Consiglio Europeo che si affermò come l’organismo supremo e decisivo della Comunità. Ma ciò non significò l’azzeramento delle istituzioni comunitarie stabilite a Roma nel 1957; anzi specialmente la Corte di Giustizia si mosse con spirito innovatore riaffermando il ruolo preminente della legislazione comunitaria rispetto alle normative nazionali sulla base di un’interpretazione estensiva del Trattato di Roma. Si affermava un ruolo alla partecipazione dei cittadini europei teso a far valere i nuovi diritti supportato dalla possibilità di una partecipazione politica che prevedeva a partire dal 1979 l’elezione diretta del Parlamento Europeo.

Un ECU che ritrae Beethoven emesso dalla Bundesbank nel 1993

Un ECU che ritrae Beethoven emesso dalla Bundesbank nel 1993

Un manifesto europeista del PSI, campagna tesseramento 1978

Un manifesto europeista del PSI, campagna tesseramento 1978


La fine di Bretton Woods e l’integrazione monetaria: il dibattito in Italia

Non si trattò dunque di un vero e proprio arretramento, ma di una pausa nel progresso delle istituzioni. Se mai si può riconoscere una battuta di arresto nella realizzazione del progetto federalista o anche di un’Unione Monetaria, che fu quanto meno tentata dopo la crisi monetaria seguita alla decisione di Nixon di porre fine nel 1971 alla convertibilità del dollaro stabilita dall’accordo di Bretton Woods del 1944.

L’idea di Europa rimaneva dunque viva e seppe superare anche questo decennio di difficoltà dovuto non poco alle ambizioni nazionali, ma anche, specie per l’Italia, travagliata da una complessa crisi della società e della cultura a partire dal 1969 e dalle lotte sindacali ed operaie seguite all’”autunno caldo” ed al ruolo dei partiti di sinistra nella politica interna e nelle strategie internazionali.

Manifesto di una iniziativa su temi economico-monetari europei indetta dai socialisti nel 1980

Manifesto di una iniziativa su temi economico-monetari europei indetta dai socialisti nel 1980


Rafforzare il corso dell’integrazione: Schimdt

La debolezza sul piano monetario e di bilancio di paesi come l’Italia fu in qualche modo riassorbita dall’introduzione del Sistema Monetario Europeo (SME) voluto fortemente dalla Germania e dal suo cancelliere Schmidt; esso costituiva un piccolo ma significativo passo non solo per risolvere le questioni monetarie, ma anche per supportare le decisioni politiche di assicurare coerenza ed identità allo sviluppo delle democrazie europee.

L’identità europea fu peraltro fortemente aiutata dall’azione della Corte di Giustizia tendente costantemente a riaffermare che la sottoscrizione dei trattati da Roma in avanti rendeva incompatibili le norme nazionali in contrasto non solo con le norme comunitarie, ma anche con il concetto stesso ed i principi ispiratori dei trattati. Tale giurisprudenza non solo impediva una retromarcia rispetto agli impegni assunti, ma rendeva i cittadini dei singoli Stati protagonisti e parte attiva di un processo che non poteva essere lasciato solo alle alterne vicende dei rapporti tra governi e contingenti interessi dettati da vicende internazionali.

Helmut Schmidt (1918). Fonte: © TIME

Helmut Schmidt (1918). Fonte: © TIME


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