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Raffaele Feola » 5.L'Italia e l'Europa


La politica interna e i Trattati di Roma

Giovanni Gronchi, primo presidente della Repubblica democristiano, ed Antonio Segni, presidente del Consiglio, rappresentavano le massime cariche dello Stato quando nel marzo del 1957 furono firmati i Trattati di Roma. Fu un avvenimento che avrebbe cambiato la storia del nostro Paese, ma che allora solo i più lungimiranti tra gli intellettuali e gli uomini politici rimasero scettici di fronte ad un cambiamento così radicale. La Confindustria ebbe piuttosto il timore (dopo le barriere protezionistiche del passato fascista) che l’apertura delle frontiere, benché graduale, avrebbe messo in ginocchio l’industria italiana. Timori infondati visto che l’industria affrontò e vinse la partita della concorrenza in Europa e produsse in Italia un periodo di espansione senza precedenti.

Il cammino sul fronte Comunitario appare tanto più significativo ed importante se si pensa alla difficile situazione politica italiana ed alla crisi della strategia centrista.

Governi che erano continuamente in bilico per i conflitti interni al partito di maggioranza relativa, diviso in “correnti” fortemente in competizione tra loro, seppero dar vita ad una serie di riforme fondamentali per la nostra democrazia, riforme come quella della Corte Costituzionale, affidata alla Presidenza di Enrico De Nicola.

Giovanni Gronchi (1887-1978). Fonte: Wikimedia Commons

Giovanni Gronchi (1887-1978). Fonte: Wikimedia Commons


L’Europa terza via politica ed economica

La continua ricerca della stabilità non impedì l’iniziativa e, in parte, la realizzazione di vasti programmi di sviluppo economico-sociali. L’Italia guardava più all’Europa ed all’Occidente, sospinta anche dalla riflessione politica e dalle grandi sollecitazioni che venivano dall’Oriente: su tutte il XX Congresso del Partito comunista sovietico sotto la direzione di Nikita Kruscev (dopo la morte di Stalin) e l’invasione armata e la feroce repressione di Budapest.

L’Italia già nel 1955 registrava un importante progresso della propria economia, un progresso che doveva trasformarsi nel “miracolo economico” degli anni 1958-63.

Al quadro di forte evoluzione della politica e dell’economia contribuì nella seconda metà degli anni cinquanta il progressivo avvicinamento del PSI al governo sulla spinta prodotta dalla crisi ungherese e dagli esiti del XX congresso del PCUS.

La frattura ormai insanabile tra PSI e PCI assumeva una prospettiva determinante per la politica italiana in generale ed europea in particolare. Ma più in generale la forte accelerazione della spinta economica presso occidente caratterizzò la seconda metà degli anni cinquanta. La stessa alleanza atlantica acquistava un significato nuovo che tendeva ad integrare la sua natura militare con quella più ampia di spazi e prospettive di collaborazione economico-politica.

Integrazione economica e governo dell’Europa

Tutto ciò contribuì allo sviluppo della politica europeista, specialmente dopo la fine del regime di occupazione nella Germania di Borrer. La CECA aveva sancito anch’essa la fine della guerra ed aperto a scenari economici e politici assai più ampi di integrazione tra gli Stati componenti.

I sostenitori dell’Unione Europea, a partire da Spaak, poterono così sostenere e portare a compimento la formazione di un imponente tessuto normativo (sancito con i Trattati di Roma), che, come si è detto, era una straordinaria miscela di progetto culturale e politico ma anche di attenzione alle esigenze pratiche di sviluppo.

Oltre a creare un enorme mercato di quasi centottanta milioni di cittadini consumatori, si lanciava il ben più importante processo di realizzazione di un’armonica legislazione comune specie nel campo finanziario e sociale. Non si trattava dunque di una semplice soppressione delle barriere doganali, ma della base di un vera e propria futura integrazione politica.

Paul-Henri Spaak (1899-1972)

Paul-Henri Spaak (1899-1972)


La politica interna e la questione europea

A tale riguardo la classe politica italiana partecipò con posizioni ed impegno assai diversi. I partiti di governo, quando il Parlamento fu chiamato a ratificare gli impegni sottoscritti, votarono a favore, ma anche i socialisti non si mostrarono contrari e sostanzialmente appoggiarono la strategia dei trattati. Solo il PCI votò contro soprattutto per motivi di schieramento internazionale, che, almeno fino alla morte di Togliatti (1964), seguì una politica di assoluto allineamento con l’Unione Sovietica.

In effetti le decisioni prese dall’Italia, con l’impostazione già data dalla DC, avevano segnato un cammino di stretta interazione tra fenomeni politici ed economici. Del resto la rottura con il PCI dopo l’approvazione della Costituzione si era già ampiamente manifestata specie nelle politiche di libero scambio ed in particolare sulla scelta di De Gasperi di partecipare a pieno titolo al Programma per la ripresa europea (ERP).

Un manifesto comunista del 1963 di forte taglio antieuropeista

Un manifesto comunista del 1963 di forte taglio antieuropeista


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