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Raffaele Feola » 14.Dall'Unione Monetaria all'ulteriore allargamento della Comunità


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Senza dubbio la principale modifica introdotta dal Trattato nella vita dei cittadini europei fu l’Unione Economica e Monetaria. Le basi erano state concordate fin dal 1990 e consistevano prima di tutto in un coordinamento della politica monetaria inizialmente di concerto con le banche centrali statali. Era previsto un percorso che portasse alla convergenza attraverso alcuni parametri da rispettare: limitare il deficit al 3% del PIL, contenere l’inflazione e rispettare i prestabiliti margini di fluttuazione delle monete. Era previsto che se almeno sette Paesi su dodici avessero rispettato sostanzialmente questi criteri si sarebbe potuto passare alla fase della vera e propria Unione Monetaria a partire dal 1997. Alla Gran Bretagna fu concesso la possibilità di non seguire tale itinerario che doveva condurre alla creazione della Banca Centrale Europea.
Oltre l’obiettivo evidentemente politico, la prospettiva dell’UEM mirava ad un coerente sviluppo economico basato sulla stabilità e sul contenimento dell’inflazione.

Unione Economica e Monetaria

Unione Economica e Monetaria


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Contro le tentazioni inflative doveva ergersi infatti una BCE assolutamente indipendente rispetto alle temute interferenze politiche nazionali: le stesse banche centrali statali era previsto che dovessero astenersi da pressioni indipendentemente da qualsiasi spinta o anche da esplicite istruzioni governative.
La BCE fu concepita come una roccaforte indipendente anche rispetto alle altre istituzioni comunitarie; i suoi organi decisionali sarebbero stati un Consiglio Direttivo e un Comitato esecutivo. L’architettura della BCE esprimeva in tal modo l’orientamento di quella classe dirigente europea che aveva visto in Delors il suo più illuminato interprete. L’UEM dove procedeva trainando la realizzazione dell’Unione anche attraverso tappe ravvicinate di scelte economiche coerenti anche se la moneta unica concepita come perno del sistema non sarebbe entrata immediatamente in vigore e doveva aspettare la fine degli anni ‘90.
Il trattato apriva dunque ad una nuova erosione dei diritti legati alla sovranità nazionale, imponendo requisiti “virtuosi” e soglie per le politiche nazionali specie per le strategie di bilancio e la limitazione dei compiti delle rispettive Banche Centrali.

Euro

Euro


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

A ciò doveva servire l’autonomia della BCE e soprattutto l’autorevolezza del suo Comitato esecutivo, la cui composizione peraltro lasciava aperto un margine assai relativo al Consiglio Europeo. Per il Comitato esecutivo infatti era prevista la composizione di un Presidente, un Vicepresidente e quattro componenti, nominati, è vero, dal Consiglio Europeo ma per la durata rassicurante di otto anni e per la possibilità di decidere a maggioranza semplice. Criterio rassicurante anche nei confronti del Consiglio Direttivo, al quale era stabilita dal Trattato la partecipazione dei governatori delle banche nazionali partecipanti. Un ruolo dunque fondamentale anche se temperato dall’art. 190 del Trattato che prevedeva una competenza non marginale dell’Ecofin, il Consiglio dei ministri finanziari dei singoli Stati.
La creazione dell’Unione Monetaria era basata su strategie di politiche economiche care alla dirigenza e tutte aderenti ai principi del rigore di cui fu in sede di trattative il principale assertore il Cancelliere tedesco Kohl. Quest’ultimo voleva legare strategicamente la Germania all’Europa, ma non rinunciare ai principi che avevano consentito la straordinaria ripresa del sistema economico tedesco.

Helmut Kohl

Helmut Kohl


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Era un modo per rendere virtuosi paesi come l’Italia (sulla cui effettiva partecipazione all’UEM non pochi dubbi sussistevano), ma soprattutto per creare un polo decisionale indenne rispetto alle oscillazioni delle politiche governative. Una visione forte circa il primato di regole economiche prescelte indipendentemente da pressioni provenienti dagli stessi organi rappresentativi comunitari. Infatti il Parlamento europeo non solo non aveva il potere di modificare in alcun modo la normativa riguardante la BCE, ma neanche di intervenire sulle sue scelte o sugli stessi orientamenti espressi dalla sua Presidenza, nonostante che fosse prevista la presentazione da parte di quest’ultima di un rapporto annuale. I banchieri avevano solo un obiettivo ed un compito: quello di assicurare all’Unione la stabilità monetaria.
Naturalmente si può discutere su tali scelte che rendevano difficile la gestione politico-economica nei singoli Stati e nelle diverse realtà sociali e produttive. Fatto sta che tutto l’impianto ruotava attorno alla regola espressa dall’art. 105: la stabilità monetaria ed il conseguente controllo sulle politiche di bilancio.

L’Europa e la moneta unica

L'Europa e la moneta unica


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Non si era dunque arrivati allo Stato federale tanto vagheggiato dalle avanguardie europeiste ma si era creato un organismo tipico e caratterizzante di uno Stato federale, anche se si trattava solo di un elemento all’interno di un complesso istituzionale che lasciava larghissimo spazio agli esponenti politici nazionali attraverso il Consiglio Europeo. L’UEM era anche una strada per esercitare una crescente influenza sulla politica mondiale in coerenza sostanziale con gli interessi di fondo dei singoli Stati europei. L’Unione Monetaria toglieva a questi ultimi spazi di manovra, ma offriva lo scudo di un mercato più sicuro ed efficiente e, nello stesso tempo, la rassicurante prospettiva di camminare, di continuare a procedere sulla rotta intrapresa alla metà degli anni Cinquanta.

Europa

Europa


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

La previsione dell’UEM non fu certo la sola innovazione profonda che scaturì dal Trattato di Maastricht. Quest’ultimo modificò in profondità molti punti del Trattato CEE dando nuove competenze alla Comunità e nuovi obiettivi alla sua azione nella direzione ribadita dall’AUE di una politica di coesione non solo economica ma anche sociale.
La creazione di fondi strutturali e la previsione di previdenze miravano allo sviluppo attraverso la riduzione delle zone di sofferenza sociale e di ritardo di regioni meno favorite. Si prevedevano inoltre meccanismi di intervento destinati a finanziare grandi progetti nel campo dell’ambiente e delle reti di comunicazione. Ciò comportava un arricchimento di competenze esemplificato dalle aree di intervento comunitario attribuito alla Commissione; le venne dato il compito di proporre autonomamente iniziative politiche per la cultura, l’istruzione, l’ambiente, i trasporti.
Ancor più importante va considerato l’aver inserito i problemi della giustizia e degli affari interni tra gli ambiti di interesse comunitario con riguardo alle questione della cooperazione giudiziaria, alle frodi internazionali, all’immigrazione al lavoro delle polizie. Era una traccia importante in cui va inserito il successivo Trattato di Amsterdam del 1997 che rafforzò gli spazi di intervento in materia di Giustizia ed affari interni (GAI).

Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Era una risposta indispensabile di fronte alla maggior quantità di reati provocati all’espandersi dell’economia e dalla libertà di movimento di uomini e di merci. Tutti tasselli che andavano a confermare la svolta di Maastricht e che crearono le premesse per un ulteriore allargamento dell’Unione.
Le prospettive europee aperte a Maastricht davano la possibilità di attuazione di un progetto, che già alla fine degli anni Ottanta Jacques Delors aveva prefigurato come necessario. I nuovi candidati ad entrare nell’Unione erano stati individuati tra quei Paesi vicini e economicamente complementari (come Svezia, Norvegia, Austria, Finlandia) al mercato comune. Il Consiglio Europeo di Lisbona nel giugno del 1992 si espresse favorevolmente all’esame delle candidatura dando il via ad un processo di allargamento assai più rapido del previsto anche se il Parlamento voleva evitare che l’allargamento ritardasse riforme istituzionali ritenute prevalenti. Tali erano – tra l’altro – la riduzione dei componenti della Commissione e la responsabilità dei commissari rispetto al Parlamento ed al Consiglio.

Parlamento Europeo

Parlamento Europeo


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Un problema di non poco conto peraltro quello della rappresentanza in funzione della popolazione dei singoli Stati. Quelli più grandi volevano soprattutto evitare gli effetti negativi dell’estensione automatica dei criteri di rappresentanza vigenti rispetto alla composizione della Commissione, nonché sul turno di presidenza e sul ruolo di un collegio divenuto difficilmente governabile. Ciò nonostante si decise per l’allargamento alla Svezia, Austria, Finlandia e Norvegia con un compromesso tra le diverse posizioni. I referendum in cui furono chiamati i cittadini dette esito positivo per tre di essi (Svezia, Finlandia ed Austria), negativo per la Norvegia. L’UE diventava così un organismo di quindici Stati a partire dal 1° gennaio 1995 contando ben 370 milioni di abitanti ed un territorio di oltre tre milioni di Km2.
Una realtà ormai matura e tanto forte da attrarre nuove richieste di adesione, che furono presentate (Malta, Cipro) già alla metà degli anni Novanta.

Europa

Europa


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Tale processo coincise con la fine del mandato di Delors e con la scelta del suo successore. Non fu una decisione facile, ma alla fine prevalse il candidato lussemburghese (appoggiato prevalentemente dalla Germania) il democristiano Jacques Santer, che doveva affrontare i gravi problemi dell’applicazione del Trattato e le tensioni politiche ed economiche di una crescita che alcuni Stati (Gran Bretagna in testa) giudicavano troppo rapida ed impegnativa. In effetti la velocità acquisita dal processo di integrazione era tale da superare gli ostacoli ed anzi di ampliare il numero degli Stati membri fino a comprendere le nuove democrazie dell’Europa orientale.
Per risolvere i problemi aperti da una crescita assai rapida, conseguenza delle grandi aspettative generate dal Trattato di Maastricht, si decise di affrontare il complesso delle questioni in un vertice convocato ad Amsterdam nel giugno 1997.
Un diffuso pessimismo sulla situazione economica e sulle sue ricadute sociali alimentava un clima di incertezza che metteva in difficoltà il cammino dell’Unione e indeboliva la locomotiva tedesca che di tale processo era stata protagonista essenziale. Certo rimaneva in prima linea un europeista convinto come Kohl, ma il nuovo presidente Santer non aveva né il carisma, né gli appoggi di Delors.

Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

I problemi erano molti ed andavano dalla riforma della Commissione al sostegno pubblico delle politiche sociali caldeggiato da Jospin.
Rimaneva sullo sfondo il tema delle nuove adesioni e di un meccanismo politico-istituzionale che andava necessariamente rivisto. Anche per tale motivo dopo il varo dell’UEM, l’unione politica segnava il passo.
Il Consiglio europeo di Amsterdam si risolse con un accordo su posizioni estremamente prudenti. La Francia finì con l’accettare un semplice impegno sulle politiche sociali e sull’affiancamento al Patto di stabilità di un impegno dell’Unione a favorire la creazione di una nuova occupazione e di sostegno alle politiche sociali. I governi si impegnavano peraltro a dare alle singole politiche nazionali a favore dei lavoratori un indirizzo coerente con quello della politica economica comunitaria.

Lionel Jospin

Lionel Jospin


Dall’Euro all’allargamento dell’Europa

Veniva ribadita in tale contesto la necessità del Patto di Stabilità sui bilanci pubblici.
Il Trattato di Amsterdam lasciava aperta la porta alle nuove adesioni senza peraltro modificare in modo significativo l’impianto istituzionale esistente, prevedendo almeno per un periodo di cinque anni il criterio base dell’unanimità delle decisioni, ma anche la possibilità di una cooperazione rafforzata tra gli Stati membri. Anche in forza di tali decisione nel maggio del 1998 venivano indicati gli undici Paesi che entravano a far parte dell’area dell’euro ossia della moneta unica (Austria, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna). A partire dal 1° gennaio 1999 aveva così inizio effettivo il corso legale dell’euro con la fissazione del tasso di cambio delle monete partecipanti. Il varo della fase finale dell’UEM stabiliva così un nuovo tassello nel processo di integrazione, un motore non solo valido sotto il profilo economico, ma anche sotto quello politico – istituzionale e del successivo processo di allargamento.

Firma del Trattato di Amsterdam

Firma del Trattato di Amsterdam


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