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Matteo Pizzigallo » 9.Il difficile cammino della pace nell'Oriente mediterraneo


Il nuovo scenario mediterraneo

La crisi di Suez (vedi lezione n.7) ed i suoi successivi sviluppi avevano segnato il definitivo ed irreversibile tramonto del ruolo dominante svolto, per oltre un secolo, da Inghilterra e Francia sulle relazioni euromediterranee. Ormai alla fine degli Anni Cinquanta e, soprattutto nei decenni successivi, la leadership mediterranea passava direttamente nelle mani delle due superpotenze, Stati Uniti ed Unione Sovietica, all’epoca in permanente ostile coesistenza competitiva. In questo contesto, anche nello scacchiere mediterraneo si riprodusse uno schema di contrapposizione bipolare.
Alla solidarietà politica e alle rilevanti forniture militari stabilmente garantite dall’Unione Sovietica (in cambio dell’uso di basi navali) all’Egitto, alla Siria e poi anche alla Libia (all’indomani della ‘rivoluzione’ guidata da Gheddafi) si contrappose l’aperto e permanente sostegno diplomatico, economico e militare assicurato dagli Stati Uniti ad Israele, sin dalla sua nascita sempre circondato da Paesi arabi nemici ma che, con le forniture sovietiche di armi, stavano diventando di anno in anno sempre più pericolosi.
Intanto nel 1964 nasceva l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, OLP, di cui ben presto Arafat avrebbe assunto la guida.

Mediterraneo armato

Un caccia sovietico naviga nel Mediterraneo “curiosamente” affiancato alla portaerei americana Saratoga

Un caccia sovietico naviga nel Mediterraneo "curiosamente" affiancato alla portaerei americana Saratoga


La stagione dei conflitti

L’irriducibilità del contrasto (sul diritto all’esistenza di Israele e sul problema della Palestina e dei suoi disperati abitanti) fra la coalizione araba guidata dall’Egitto e lo Stato di Israele fu alla base delle guerre arabo-israeliane del giugno 1967 e dell’ottobre 1973. Le due guerre, soprattutto la prima, segnarono una forte supremazia militare dello Stato d’Israele ed aggravarono oltre misura la tragedia dei palestinesi scacciati anche dai nuovi territori, che gli israeliani avevano conquistato (nel 1967) e dove stavano insediando (soprattutto in Cisgiordania) i propri coloni.
La questione della Palestina, la ferita aperta nel cuore del Vicino Oriente, diventò ben presto la ‘madre’ di tutte le questioni, complicando le relazioni euromediterranee non solo perché si intrecciava alla preesistente contrapposizione USA-URSS; ma anche per le sue ripercussioni sui rapporti politici tra i Paesi europei consumatori e i Paesi arabi produttori di petrolio, i cui prezzi (sotto lo sguardo compiaciuto dell’Urss autosufficiente dal punto di vista energetico) venivano usati come una micidiale arma per destabilizzare e disarticolare il sistema economico occidentale.

Il Presidente egiziano Sadat (successore di Nasser) e il leader dell’OLP Arafat nel 1973

Il Presidente egiziano Sadat (successore di Nasser) e il leader dell'OLP Arafat nel 1973


La stagione delle speranze di pace

Dopo un lungo periodo di contrasti, di attentati, di rivolte, di repressioni, di stragi, (tragicamente nota quella avvenuta nel 1982 nel campo profughi palestinesi a Sabra e Chatila in Libano) la questione palestinese nei primi Anni Novanta, in un quadro internazionale profondamente mutato (soprattutto per effetto della dissoluzione dell’Unione Sovietica) cominciò lentamente ad incanalarsi verso una possibile soluzione diplomatica. Prima attraverso una serie di accordi fra lo Stato di Israele e l’Egitto (1979) e poi attraverso accordi diretti con l’OLP.
Per la prima volta infatti fu segretamente avviato, nel 1993, un negoziato diretto bilaterale fra lo Stato d’Israele e l’OLP. Il negoziato si svolse ad Oslo, durò circa sei mesi e culminò con un importante trattato firmato poi a Washington, alla presenza del presidente americano Clinton, il 13 settembre 1993, dal premier israeliano Rabin e dal leader palestinese Arafat.
In forza di questo trattato fra Stato d’Israele e OLP, dopo il reciproco riconoscimento fra le due Parti contraenti, venivano poste le basi per l’avvio del graduale ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati (a partire dalla città di Gerico in Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza) che sarebbero stati amministrati dai palestinesi. Il 4 giugno 1994 veniva istituita l’Autorità Nazionale Palestinese con giurisdizione su Gerico e sulla Striscia di Gaza: il primo embrione di quello che sarebbe dovuto diventare il tanto atteso autonomo Stato palestinese che però, a tutt’oggi, non riesce ancora a nascere.

Il faticoso cammino della pace

La “storica” stretta di mano fra Rabin ed Arafat, 1993

La "storica" stretta di mano fra Rabin ed Arafat, 1993


Un’equazione a troppe incognite

Purtroppo, nel volgere di pochi anni, il costruttivo ’spirito di Oslo’ ben presto evaporò e il cammino della pace in Oriente divenne nuovamente impervio ed irto di ostacoli alternativamente disseminati, con modalità, finalità e tempi diversi, dagli opposti estremisti di entrambe le Parti in causa.
Nel giugno del 2007 le strutture paramilitari del partito islamico Hamas (che l’anno precedente aveva battuto alle elezioni politiche palestinesi il partito Al Fatah guidato, dopo la morte di Arafat, dal presidente dell’ANP Abu Mazen) assumevano il controllo totale della Striscia di Gaza.
Il miliziani di Hamas ribadivano il loro assoluto rifiuto di riconoscere la legittimità dello Stato d’Israele e quindi di negoziare con i suoi rappresentanti.
Inoltre, dopo un duro scontro, i miliziani espellevano con la forza dalla Striscia di Gaza le organizzazioni politico-militari di Al Fatah e tutti i funzionari pubblici leali al ‘moderato’ presidente Abu Mazen.

Il presidente palestinese Abu Mazen fra i suoi sostenitori

Il presidente palestinese Abu Mazen fra i suoi sostenitori


L’ultimo attacco a Gaza

Il governo israeliano mise subito in atto una serie di contromisure di sicurezza culminata con la definitiva chiusura dei valichi di frontiera e il blocco totale della Striscia di Gaza. Una vera e propria blindatura israeliana di Gaza, che impediva persino il transito dei convogli umanitari di soccorso per la sfinita popolazione civile.
Nel corso del 2008 i miliziani di Hamas intensificarono i lanci di razzi contro le città più vicine, cui sistematicamente seguivano le rappresaglie israeliane. Si alimentava così un micidiale meccanismo ‘azione-reazione’ destinato a far salire in maniera incontrollata la tensione. Dopo il mancato rinnovo della tregua d’armi, la situazione esplose: e i rimedi furono peggiori del male.
Il 28 dicembre 2008 l’esercito israeliano scatenava un massiccio violento attacco a Gaza mietendo un numero altissimo di vittime non soltanto fra i miliziani, ma anche e soprattutto fra l’inerme e stremata popolazione civile.
Lo sproporzionato attacco israeliano, severamente condannato dai Paesi arabi e da alcuni Governi europei, creò intenso allarme e preoccupazione in tutta la comunità internazionale. Ai primi di febbraio 2009, grazie alla paziente diplomazia segreta di alcuni Paesi arabi, Egitto in testa, ha finalmente visto la luce una nuova tregua d’armi di diciotto mesi. Sarebbe molto auspicabile che, nei prossimi mesi, con la spinta congiunta della nuova Presidenza americana e dell’Unione Europea, potesse finalmente riprendere il cammino della pace fra Israele e Palestina: due Popoli, due Stati. Una pace giusta, durevole, presidiata dal consenso di entrambe le Parti.

Bombe su Gaza


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