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Emilia D'Antuono » 9.Questioni di fine vita


Etica e Bioetica

Questioni di fine vita

La morte, un «fatto» separato dalla vita? L’«interdizione»

«Nel XX secolo la morte ha rimpiazzato il sesso come principale interdizione. Una volta si diceva ai bambini che erano nati sotto un cavolo, ma essi assistevano alla grande scena degli addii nella camera da letto e al capezzale del morente. Oggi i bambini sono iniziati, fin dalla più giovane età alla fisiologia dell’amore e della nascita, ma quando non vedono più il nonno e domandano il perché si risponde loro, in Francia, che è partito per un grande viaggio molto lontano, e, in Inghilterra, che riposa in un bel giardino in cui spunta il caprifoglio. Non sono più i bambini che nascono sotto i cavoli, ma sono i morti che scompaiono tra i fiori».

Ph. ARIES, L’uomo e la morte dal medioevo ad oggi, Bari, 1980.

Dalla morte come evento al processo del morire

L’attenzione bioetica e giuridica verso il morire inteso come «un processo di cui non è possibile descrivere e definire i tempi»(Rodotà), non sovrapponibile alla morte come momento che arresta il tempo della vita.

Il morire in quanto «processo», segmento temporale non quantificabile contrassegnato da bisogni specifici, non identificabile con l’interruzione irreversibile della vita, esige intervento umano: ausilio (nell’accezione più ampia del termine), definizione di regole, diritti, doveri.


La fine del processo: definizione di morte

Storicità delle definizioni e dei criteri

  • Criteri di accertamento tradizionali: respiro, cuore
  • A partire dagli Anni Sessanta del XX secolo le tecniche rianimatorie e l’utilizzo di macchine vicarianti consentono il mantenimento di attività vitali, cardiovascolari, respiratorie etc anche in assenza di attività cerebrale.
  • Nel 1968 il Comitato ad hoc dell’Università di Harvard formalizza la definizione di morte cerebrale e ne stabilisce i criteri.

La definizione legale

Assunzione giuridica della definizione di morte cerebrale nella maggior parte dei paesi del mondo.

Italia: art. 1 legge 579 29 dic. 1993 recita «la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo»

CNB, Definizione e accertamento della morte dell’ uomo, parere

Morte corticale e stato vegetativo

Si parla di morte cerebrale nel caso della cessazione di tutte le funzioni conseguente ad un danno irreversibile che riguarda tanto la zona tronco-encefalica quanto quella corticale (dove per lo più vengono collocate le funzioni “superiori”).

Si è discusso della possibilità di considerare morti quei pazienti nei quali si è verificata la sola cessazione dell’attività della corteccia, cessazione indipendente dall’attività del tronco encefalico, il quale continua a garantire le funzioni vitali. Lo stato vegetativo sarebbe allora equiparato alla morte clinica.

CNB, l’alimentazione e l’idratazione dei pazienti in stato vegetativo persistente, parere

CDF, Risposte … circa l’idratazione e la nutrizione artificiale, documento

Una «figura» inedita del morire: la morte artificialmente procrastinata

La correlazione tra etica medica strutturata dal vitalismo medico, le grandi potenzialità della farmacologia e delle nuove tecnologie rendono possibile una dilatazione della durata della «vita biologica» di un morente, anche quando danni provocati da malattie o traumi hanno compromesso irreversibilmente i «beni» che qualificano la vita come «vita umana», hanno cioè distrutto la «vita biografica» (coscienza, relazioni etc.).

La più angosciosa delle condizioni: «né vivo né morto»

Chiarificazione dei termini: vita biologica, vita biografica

  • Vita biologica: comune ad ogni essere vivente.
  • Vita biografica: indica quel complesso di relazioni, esperienze, sentimenti, speranze, aspettative, progetti che specificano la vita come vita peculiarmente umana.

Un testo esplicativo di: vita biologica e vita personale

«La vita biologica, risultato di un processo determinista e programmato, è la continuazione di eventi avvenuti milioni di anni fa, riprodotti in milioni di copie simili le une alle altre e costituiti da strutture trasferibili facilmente dall’uno all’altro. Al contrario la vita personale risultato di un processo indeterminista e non programmato, riflette eventi avvenuti durante la vita di ogni singolo essere umano… la vita personale è la somma di tutte le sue relazioni umane. Soltanto con il concetto di vita personale è possibile capire il valore della vita e il male della morte»

G. F. AZZONE, La rivoluzione dell’etica medica. Il principio di autonomia e la concezione evoluzionista, in «Bioetica», 1/1999

Un drammatico paradosso: la cura diviene «accanimento»

  • L’obbligo di curare, di allontanare ad ogni costo la morte, contrassegno del «vitalismo medico», la possibilità aperte dalla farmacologia e dalle nuove tecnologie rendono facile la drammatica china di un incontrollabile periodo di accanimento terapeutico.
  • L’accanimento terapeutico è la pratica intensiva di terapie ed interventi aventi come finalità la mera sopravvivenza di un malato senza speranza di miglioramento.
  • Eticamente e bioeticamente opportuno il rifiuto, oggi unanime, dell’accanimento terapeutico.

Chiarificazione dei termini: Accanimento terapeutico 1

Rifiuto dell’accanimento terapeutico significa: «rinuncia … all’utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471).

Evitando l’accanimento terapeutico «non si vuole … procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2.278) assumendo così i limiti propri della condizione umana mortale» (cardinale C. M. Martini). Dunque astensione dall’accanimento terapeutico non significa pratica di eutanasia.

Accanimento terapeutico 2

«Mezzi ordinari … quei mezzi che non impongono un onere straordinario per se stessi o per altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggior parte degli uomini, e renderebbe troppo difficile il raggiungimento di beni superiori, più importanti. La vita, la salute, … sono infatti subordinate a fini spirituali» (Pio XII, 1957)

«Nell’imminenza di una morte inevitabile nonostante i mezzi usati, è lecito in coscienza prendere la decisione di rinunciare a trattamenti che procurerebbero un prolungamento precario della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in casi simili» (Congregazione per la dottrina della fede, 1980)

CDF, Sull’ eutanasia, dichiarazione

Chiarificazione dei termini: Interruzione di terapie, abbandono, negligenza

Rifiuto dell’accanimento terapeutico non significa «abbandono terapeutico»: ossia abbandono a se stessi e alle famiglie dei malati terminali, senza assistenza e senza ricorrere ad interventi miranti all’eliminazione della sofferenza.

Né significa «negligenza terapeutica» ossia cure svogliate a chi si valuta non possa farcela.

Chiarificazione dei termini: inguaribile, incurabile, cure palliative

Le cure date a pazienti inguaribili non possono essere identificate con l’accanimento terapeutico.

«Inguaribile» e «incurabile» non sono sinonimi. Esistono infatti malattie inguaribili che sono curabili (anche se la guarigione è impossibile), malattie con cui è possibile convivere anche per moltissimi anni. Le cure, pur non potendo portare a guarigione, consentono un prolungamento della vita, anche di vita «buona», contrassegnata dalla dignità e fornita dei beni che i pazienti «inguaribili» ma curati possono valutare tali per sé e goderne.

Cure palliative. «L’obiettivo delle Cure palliative è il raggiungimento della migliore qualità di vita possibile per i malati la cui malattia di base non risponde più ai trattamenti specifici e per le loro famiglie. Fondamentale è il controllo del dolore, degli altri sintomi e, in generale, dei problemi psicologici, sociali e spirituali» (OMS)

OMS, Dolore da cancro e cure palliative, rapporto tecnico (in inglese – ordinabile)

Cure palliative ed etica dell’accompagnamento

«Molto spesso la fase terminale è unita a sofferenze fisiche atroci. La vera maniera di «accompagnare» il morente sulla soglia della sua morte è quella di intervenire con ogni mezzo e senza alcun risparmio di dosaggio, per attenuare il dolore. E’ vero che esiste un significato positivo del soffrire – e l’etica, soprattutto quella orientata teologicamente deve fare leva anche su questo fattore – ma è vero anche che il soffrire atrocemente disumanizza e fa perdere la possibilità di essere presenti alla propria morte. Sottolineare il valore del dolore non è la stessa cosa che non impegnarsi a ridurlo e a eliminarlo, laddove questo è possibile. [...] Una morte umana è una morte nella quale il dolore fisico non faccia da padrone prepotente; è una morte nella quale anche la medicina palliativa deve contribuire a creare condizioni di possibile consolazione e serenità, nelle quali il morire, pur non perdendo il suo carattere drammatico, non sia tuttavia espropriato definitivamente della sua caratteristica naturalità».

A. AUTIERO, Una morte più umana, in «Famiglia oggi», 33/1988, pp. 38 e sgg.

La necessità di tutele giuridicamente vincolanti

“Maggiore è la capacità del personale sanitario di prolungare vite che altrimenti si spegnerebbero, più diviene necessario per la società creare delle misure che permettano ai pazienti di respingere interventi medici che servano solo a prolungare l’agonia.

E maggiore è la coscienza pubblica del frequente fallimento di tali misure, più è ragionevole per gli individui porsi anticipatamente il problema di come proteggersi nel modo migliore da quello che può tradursi in una vera e propria aggressione nei confronti di vittime indifese e talvolta riluttanti in nome di una battaglia contro la morte. (S. BOK, Eutanasia e suicidio assistito. Pro e contro (1998), Torino, 2001, p. 10)

Forme di tutela: Consenso e dissenso informati

Le Dichiarazioni anticipate di trattamento

I materiali di supporto della lezione

Ph. ARIES, L'uomo e la morte dal medioevo ad oggi, Bari, 1980

G. F. AZZONE, La rivoluzione dell'etica medica. Il principio di autonomia e la concezione evoluzionista, in «Bioetica», 1/1999

A. AUTIERO, Una morte più umana, in «Famiglia oggi», 33/1988, pp. 38 e sgg.

S. BOK, Eutanasia e suicidio assistito. Pro e contro (1998), Torino, 2001, p. 10

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