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Enrica Amaturo » 12.Gli strumenti elementari della conoscenza: concetti, asserti e spiegazioni


Concetto

Concètto [kon'ʧɛtto] dal latino conceptus, derivato da concipere composto da cum e capere, “prendere, prendere insieme, accogliere o volgere nella mente”.

“Il concetto è un ritaglio operato in un flusso di esperienze infinito in estensione e in profondità ed infinitamente mutevole. Il ritaglio si opera considerando globalmente un certo ambito di queste esperienze: ad esempio, unificando alcune sensazioni visive e tattili nel concetto di ‘tavolo’ oppure alcuni stati d’animo nel concetto di rabbia. Effettuato una volta questo conglobamento di sensazioni, ci sarà più facile ripeterlo in casi analoghi, per cui riconosceremo (non senza margini di errore) altri tavoli o altri stati di rabbia. In questa maniera ridurremo gradatamente la complessità e la problematicità del mondo esterno, e quindi accresceremo la nostra capacità di orientamento nella realtà”. (Marradi, 1984, 9-10).

Modi di “ritagliare” le esperienze

“(…) La maniera in cui il ritaglio deve essere di volta in volta operato non è dettata in forma cogente da qualità intrinseche delle nostre sensazioni, ma dipende in larga misura dalle necessità pratiche di un certo individuo, gruppo, società (…) le differenze tra gli ambiti di esperienza che vengono ‘ritagliati insieme in un concetto non sussistono solo fra una società è l’altra, ma anche all’interno della stessa società, fra strati sociali o gruppi professionali o generazioni diverse” (ibidem).

Ciò significa che il modo di ritagliare l’esperienza cambia in base all’utilità che quel concetto ha per un certo individuo, gruppo, società. Ciò perché la formazione dei concetti dipende dalla rilevanza che una determinata esperienza ha per ciascun individuo, gruppo o società. Se la maniera di operare il ritaglio fosse dettata dalle proprietà intrinseche degli oggetti allora tutti gli individui, gruppi e società di ogni tempo e luogo esprimerebbero i concetti utilizzando gli stessi termini.

Anche il trascorrere del tempo può cambiare il significato di un concetto La storia, ad esempio, insegna perfettamente come i concetti siano destinati a mutare nel tempo acquisendo, a seconda dei momenti, connotazioni positive o negative.

Esempi di “ritaglio” delle esperienze

La popolazione eschimese utilizza termini diversi per descrivere vari tipi, aspetti o usi della neve, ma non ne ha uno per individuare la neve in generale. Questo perchè un livello concettuale generale (neve) sarebbe inutile per questa popolazione, dato il ruolo che la neve ricopre nell’esperienza di vita di essa. Per questo è invece più funzionale distinguere ad esempio la neve per costruire gli igloo da quella da sciogliere ed usare poi come acqua da bere, ecc.

I popoli pre-columbiani del Centro America, per i quali invece la neve non ha un ruolo importante nell’esperienza quotidiana, non distinguono la neve dal ghiaccio.

Concetto di ‘fascista’ quando nacque identificava neutralmente un soggetto aderente al movimento creato da Mussolini; in seguito gli avvenimenti storici in un certo senso ‘provocarono’ la modifica di questo concetto, che assunse una connotazione negativa alla fine della guerra.

Altri esempi:

  • I nomadi del Sahara usano decine di concetti diversi di “cammello”
  • i bantù distinguono circa 50 diversi tipi di “palma”
  • i gauchos usano un centinaio di modi diversi di denominare il “cavallo”
  • gli inglesi utilizzano due termini per indicare ‘casa’ (house’ / ‘home’) a differenza degli italiani che ne utilizzano uno solo

I referenti

“Un concetto identifica le entità cui pensiamo, cioè individua i referenti, che possono essere soggetti animati, oggetti inanimati, eventi, stati d’animo, sensazioni, azioni, modi di compiere un’azione, proprietà (come il colore), stati su proprietà (come: bianco), e così via”. (Marradi, 2000)

Non tutti i concetti hanno referenti empirici; alcuni concetti non hanno affatto referenti (astratti).

Esempio

  • Concetto con referente empirico -> Urna
  • Concetto con referente astratto -> Libertà

I concetti “astratti”

“I concetti possono fare riferimento a costruzioni mentali astratte, come tali impossibili da osservare direttamente, come potere, felicità, classe sociale”. (Marradi, 1984)

Infatti esistono concetti non associati ad alcun termine: il concetto svolge il suo compito di organizzazione mentale, senza essere stato denominato.

Se per gli oggetti tangibili, visibili (sedia, lavatrice, ecc.), la condivisione concettuale raramente genera fraintendimenti o equivoci per i concetti che fanno riferimento a costruzioni mentali astratte, è più raro che i soggetti diano una sola interpretazione. Tutto ciò comporta la difficoltà oggettivamente intrinseca nella comunicazione, proprio perché l’univocità dei concetti evocati dai rispettivi termini vale solo per casi molto concreti e ‘fisici’; per i restanti è spesso necessario, per evitare incomprensioni, procedere alla cosiddetta chiarificazione concettuale, cioè all’esplicitazione di ciò che si vuole intendere con uno o un altro concetto. )

Dove si formano i “concetti”?

L’individuo e la società interagiscono nella formazione del patrimonio concettuale sia dell’individuo sia della società, per cui i due patrimoni coincidono.

  • Componente personale: l’individuo, a contatto con la società, forma i suoi concetti immettendo in essi qualcosa di personale che contribuisce alla formazione del concetto stesso
  • Componente interpersonale: consente la comunicazione di esperienze, e del concetto stesso con l’ambiente sociale

“L’equilibrio tra le due componenti varia a seconda dell’età, delle sfere di attività, e anche – naturalmente – delle storie di vita e della psiche dei singoli. Più è ridotta la componente interpersonale più è difficile la comunicazione, riguardo e attraverso quel concetto, fra l’individuo el’ambiente sociale”. (ibidem, 11)

Il termine

I termini sono le parole con cui i concetti vengono resi nel linguaggio comune (denominati); è l’etichetta verbale che, riflettendo il concetto stesso, dovrebbe permettere univocità di comprensione.

“Il termine ha significato generalissimo e può includere ogni specie di segno o procedura semantica, quale che sia l’oggetto cui si riferisce, astratto o concreto, vicino o lontano, universale o individuale”. (ibidem)

Etichettare un concetto con un termine è fondamentale ai fini di ogni processo comunicativo (per la comprensione reciproca). Ma la diretta corrispondenza tra concetto e termine non deve essere data per scontata; da cui l’opportunità di procedere, nel corso di un processo di ricerca, alla chiarificazione concettuale.

Il termine: i criteri di denominazione del concetto

Al pari dei criteri di concettualizzazione, anche quelli di denominazione sono convenzionali. Uno stesso ambito di esperienza può essere denominato in maniera diversa in base a fattori contingenti differenti (storia, cultura, socializzazione, interessi ecc.). Ed è per questo che uno stesso concetto può essere denominato in modi diversi in contesti diversi (luoghi e tempi) e concetti differenti possono corrispondere allo stesso termine.

Come si è detto, ciò dipende dall’utilità che quel concetto ha per una società, comunità o gruppo: se è utile consente di comprendere/spiegare (ordinare) la realtà. In realtà, però, le occasioni per creare nuovi concetti sono molto più numerose di quelle per creare nuovi termini; il che significa che:

“Il patrimonio concettuale di una società è incommensurabilmente più ampio del patrimonio terminologico della lingua che quella società parla (…) di conseguenza, solo i concetti più usati sono etichettati con un solo termine, mentre per tutti gli altri si deve ricorrere a combinazioni di più termini” (ibidem, 12).

In sintesi: il termine

Se un concetto è utile, un individuo, gruppo o società userà:

  • pochi termini per indicare un concetto complesso. Es. Secolarizzazione in luogo di “fenomeno per il quale la società si allontana da schemi, usi e costumi tradizionali e religiose”
  • molti termini per un concetto semplice: quando l’accostamento di quei particolari termini è così abituale che ciascuno di essi preso in quella combinazione evoca un singolo concetto

La relazione concetti-termini

Nella relazione concetti-termini:

“il raggruppamento di sensazioni in un concetto è un’operazione mentale, che è preliminare, quindi indipendente, alla disponibilità di un termine per il concetto così formato. Il concetto può cioè svolgere il suo compito nell’attività mentale di un individuo senza essere stato affatto denominato. La denominazione non sembra strettamente necessaria neppure alla comunicazione del concetto: si può apprendere un certo concetto osservando i comportamenti non verbali di altre persone; ed è probabile che un bambino impari proprio in questo modo i primi concetti, prima di essere in grado di capire il nesso suoni – termini – concetti – referenti” (Ibidem).

In sintesi

  • L’uomo attraverso i concetti prevede e comprende la realtà; egli, per classificarla, organizza la realtà ricorrendo a categorie concettuali
  • Il ritaglio operato nel flusso continuo di esperienze consente all’uomo di ridurre la complessità della realtà, ciò necessita di un “ordinamento” delle sue sensazioni visibili e tattili
  • Il modo in cui viene effettuato il “ritaglio” dipende dalle necessità pratiche dell’uomo e non dalle qualità intrinseche della realtà
  • La formazione dei concetti avviene attraverso un’interazione continua tra uomo e società. L’insieme forma il “patrimonio concettuale”
  • Per comunicare, i concetti devono corrispondere ad un termine cosicché ciascun concetto viene etichettato. In realtà esistono molti concetti per un numero limitato di termini

Intensione ed estensione del concetto

L’intensione di un concetto è l’insieme degli aspetti che lo contraddistinguono dagli altri.

L’estensione di un concetto è l’insieme dei referenti che presentano gli aspetti che ne formano l’intensione ovvero il numero dei referenti empirici a cui io posso applicare quel concetto

Articolando l’intensione di un concetto riduce automaticamente la sua estensione: se aumentiamo l’intensione allora diminuisce l’estensione e ci spostiamo verso concetti più specifici; se diminuiamo l’intensione allora aumenta l’estensione e ci spostiamo verso concetti più generali.

Intensione ed estensione del concetto

Esempi

  • Concetto “gatto”. Intensione: animale, mammifero, ha quattro zampe, ecc. Estensione: tutti i mammiferi che hanno le caratteristiche che sono definite nel concetto di “gatto” (quindi tutti i gatto che vivono in Italia rientrano nel concetto di “gatto”)
  • Concetto “gatto bianco”. Intensione più ricca di “gatto” ma una estensione più ridotta perché questa volta i gatti marroni, i gatti neri, i gatti verdi, non rientrano più nel concetto di “gatto bianco”
  • Concetto “gatto bianco con una macchia nera sulla coda”. L’intensione di questo concetto è aumentata ma si è ristretta ancora molto di più l’estensione.
Gatto
Gatto bianco
Gatto bianco con la coda nera

Esempio

Concetto: “gli elettori che decidono all’ultimo momento il partito per cui votare”.


Scala di generalità

Da quanto detto si desume che, da concetti generali è possibile derivare concetti specifici aumentando l’intensione del concetto generale. Ciò porta automaticamente alla diminuzione dell’estensione del concetto. E’ come se il concetto “facesse ginnastica” su una scala di generalità che va dal particolare al generale e viceversa. L’operazione con cui si diminuisce o si aumenta il livello di generalità di un concetto mette in relazione inversa intensione ed estensione del concetto. Infatti, il legame tra intensione ed estensione, e la possibilità di derivare concetti specifici da concetti generali (e viceversa), consentono di costruire la cosiddetta scala di generalità, che consiste dei vari passaggi da compiere per arrivare a un concetto specifico partendo da un concetto generale, e viceversa.

La scala di generalità è uno strumento fondamentale per la ricerca empirica, poiché i concetti che si ritengono sociologicamente rilevanti si pongono spesso a un elevato livello di generalità, ed è quindi necessario declinarli in modo più specifico per poterli tradurre empiricamente .

Concetti apparenti alla stessa scala di generalità

Due concetti A e B appartengono alla stessa scala di generalità quando tutti i referenti di A appartengono anche a B mentre non tutti i referenti di B sono referenti di A.

Ovvero quando:

  1. l’estensione di A non è una parte dell’estensione di B, e viceversa
  2. l’estensione di A non è una parte dell’estensione di un concetto C che sia allo stesso livello di generalità di B, e il simmetrico vale per B

Si dirà allora che B è un genere ed A è una specie

Es: Tutti i gatti sono felini (B) ma tutti i felini non sono gatti (A).

  • Concetto A = Gatto –> specie
  • Concetto B = Felini –> genere
Gatti (specie)

Gatti (specie)

Felini (specie)

Felini (specie)


Livelli e scale di generalità a confronto

Da un concetto possono discendere varie scale di generalità a seconda di quale aspetto dell’intensione si articoli. Non è possibile confrontare il grado di generalità di due concetti collocati in scale diverse.

ANIMALI

  • Protozoi -> Ciliati -> Paramecidi -> Parameci
  • Mammiferi -> Carnivori -> Canidi -> Cani

Dal concetto di mammifero si può scendere a mammifero marino articolando l’aspetto dell’habitat; a mammifero erbivoro articolando l’aspetto della dieta; a mammifero estinto articolando l’aspetto della permanenza della specie. Non possiamo però confrontare il grado di generalità dei parameci e dei mammiferi perché sono collocati su scale di generalità differenti.

Livello di generalità di un referente concreto e un referente astratto

Il fatto che un concetto sia più o meno generale non va confuso con il fatto che un concetto abbia un referente astratto.


Le strutture concettuali

Nelle scienze, i termini, classificazione, tipologia, tassonomia sono utilizzati per indicare sia vari tipi di operazioni intellettuali, sia per designare i diversi prodotti di quelle operazioni.

Queste strutture concettuali hanno degli elementi comuni:

  • al pari del concetto, non sono pensabili come veri o falsi (stato pre-assertorio)
  • vengono prodotti articolando simultaneamente più aspetti dell’intensione del concetto di genere (fundamentum divisionis); a seconda di quanti aspetti articolano, si ottengono strutture concettuali più semplici (classificazione), complesse (tipologie) e molto complesse (tassonomie)
  • le classi, i tipi e le tassonomie devono rispettare il criterio della mutua esclusività
  • le classi, i tipi e le tassonomie devono rispettare criterio della esaustività

La mutua esclusività e l’esaustività

Mutua esclusività: è la proprietà di ogni possibile coppia di classi, non ci può essere un referente attribuibile a ≥2 classi ovvero nessun referente deve essere attribuito a più classi, i tipi o tassonomie.

Esaustività: è la proprietà dell’insieme delle classi; ogni stato sulla proprietà assunta come fundamentum divisionis deve essere assegnato ad una delle classi ovvero ogni referente deve essere attribuito almeno ad una classe, tipo o tassonomia.

In questo modo ogni referente del concetto generale è assegnato ad UNA e ad UNA SOLA classe.

Classificazioni, tipologie e tassonomie

La classificazione è la struttura concettuale più semplice. Il fundamentum divisionis considera un solo aspetto dell’intensione del concetto di “genere”. Se tutti i gatti (concetto di specie) sono felini (concetto di genere) ma non tutti i felini sono gatti, i referenti del concetto di felino si dividono almeno in due gruppi (classi): i gatti e i non-gatti (A e non-A).

La tipologia viene prodotta articolando simultaneamente più di due fundamentum divisionis, ovvero più aspetti dell’intensione del concetto. Le classi prendono il nome di tipi e il numero di tipi è il prodotto del numero delle classi in ciascuno dei fundamentum divisionis considerati.

La tassonomia è la più complessa, viene prodotta se, dopo aver diviso l’estensione di un concetto applicando un fundamentum divisionis, l’estensione delle classi ottenute viene suddivisa applicandone altre e via via con sudduvisioni successsive.

Classificazione

Il concetto genere viene suddiviso in due concetti-specie A e non-A, nei quali il secondo è la negazione del primo (diàresis di Paltone). Aristotele propone invece una visione politomica del mondo perché più vicina al mondo naturale; in questo modo la classificazione così intesa sarebbe più applicabile alle situazioni empiriche:

Es.: è più opportuno dividere il genere gatti in siamesi, Chinchilla, persiano ecc.

Per una classificazione politomica occorre individuare il criterio (fundamentum divisionis) in base al quale suddividere l’intnsione del concetto-genere.

Tipologia

Applica contemporaneamente i due criteri del fundamentum divisionis.

L’estensione di ogni tipo deriva dall’intersezione delle intensioni delle classi combinate insieme.

Il numero dei tipi è una funzione del numero delle classi di ciascuno dei fundamentum divisionis.

  • 5 gradi di istruzione per 2 sessi = 10 tipi
  • 5 gradi di istruzione per 2 sessi per 3 macroaree di residenza = 30 tipi

Se non si combinano pochi fundamenta con poche classi ciascuno, la quantità di tipi è molto alta e la tipologia diventa poco interessante.

Esempio di Tipologia

Fundamenta divisionis: 1) Fiducia nelle istituzioni

2) Importanze dei valori personali

Ciascun F.D. è articolato in due classi. Il tipo “progressista” deriva dall’intersezione delle classi combinate insieme “No Fiducia nelle istituzioni” e “SI Importanze dei valori personali” (Fig. 1)

Fonte: Ragozini, 2007

Esempio di tipologia

Esempio di tipologia


Tassonomia

Applica simultaneamente i due criteri del fundamentum divisionis.


Gli asserti

Un asserto è un’affermazione (proposizione) sui referenti di un concetto che viene costruita combinando concetti in modo semanticamente adeguato, cioè in modo che la proposizione abbia un significato.

Gli asserti quindi si fondano sui concetti (piloni), senza di essi non è possibile costruire asserti (ponti).

In quanto affermazione, l’asserto a differenza del concetto, è pensabile come vero/falso.

Esempio:

  • Concetto semplice -> Elettore
  • Concetto complesso -> L’elettore che decide all’ultimo momento il partito per cui votare
  • Asserto -> Gli elettori che decidono all’ultimo momento il partito per cui votare sono determinanti per le sorti di queste elezioni

Tipi di asserti

E’ possibile individuare tre tipi di asserti:

  1. asserto esistenziale
  2. asserto universale
  3. asserto tendenziale

Asserto esistenziale

Afferma l’esistenza di ≥1 referente empirico del concetto; è difficile dimostrare la sua falsità:

“Esiste un elettore che decide all’ultimo momento il partito per cui votare”

E’ vera perché per dimostrarla basta trovare almeno un elettore che decide di votare all’ultimo momento.

Asserto universale

Si riferisce alla totalità dei referenti e dei momenti per cui deve risultare vera in ogni tempo e in ogni luogo. Per questo motivo è molto semplice dimostrarne la falsità.

“Gli elettori decidono all’ultimo momento i partiti per cui votare”

E’ falsa almeno fino a quando non si individua un elettore che non decide di votare all’ultimo momento.

Asserto tendenziale

Riguarda una relazione “tendenziale” fra ≥ 2 concetti

“Gli elettori che decidono all’ultimo momento il partito per cui votare sono tendenzialmente più giovani degli elettori che lo decidono in anticipo.”

Questa proposizione pone in relazione due concetti (età e tempo di voto). In questo caso il controllo empirico è operato su più referenti in più momenti e può avere esiti differenti a seconda del referente e del momento. La proposizione non è universale perché non si rifersce alla totalità dei referenti e dei momenti.

Nella ricerca scientifica gli asserti tendenziali sono i più frequenti.

La definizione

E’ l’operazione mediante la quale si raccordano i concetti/termini.

  1. Definizione descrittiva: descrizione del raccordo tra concetto e termine nell’uso comune – equivalenza semantica (es. vocabolario)
  2. Definizione stipulativa: nuovo raccordo tra concetto e termine proposto a fini di utilià pratiche (es. contributi della comunità scientifica)
  3. Definizione esplicativa: raccordo tra un concetto complesso e un termine unico.
  4. Definizione operativa: raccordo tra un concetto e le proprietà ad esso afferenti.

NB: 1 + 2 + 3 vengono dette anche Definizioni lessicali.


Nessi tra asserti: le spiegazioni

La spiegazione è una proposizione in cui gli asserti A e B sono messi in relazione da una congiunzione (nesso).

A seconda del tipo di “nesso” si ottengono tipi di spiegazioni differenti.

  • Nessi causali -> Spiegazioni causali
  • Nessi teleologici -> Spiegazioni teleologiche
  • Nessi funzionali -> Spiegazioni funzionali

Le spiegazioni causali sono quelle che interessano la ricerca scientifica.

Le spiegazioni causali

La spiegazione causale è una proposizione in cui gli enunciati A e B sono messi in relazione da una congiunzione che esprime il legame causale tra i fenomeni che descrivono.

  1. “Mario si è raffreddato perché ieri è piovuto
  2. “Ieri è piovuto e Mario si è raffreddato

Entrambe le proposizioni sono pensabili come vere o false ma i criteri per determinarne la veridicità sono differenti. La prima è più facilmente sottoponibile a corroborazione (basta controllare se ieri davvero è piovuto e se Mario si è raffreddato). Nella seconda, dove i due asserti sono messi in relazione causale, per verificarne la validità sarebbe necessario escludere altre cause del raffreddamento di Mario, (ad esempio, perché non aveva l’ombrello con sé, o non indossava un impermeabile ecc.).

Mario sotto la pioggia

Mario sotto la pioggia


Esempio di spiegazione causale

“Il giorno N il costone roccioso X è franato nel fiume Y perché da almeno 100 anni il fiume Y lambisce il crostone roccioso X”.

Domande: Questa proposizione è vera?

Passi da compiere:

  • Il 1° asserto è vero?
  • Il 2° asserto è vero?
  • Il nesso causale è vero?
  • La causa è unica?
  • Se non lo è, è possibile escludere tutte le altre?

Ciò perché le possibile cause possono solo essere imputate e non osservate.

La frana degli argini del fiume

La frana degli argini del fiume


Esempio di spiegazione teleologica e funzionale

Nesso teleologico

“Il giorno N il signor X ha comperato nel quartiere Y perché chi ha comprato un appartamento nel quartiere Y ha realizzato rapidi guadagni”.

  • Domande: Questa proposizione è vera?
  • Passi da compiere: E’ possibile escludere con certezza che lo scopo (intenzione) del signor X sia un altro o qualche altro oltre a questo? (vicinanza al posto di lavoro, comodità della zona ecc).

Nesso funzionale

“L’apparato del partito X è attivo nel reclutare iscritti tra le persone immigrate perché il sistema politico necessita di integrare rapidamente i cittadini di recente immigrazione”.

  • Domande: Questa proposizione è vera?
  • Passi da compiere: E’ possibile escludere con certezza che i rapporti funzionali siano diversi?

Concetto – asserto – spiegazione


Considerazioni conclusive

Importanza dell’ambito pre-assertorio

Gli asserti si fondano sempre sui concetti ma anche senza asserto un concetto può essere utilizzato perché esso riorganizza, aiuta a comprendere la realtà. Inoltre se il concetto non viene definito in modo chiaro anche l’asserto che da esso ne deriva non sarà chiaro. Nonostante ciò, molto spesso si sottovaluta l’ambito pre-assertorio (concetto) ritenendo che i concetti rispecchiano in modo fedele i loro referenti e che quindi possono essere “utilizzati” senza essere prima specificati (definiti).

Da ciò deriva l’esigenza, nell’ambito della ricerca scientifica, di definire i concetti che costituiscono l’asserto che si vuole sottoporre a corroboirazione.

Prossima lezione

La trasformazione del concetto in indicatori

  • La traduzione empirica dei concetti riferiti alle proprietà degli oggetti
  • Le proprietà degli oggetti
  • Gli indicatori
  • Il rapporto di indicazione

Le lezioni del Corso

I materiali di supporto della lezione

A. Marradi, Referenti, pensiero, linguaggio, in "Sociologia e Ricerca Sociale" n.43 137-207, Milano Franco Angeli, 1994

A. Marradi, Concetti e metodi per la ricerca sociale, Firenze La Giuntina, 1985

G. Ragozini, Il quadro valoriale, i punti di riferimento e gli atteggiamenti

Devianti, in L. Savonardo (a cura di) Figli dell'incertezza. I giovani di Napoli e provincia, Roma Carocci, 2007

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