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Pietro Maturi » 13.Variazione, variabili, varianti


La variazione sociolinguistica

  • Se si osserva l’uso reale di qualunque lingua o dialetto, è facile verificare la presenza di fenomeni di variazione, ossia la presenza, in molti casi, di due o più possibili opzioni per lo stesso elemento della lingua
  • In italiano, ad esempio, si osserva variazione tra forme come siedo e seggo, visto e veduto, apparve e apparse, obiettivo e obbiettivo, col e con il
  • Nella maggior parte dei casi la variazione è correlata a una delle dimensioni lungo le quali la sociolinguistica analizza i comportamenti linguistici
  • In altri termini la scelta di una delle due opzioni non è casuale ma dipende da fattori esterni, per lo più di ordine sociale

Dimensioni della variazione

  • La variazione può essere correlata a:
    • Status sociale (professione, reddito, istruzione) dei parlanti = variazione diastratica
    • Provenienza geografica = variazione diatopica
    • Situazione comunicativa = variazione diafasica
    • Mezzo (parlato, scritto, computer, ecc.) = variazione diamesica
    • Genere (o sesso) del parlante = variazione diagenerica (o diasessuale)
    • Età del parlante = variazione diagenerazionale
    • Tempo = variazione diacronica
  • La variazione può anche risultare non correlata ad alcuna dimensione sociolinguistica = variazione libera

Variabili e varianti

  • Un elemento della lingua che presenta variazione, cioè che si può manifestare in due o più forme, è detto variabile
  • Ognuna delle forme in cui la variabile si può presentare è detta variante
  • Se prendiamo uno degli esempi visti sopra, possiamo dire che il participio passato del verbo vedere è una variabile e che visto e veduto sono le sue varianti
  • Una variabile si indica comunemente tra parentesi tonde, quindi ad esempio:

(part. pass. di vedere)

  • Le varianti si indicano tra parentesi quadre:

[visto]

[veduto]

Tipi di variabile

  • Una variabile e le sue varianti possono appartenere a uno dei diversi livelli della lingua
  • Avremo dunque:
    • Variabili fonetiche, come per esempio la variabile (s) nella parola casa, con le sue varianti [s] e [z]
    • Variabili morfologiche, come la variabile (part. pass. di vedere) con le sue varianti [visto] e [veduto]
    • Variabili sintattiche, come la variabile (modo) e le varianti [indicativo] e [congiuntivo]: p.es. credo che piove vs. credo che piova
    • Variabili lessicali, come la variabile (telefono portatile) e le sue varianti [cellulare] e [telefonino]

Indicatori e contrassegni

  • Un’altra importante distinzione tra le variabili, sulla quale si basa ad esempio il lavoro di William Labov (vedi il suo saggio nel volume di Giglioli e Fele indicato nel programma), è quella tra indicatori (indicators) e contrassegni o marcatori (markers)
  • Per Labov, un indicatore è una variabile che ha una stratificazione sociale, cioè che risulta correlata a una delle dimensioni relative alle caratteristiche socio-biografiche del parlante (come status sociale, età, genere, ecc.)
  • Un contrassegno o marcatore, invece, è una variabile che oltre alla stratificazione sociale ha anche una stratificazione stilistica, cioè risulta correlata allo stile usato dal parlante nelle diverse situazioni in cui questi si trova a usare la lingua
  • Quindi, nel caso degli indicatori, ogni individuo userà sempre la stessa variante, che dipenderà dalle sue caratteristiche socio-biografiche. Nel caso dei contrassegni, invece, ogni parlante selezionerà l’una o l’altra variante in base alla formalità della situazione comunicativa in cui si trova. Per questa ragione si dice anche che un contrassegno è una variabile più sviluppata, ossia più complessa, rispetto a un indicatore

Esempi di indicatori e contrassegni

  • Per chiarire la terminologia di Labov con esempi italiani, si può pensare ad alcune variabili fonetiche dell’italiano regionale campano
  • In Campania i dittonghi di parole come piede e uovo sono pronunciati con una vocale medio-alta: [pjεde], [wɔvo]; nello standard queste vocali sono invece medio-basse: [pj_de], [w_vo]. Questa variabile è evidentemente associata a un tratto diatopico. Per sapere se si tratta di un indicatore o di un contrassegno dobbiamo verificare se un parlante campano in una situazione formale produce una variante diversa da quella abituale. In questo caso la risposta è no, poiché in genere un campano usa la variante con la vocale medio-alta sia nelle situazioni informali sia in quelle formali. La variabile in questione è perciò un indicatore
  • Se prendiamo invece un’altra variabile fonetica tipicamente campana come la palatalizzazione di s in parole come scala, spia, ecc., pronunciate in Campania [∫kala], [∫pia], e facciamo la stessa verifica, constateremo che in questo caso molti campani in situazioni formali cambieranno il proprio comportamento linguistico e pronunceranno [skala], [spia]. Quindi questa variabile è in termini laboviani un contrassegno

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