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Giuseppe Di Costanzo » 9.La seconda inattuale: i tre tipi di storia


Sull’utilità e il danno della storia per la vita

In Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche distingue la storia (Geschichte) come azione storica e la storia (Historie) come interpretazione della Geschichte, in quanto azione prodotta e dunque immediatamente passata. La storia (Historie) di per sé non è né “buona” né “cattiva”. Ciò che la rende positiva o negativa è l’utilizzo che il “vivente” fa di essa: è “positiva” se favorisce la vita intesa come energia creativa, è “negativa” quando viene utilizzata a fini mistificanti (fondati su molteplici motivazioni) allo scopo di “sfruttare” altri viventi e bloccarne la vita e dunque l’energia creativa. Ciò che la rende positiva o negativa è l’utilizzo che il “vivente” fa di essa: è “positiva” se favorisce la vita intesa come energia creativa, è “negativa” quando viene utilizzata a fini mistificanti (fondati su molteplici motivazioni) allo scopo di “sfruttare” altri viventi e bloccarne la vita e dunque l’energia creativa. Centrali e decisivi sono sempre i concetti di “vita” e di “energia creativa”: il danno si ha quando la vita è bloccata e l’energia creativa non è dunque “vivificata”, l’utilità quando, in conseguenza dell’azione interpretativa della Historie, si verifica il contrario.
È importante notare come il filosofo non usi mai i termini “positivo”, “negativo”, “buono”, “cattivo”, ma preferisca sempre “danno” e “utilità”. Tale scelta si spiega proprio per il fatto che egli intende porre in luce l’aspetto interpretativo di ogni processo umano, e dunque anche della storia.

Nietzsche F. Sull’utilità e il danno della storia per la vita: Adelphi

Nietzsche F. Sull'utilità e il danno della storia per la vita: Adelphi


Non esistono fatti, ma interpretazioni di fatti

A questo proposto si può ricordare che Nietzsche, nell’ultima sua opera (incompiuta) La volontà di potenza (libro completamente falsificato dal nazismo e “ritrovato” nel 1972), sostiene in modo esplicito il dominio dell’interpretazione sul “fatto”.

In questo celebre frammento il filosofo afferma: «Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: “ci sono solo fatti”, direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto “in sé”; è forse un’assurdità volere qualcosa del genere. “Tutto è soggettivo” dite voi; ma già questa è una interpretazione, il “soggetto” non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l’immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo. È infine necessario mettere ancora l’interprete dietro l’interpretazione? Già questo è invenzione, ipotesi. In quanto la parola “conoscenza” abbia senso, il mondo è conoscibile; ma esso è interpretabile in modi diversi, non ha dietro di sé un senso, ma innumerevoli sensi. «Prospettivismo». Sono i nostri bisogni, che interpretano il mondo: i nostri istinti e i loro pro e contro. Ogni istinto è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli altri istinti» (F. Nietzsche, Der Wille zur Macht. Versuch einer Umwertumg aller Werthe, edizione italiana a cura di M. Ferraris e P. Kobau, La volontà di potenza, Bompiani, Milano, 1994. frm 7 [60]). Al di là dell’intento provocatorio Nietzsche intende sottolineare come sia nella vita che nell’oggetto delle scienze storico-sociali l’evento sia sempre passato, l’azione sia sempre stata già “agita”: alla realtà si sovrappone il dominio della memoria, del linguaggio, dell’interpretazione.

F. Nietzsche, Volontà di potenza, frm. 7[60]

Il rapporto tra la storia e il vivente

In Sull’utilità e il danno della storia (Historie) per la vita Nietzsche afferma che la vita ha bisogno dei servizi della storia,  necessaria al vivente sotto tre aspetti: perché è attivo e perché ha aspirazioni; perché conserva e venera; perché soffre e ha bisogno di liberazione. A questi tre rapporti corrispondono tre tipi di storia:

  1. LA STORIA MONUMENTALE
  2. LA STORIA ANTIQUARIA
  3. LA STORIA CRITICA

È fondamentale sottolineare subito il carattere totale di questa prima tipologia: per tutti i viventi è necessaria la Historia, tutti i viventi vanno dunque “liberati”.

I tre aspetti della prima tipologia: per tutti i viventi è necessaria la Historia

I tre aspetti della prima tipologia: per tutti i viventi è necessaria la Historia


La prima tipologia

I tre tipi di storia sono dunque sempre analizzati da Nietzsche sia sotto l’aspetto dell’utilità che sotto quello del danno. Ogni tipo di interpretazione storica è di per sé necessario, utile alla vita. Diventa dannoso per un qualche motivo, ad esempio per l’intenzione mistificante di un individuo o di un ceto dominante, o ancora per come il vivente si rapporta ad esso, ma sempre sotto una qualche influenza negativa, che rovescia in danno l’utilità. È questo lo “scandalo” del danno provocato da una interpretazione storica mistificante: qualcosa di necessario, di utile diventa dannoso.

La storia monumentale: utilità

La storia monumentale è necessariamente utile, in quanto l’individuo trae dalla grandezza del passato lo stimolo a “imitare”, a ripetere tale grandezza nel presente e, dunque, ad agire in modo creativo: «In che giova dunque all’uomo d’oggi la considerazione monumentale del passato, l’occuparsi delle cose classiche e rare delle epoche precedenti? Egli ne detiene che la grandezza, la quale un giorno esistette, fu comunque una volta possibile, e perciò anche sarà possibile un’altra volta» (F. Nietzsche, Unzeitgemasse Betrachtungen, Zweites Stuck: Von Nutzen und Nachteil der Historie fur das Leben, 1874, trad. it. S. Giametta, Sull’utilità e il danno della Storia per la vita, Adelphi, Milano, 1998, p. 19. N.B. da ora in avanti questo testo sarà indicato solo dalla lettera “N.” seguita dal numero di pagina).

La storia monumentale: danno

La storia monumentale diventa dannosa quando viene utilizzata per bloccare l’azione, l’energia creativa. In tale prospettiva la storia monumentale viene utilizzata per sostenere, ad esempio, che oramai tutta la grandezza possibile è stata già realizzata e non potrà non solo essere superata, ma neanche raggiunta: «Prendiamo l’esempio più semplice e frequente. Si immaginino le nature non artistiche, o debolmente artistiche, corrazzate e armate dalla storia monumentale dell’arte: contro chi volgeranno ora che le loro armi? Contro i loro nemici secolari, gli spiriti artistici forti (…). A costoro viene sbarrata la via; a costoro viene ottenebrata l’aria, quando si danza con idolatria e con grande impegno intorno a un monumento compreso a metà di un qualche grande del passato, come se si volesse dire: “Guardate, è questa l’arte vera e reale: cosa v’importa di coloro che divengono e vogliono? (…) colui che crea è infatti sempre svantaggiato rispetto a colui che sta solo a guardare e non pone mano lui stesso» (N. p. 22).
È importante a questo punto precisare con chiarezza i concetti nietzscheani di forza e debolezza. Come è evidente già dal passo appena citato per Nietzsche la forza (Macht, potenza, possibilità creativa, non forza materiale che in tedesco è Kraft) coincide appunto con la capacità creativa: i “forti” possono rivelarsi “deboli”, e viceversa.

La storia antiquaria

La storia antiquaria è necessaria al vivente quando «guarda indietro con fedeltà e amore, verso il luogo onde proviene, dove è divenuto» (N. p. 24). È l’atteggiamento che si assume nei confronti del passato quando, anziché ricercare la grandezza, si punta agli aspetti minimi da cui si può comprendere un’intera civiltà, aspetti che spesso emergono improvvisamente dal profondo pozzo del passato: «Ciò che è piccolo, limitato, decrepito e invecchiato riceve la sua propria dignità e intangibilità dal fatto che l’anima dell’uomo antiquario, la quale custodisce e venera, trapassa in queste cose e vi si prepara un nido famigliare. La storia della sua città diventa per lui la storia di se stesso» (N. p. 24).

Storia antiquaria: utilità

L’utilità della storia antiquaria consiste nel fatto che essa permette di cogliere, anche negli aspetti o momenti minimi del processo storico, quel sentimento di grandezza che spinge l’individuo del presente ad agire: «Coltivando con mano attenta ciò che dura fin dall’antichità, egli vuole preservare le condizioni nelle quali è nato per coloro che verranno dopo di lui e così serve alla vita» (N. p. 24). Il vivente, in quanto istintivamente preserva e venera, è stimolato ad agire dalla storia antiquaria, in quanto grazie ad essa diventa cosciente della dignità dell’azione minima: non è necessario essere giganti per essere creativi, in quanto al contrario chiunque può esserlo e attuare così la potenza della propria vita.

Storia antiquaria: danno

La storia antiquaria diventa invece dannosa quando «il senso storico non conserva più, ma mummifica la vita. Allora l’albero muore, innaturalmente dissecandosi a poco a poco verso la radice (…). La storia antiquaria degenera nel momento stesso in cui la fresca vita del presente non la anima e ravviva più (…). Allora si osserva il ripugnante spettacolo di una cieca furia collezionistica, di una raccolta incessante di tutto ciò che è una volta esistito. L’uomo si rinchiude nel tanfo; riesce ad abbassare con la maniera antiquaria anche un talento più significativo, un bisogno più nobile a un’insaziabile curiosità o meglio avidità di cose vecchie e di tutto, spesso scende così in basso, che alla fine è contento di ogni cibo e mangia di gusto anche la polvere delle quisquilie bibliografiche» (N. p. 27).

La storia critica

La storia critica trascina il passato davanti al “tribunale della vita”. In altre parole con la storia critica tutto ciò che è avvenuto viene analizzato criticamente avendo come punto di riferimento unicamente la vita. La storia critica infatti è capace di «infrangere e dissolvere un passato per poter vivere». Colui che usa la storia per criticare il passato «ottiene ciò traendo quel passato innanzi a un tribunale, interrogando minuziosamente e alla fine condannandolo (….). Non è la giustizia che siede qui a giudizio; ancor meno è la clemenza che pronuncia qui il giudizio: ma soltanto la vita, quella forza oscura, impellente, insaziabile avida di se stessa» (N. p. 28).

La storia critica: utilità

L’utilità della storia critica consiste nella sua capacità di mettere a giudizio tutto ciò che è avvenuto, analizzando e reinterpretando il passato in base alle esigenze vitali sia del singolo sia del periodo storico in cui quel singolo vive: non esiste grandezza che non sia suscettibile di critica, non esiste passato, per quanto grandioso, che non possa essere giudicato. Il passato non opprime mai il vivente: in tal modo qualunque essere umano può essere stimolato ad agire e dunque ad attuare la propria potenza nell’esercizio della sua attività creatività.

La storia critica: danno

Il danno che può derivare da una storia critica mistificante è quello di spingere il vivente a “perdersi” subendo una critica finalizzata unicamente a distruggere e non ad affermare nuova creatività. È evidente qui la critica di un certo potere che ha interesse a neutralizzare l’energia creativa dei viventi, per poterli meglio dominare. In ciò chi detiene il potere è favorito dal fatto che chiunque agisce può essere sottoposto a critica da chi non agisce, limitandosi a criticare: come aveva detto ad apertura di libro Nietzsche ribadisce qui che tutti i viventi hanno bisogno di liberazione.

I materiali di supporto della lezione

F. Nietzsche, Volontà di potenza, frm. 7[60]

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