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Antonello Giugliano » 9.«Distruzione» ermeneutico-esistenziale del concetto di Weltanschauung/«visione del mondo»


Il carattere «estatico» dell’esistenza in quanto «cura» della temporalità e il problema di una formazione analitico-esistenziale del consulente filosofico

L’ombra della «visione del mondo»

La «visione del mondo» e [è] la sua ombra:

  • Data la estrema complessità e spigolosità della questione, procederemo qui nel modo più semplice e schematico possibile:
  • La «visione del mondo» — che, come si è prima ampiamente mostrato, è l’ambito tecnico-operativo filosofico-consulenziale elettivo e privilegiato — ha il suo nucleo strutturale più profondo nell’esperienza e nell’afferramento, di volta in volta differenti, del tempo, ossia della temporalità e delle sue forme: questa è la sua vera e propria «ombra», oltre la quale alla «visione del mondo» non è mai possibile saltare (anche quando e proprio quando essa sembra farlo con l’ignorarla quasi del tutto).
  • Ciò vuol dire che la stessa «visione del mondo» è soltanto un modo particolare di quell’esperienza ed afferramento infiniti del tempo, anche se un modo assolutizzatosi e universalizzatosi come preminente, e precisamente nella forma che, limitando il concetto iperinfinitario di «mondo» a mero mondo naturale-oggettivo per un soggetto, mette l’accento sulla presenza della visione di un io-soggetto che si rappresenta e manipola un mondo-oggetto a sua volta compresente in questa autorappresentazione soggettiva. In tal modo, però, sia il sé che il mondo vengono cristallizzati nella forma del presente soggettivo-oggettivo — che si rappresenta come visione che tiene d’occhio e di mira un mondo (esterno e/o interiore) e di cui è emblema la ricorrente aspirazione ad eternizzare l’attimo presente —, venendo così entrambi schiacciati sulla dimensione della coscienza e dei suoi diversi gradi di consapevolizzazione.

La «visione del mondo» è la sua ombra

  • Questa maniera di intendere, però, manca di comprendere questa stessa dimensione «visiva» e autocoscienziale come una forma di temporalità (dimentica di sé) e perciò evita così di riconoscere l’orizzonte dell’infinita fluidità delle molteplici forme temporali da cui anche gli elementi della cosiddetta «visione del mondo» provengono. In tal senso, in quest’ultima, non si tratta semplicemente di un io-soggetto e di un mondo-oggetto dapprima separati e poi ricollegati, bensì piuttosto — se riconosciuta la temporalità come costitutiva dell’orizzonte esistenziale umano e non-umano — di due «incorporazioni» di tempo che di volta in volta si incontrano e che anzi fanno tutt’uno fino a confondersi l’una nell’altra.
  • Da ciò risulta necessaria una reinterpretazione della «visione del mondo» in termini temporali, cioè a partire appunto da quella sua «ombra» da cui essa non può mai separarsi, di cui però anche si dimentica quasi del tutto e che intende solo come semplice presente (un presente che non è più, o che è attualmente, o che non è ancora) dei gradi di autoconsapevolezza inerenti alla propria visione del proprio mondo.
  • In tal modo il campo concettuale tecnico-operativo elettivo e privilegiato della consulenza filosofica, la «visione del mondo», si allarga e approfondisce ulteriormente pervenendo all’orizzonte di intervento più proprio — l’esperienza ed apprensione della temporalità nelle sue differenti forme — che, se afferrato, la demedicalizza e deteologizza definitivamente. A partire da tale orizzonte filosofico, che è un orizzonte fenomenologico-ermeneutico, è possibile intendere la pratica filosofico-consulenziale come una pratica peculiare in cui «cura» non ha più nulla a che fare né con la cura terapeutica della psiche né con la cura confessionale dell’anima, bensì ha a che fare con la «cura» del senso della temporalità del proprio tempo che si incontra con la temporalità del tempo degli altri umani e non-umani.

La «visione del mondo» è la sua ombra

  • Da ciò risulta la necessità di una preliminare tematizzazione ed articolazione del concetto di tempo nella sua multiversità e polivocità e dunque del suo senso in quanto fenomeno strutturale primordiale.
  • In quanto la caratteristica propria della temporalità del tempo in ciascuna delle sue dimensioni (passato-presente-futuro) è di essere di volta in volta simultaneamente aperta alle altre due dimensioni, in quanto le possiede come sue proprie (passato&futuro propri del presente, presente&futuro propri del passato, presente&passato propri del futuro), e quindi di essere simultaneamente in-sé e fuori-di-sé (cioè di essere e insieme non-essere la medesima dimensione temporale), perciò il termine che meglio descrive la dinamicità aperta ed autonegantesi di questa struttura è il termine di «estasi» ovvero «estaticità» temporale, in quanto «ekstaticità», ovvero «ek-staticità», dal greco: ékstasis (uscir-fuori, star-fuori [di sé], da cui: estasi, estatico, estaticità).
  • Il termine «ek-staticità» cerca di descrivere la struttura eccentrica della temporalità il cui senso è «ek-statico», in quanto il senso del tempo è di volta in volta un continuo uscir-fuori di sé che è sempre di nuovo un esser in vista di se stesso, e perciò è costituito da una «insensatezza» che si ripete e che ha come unica mèta sempre di nuovo il ritornare di sé a se stessa. Tale struttura temporale caratterizzata come «ek-stasis» costituisce l’analogon strutturale della stessa «esistenza» intesa precisamente in quanto «ek-sistenza» (dal latino: existentia, existere, cioè star-fuori, consistere-fuori, etc.), ma stavolta riferita in particolare all’esistenza umana, alla dimensione esistenziale della vita umana (anche se il termine esistenza, come quello di vita, tende in sé a eccedere sempre il suo senso ristretto, a uscir fuori di sé, per significare in generale tutta l’esistenza in quanto tale, quella umana e quella non-umana).

La «visione del mondo» è la sua ombra

Il sapere che descrive queste strutture eccentrico-analogiche della temporalità viene chiamato «analitica esistenziale», in quanto non muove da una singola parte per ricostruire poi sommatoriamente il tutto dalle sue parti sciolte, bensì all’inverso muove dalla massima totalità (l’ek-staticità verticale della temporalità infinitaria) e dalle sue proprie peculiari articolazioni concentriche (di cui la temporalità propria dell’orizzonte della ek-sistenza umana e non-umana è la più comprensiva). Per questo motivo l’«analitica» (che articola le articolazioni della totalità data) si distingue nettamente da qualsiasi mera «analisi» (che procede sciogliendo in parti da ricollegare poi in un quadro d’insieme). Pertanto «analitico» (che è proprio dell’analitica fenomenologico-ermeneutica della ekstasis/eksistenza temporale) si contrappone ad «analistico» (che è proprio dell’analisi prodotta dalle scienze specialistico-settoriali: fisico-naturali, biomediche, storico-sociali, psico-antropo-sociologiche, etc.). Micidiale diventa quindi la confusione dei piani concettuali allorché, come capita anche in autori esperti, si parla genericamente di “analisi esistenziale” (intendendo con ciò una mera analisi psicologica o psicopatologica, o psicoanalistica, o della concezione della vita, della visione del mondo, etc.), che in genere ignora proprio il fenomeno costitutivo e dirimente dell’esperienza ed apprensione della temporalità.

Considerazioni conclusive

  • È ora forse possibile intendere un po’ meglio quanto prima nel titolo generale della lezione risultava ancora criptico ed inesplicitato, e cioè: che la decostruzione del concetto di «visione del mondo» costituisce una distruzione ermeneutica del concetto di Weltanschauung e si configura pertanto come una analitica dell’esistenza in quanto eksistenza-ekstatica, cioè legata alla «cura» del senso e della temporalità.
  • Il problema di una pur auspicabile formazione analitico-esistenziale del consulente filosofico è dato prevalentemente dalla resistenza e difficoltà di esecuzione anche da parte di quest’ultimo del passaggio, nella pratica consulenziale-filosofica, dall’orizzonte antropologico-psichico e ideologico all’orizzonte fenomenologico-ermeneutico. In quest’ultimo l’elemento meramente vitale-esistentivo proprio della visione del mondo viene riletto nel quadro esistenziale inteso non più come genericamente tale (come esistentivo progetto di vita), bensì come «pro-getto» eksistenziale in quanto afferente alla destinale esperienza ed apprensione di una specifica forma di apertura della ekstaticità temporale. Apertura che, paradossalmente, può anche darsi come assoluta incomprensione e dunque come chiusura per il senso stesso della esperienza ed apprensione della temporalità, tanto nel consulente quanto nel suo consultante.

Prossima lezione

Il significato dell’analitica dell’esistenza e la sua netta contrapposizione ad ogni tipo di analisi di essa: analitico vs. analistico, esistenziale vs. esistentivo.

I materiali di supporto della lezione

Martin HEIDEGGER, Essere e tempo (1927), nuova edizione italiana a cura di F. Volpi sulla versione di P. Chiodi, Milano, Longanesi&C., 2005.

Martin HEIDEGGER, Essere e tempo (1927), a cura di A. Marini, Milano, Mondadori, 2006.

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