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Maria Di Domenico » 5.La valorazione: conservazione e preservazione


La valorazione

Le prospettive sin qui esaminate presentano due punti focali che le caratterizzano e distinguono:

  • la valorazione dell’uomo
  • la valorazione del non umano

Il problema del valore, se riferito all’uomo o al non umano, costituisce, dunque, il vero nodo concettuale della diversificazione delle diverse prospettive di bioetica ambientale.

Del resto, è a partire dalla critica alla tradizionale scelta di guardare all’uomo come centro indiscusso dell’universo che ha avuto impulso una presa di coscienza delle cause della crisi ecologica, riconducibile ad un processo di valorazione scaturente da una particolare prospettiva culturale.

Il “nostro” mondo. Fonte: Comune Venezia

Il "nostro" mondo. Fonte: Comune Venezia


La valorazione (segue)

Nella civiltà tecnologica, infatti, la struttura della vita consociata si sviluppa e determina non solo nel rapporto tra esistenze, sul piano intersoggettivo, ma ingloba tutta la realtà delle possibili interazioni.

Solo se ci riappropriamo di un significato nuovo del rapporto uomo-natura, sin qui letto soltanto a partire da una prospettiva antropocentrica, sarà possibile fondare un’etica che imponga un radicale riallineamento di significati tale da consentire di superare sia una prospettiva banalmente antropocentrica sia un’etica orientata soltanto all’uomo e alla sua eccedenza valoriale.

Se l’interazione uomo-natura è al centro del dibattito etico, la riflessione sul valore intrinseco dell’uomo e del suo posto nel mondo costituisce certamente un punto focale dal quale scaturisce, come una sua implicita conseguenza, la considerazione valoriale, riservata al non umano.

La natura. (Locandina del film “La volpe e la bambina” Fonte: Msn

La natura. (Locandina del film "La volpe e la bambina" Fonte: Msn


La valorazione strumentale

Si suole schematicamente sostenere che all’antropocentrismo, nelle sue diverse graduazioni, corrisponde una considerazione non solo della prevalenza valoriale dell’umano, quanto una considerazione valoriale del non umano solo in termini di strumentalità.

Nella valorazione strumentale, il non umano ha valore solo in quanto è strumento.

Esso viene considerato solo in quanto risorsa disponibile per poter affermare e soddisfare le esigenze umane, sia quelle legate immediatamente ai bisogni primari, sia quelle, mediatamente, legate a bisogni ed esigenze ideali.

La valorazione strumentale del non umano viene vista come una sorta di egoismo ed arroganza di specie.

Il valore della natura è, infatti, un valore riflesso dalla valorazione forte dell’umano, dalla determinazione esistenziale, con tutta la sua problematicità, dell’uomo che guarda al non umano sempre e solo in termini di utilizzabilità.

La valorazione strumentale (segue)

In tale prospettiva (antropocentrica) il non umano ha dunque un valore etico-strumentale, necessario per la realizzazione ed il mantenimento delle migliori condizioni di vita dell’umanità.

L’eticamente rilevante è non solo ciò che è umano, ma anche tutto ciò che è riferibile all’uomo e quindi anche al non umano, sebbene soltanto per la connessione forte esistente tra tutte le determinazioni biotiche.

Queste sono concepite, infatti, in una organizzazione tale da supporre l’uomo, con motivazioni diverse, all’ apice di una piramide, dove, se ogni elemento è significativamente degno di rispetto e di considerazione etica lo è sempre e solo in riferimento alla prevalenza di valore della vita umana.

La valorazione strumentale (segue)

Il valore strumentale, riservato alla natura, dipende ed è determinato da un processo di valorazione, il cui soggetto è l’uomo, che lo attua è sempre in riferimento alle sue necessità e ai suoi bisogni.

Va detto che comunque v’è sempre una considerazione, ontologicamente orientata, che fa da sfondo alla valorazione stessa.

La considerazione, che si radica nel discrimine ontologicamente fondato, riguarda proprio il posto che, nella scala degli esseri, viene riservato all’uomo e al non umano.

La strumentalità del valore del non umano è, perciò, una conseguenza, pur sempre, di una scelta più radicale:

Questa scelta è l’affermazione di una netta prevalenza valoriale dell’umano.

La conservazione

Conseguenza della valorazione strumentale del non umano è la conservazione.

La consapevolezza dell’uomo di appartenere ad una specie e la correlata convinzione di far parte di una comunità biotica interrelata induce a porre in atto processi di valorazione che determinano, di fatto, un atteggiamento di cura e conservazione del non umano determinato dalla necessità della conservazione dell’equilibrio sistemico.

La struttura complessa dell’ecosistema globale e della comunità biotica, in particolare, richiede una valorazione del non umano per conservare una stabilità di rapporti che consenta un perdurare nel tempo dell’ecosistema stesso.

La conservazione (segue)

Si tratta di una sorta di utilitarismo applicato alla complessità e totalità delle relazioni umane che, oltre il piano intersoggettivo, sono divenute di particolare importanza, anzi, sono decisive per la vita stessa delle specie umana.

La conservazione è, dunque, un fine concreto che dipende e discende da una valorazione di tipo strumentale, volta a mantenere la natura nella sua condizione ottimale, come risorsa sempre disponibile per la specie umana: quella che vive ed opera nel presente, ma anche quella che si determinerà nel futuro.

La conservazione (segue)

La valorazione del non umano, che determina scelte volte alla conservazione, viene differentemente attuata e condivisa a seconda della forza, potremo dire, dell‘idea antropologica dominante.
E’ evidente che un’etica della frontiera, nel suo ottimismo generalizzato, non si pone problemi di conservazione della risorse che, invece, considera quasi illimitate. Ma l’etica della frontiera è un’etica anti-ecologica che esprime un antropocentrismo forte, inconciliabile con una visione ecologica.
Nondimeno è anche evidente che una scelta di conservazione che provenisse soltanto da una considerazione del non umano come valore d’uso, ugualmente, potrebbe determinare degli squilibri, in quanto non tutto ciò che è naturale può essere considerato come avente tale tipo di valore.

La conservazione (segue)

E’ ad altro tipo di considerazione, di valorazione che occorre fare riferimento, pur da una prospettiva antropocentrica, per un’efficace conservazione della natura, intesa quale risorsa per la vita umana.
La natura, in tal caso, è vista comunque come una risorsa per l’uomo, capace, tuttavia, di soddisfare non solo esigenze primarie ma esigenze “spirituali” e per tale ragione viene fatta oggetto di una valorazione da una prospettiva educativa e da una prospettiva estetica:

la natura è perciò risorsa morale e culturale.
Di qui una scelta di conservazione, che è scelta avvalorante da una prospettiva nuova che induce rispetto, allargamento dell’eticamente significante sia pure in vista della realizzazione delle migliori determinazioni di vita per l’uomo, in una prospettiva progettuale allargata.

La conservazione

Nell’orizzonte significante dell’uomo, in tale prospettiva, la natura è non solo e non più una risorsa da sfruttare per la sopravivenza biologica, ma strumento per la più completa realizzazione possibile della vita umana:

la natura è da indagare e conoscere mediante la scienza, imitare, trasfigurare mediante l’ispirazione artistica, rispettare mediante un processo educativo e amare mediante una partecipazione consapevole ad un comune cammino.

La valorazione intrinseca

Avere un valore intrinseco significa che ciascun vivente, sia esso uomo o elemento della natura non umana, possiede un valore indipendente dal possibile uso in vista di fini esterni.

E’ evidente che un oggetto, che consideriamo come dotato di un valore intrinseco, può anche essere considerato in grado di soddisfare bisogni immediati primari o secondari e ideali, ma il suo valore è indipendente da tale condizione di possibile uso, tanto che l’etica, che si riferisce a questa teoria del valore, elaborerà principi in grado di ispirare motivazioni dell’agire a prescindere dalla sua utilizzabilità.

La teoria del valore intrinseco va letta soprattutto come una volontà di fondare un’obbligazione morale forte nei confronti del non umano e di superare definitivamente quel risorsismo, che ha guidato sin qui il rapporto uomo-natura.

La valorazione intrinseca: il valore sistemico

Possiamo distinguere un ulteriore tipo di valorazione etica del non umano, frutto di considerazioni aprioristicamente scelte e fondanti il processo stesso, si tratta della valorazione che induce a considerare come preminente quale spinta all’agire etico, il cosiddetto valore sistemico.

Mediante l’estensione della comunità morale non solo ad individualità variamente caratterizzate, quanto a totalità come le specie, gli ecosistemi, sino alla considerazione etica di tutta la biosfera, viene posta in risalto la rilevanza morale delle totalità sistemiche (specie, strutture viventi multiformi e complesse, comunità biotiche ecc).

La valorazione intrinseca: il valore sistemico (segue)

Ciò significa che non si tratta solo di proporre un ampliamento della comunità morale tale che possa includere il non umano, quanto della considerazione e valorazione etica della totalità, e questo perché esistono interessi e soprattutto finalità intrinseche da riferire non solo alle esistenze individuali, ai progetti di vita particolari, bensì agli stessi ecosistemi.

In tale prospettiva la totalità dei viventi è come un sopraorganismo avente peculiari interessi degni di considerazione morale.

E’,quindi, una realtà dotata di un valore intrinseco, ma in una forma derivata, non legato, cioè, a questa o ad altre modalità esistenziali, come la sensibilità o la progettualità cosciente, ma un valore quale espressione della reale condizione di interrelazione definito come valore sistemico.

La preservazione

La pratica etica che discende dal riconoscimento di un valore intrinseco del non umano si risolve in un atteggiamento di preservazione che tende a superare la conservazione intesa come modalità di sfruttamento ed espansionismo umano, sia pure illuminato da criteri di sostenibilità.

Conservare, infatti, ha sempre una matrice che ricorda la schiavitù.

Dall’etimologia della parola con-servare si evince, infatti, che tale pratica è uno stare insieme ad una condizione di schiavitù, in questo caso, del non umano mentre pre-servare è un atteggiamento che vuole fermarsi alla condizione antecedente la schiavitù.

La preservazione (segue)

Preservare significa dunque riconoscere un valore intrinseco a tutte le realtà biotiche e agire in modo tale da poter favorire i progetti di vita di queste realtà evitando le offese possibili determinate da un atteggiamento risorsistico e cercando non di conservare lo status quo quanto di predefinire le migliori condizioni per la realizzazione di un percorso che faciliti e consenta al meglio la realizzazione del progetto vitale di qualsiasi realtà biotica.

In definitiva, il riconoscimento di un valore morale deve necessariamente superare sia la sfera dell’utilizzabilità strumentale sia quella di un’ inseità riferita a caratteristiche precipue individuate dall’uomo con riferimenti di senso precostituiti rispetto alla sua cultura.

Considerare il non umano un valore morale significa dunque porre in atto una valorazione più radicale, che lo faccia considerare come un bene che deve essere ispirazione all’agire mediante un imperativo che superi la condizione ipotetica del fine immediato, e si configuri con una obbligazione morale senza condizionamenti estrinseci se non quello di un riconoscimento valoriale dell’ essere come bene che è e deve essere.

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