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Antonello Giugliano » 8.L'uso ancora impreciso che fa di questo termine capitale anche il filosofo consulente e la necessità di una decostruzione ermeneutica del concetto di Weltanschauung


Necessità di una decostruzione ermeneutica del concetto di Weltanschauung.

«Deiettività»:

Nella «consulenza filosofica», e nella sua odierna letteratura e pubblicistica di riferimento, molti autori, anche quelli più avvertiti, impiegano il termine di «visione del mondo» in modo intensivo ma impreciso dando per scontato ed ovvio il significato del suo concetto, che vorrebbe indicare una intima fusione tra vita vissuta e sapere autentico intorno ad essa. Raramente però viene problematizzato il senso di questa parola che potrebbe anche intenzionare non una mera idea o un mero concetto, per quanto intimamente intrecciati alla vita, bensì il nucleo più profondo della struttura stessa dell’esistenza umana nella sua totalità. Proprio questo orizzonte strutturale nel suo senso ultimo, che pure le starebbe massimamente a cuore afferrare, la «visione del mondo» (specialmente quella tematizzata nell’approccio consulenziale-filosofico) tende «deiettivamente» a fraintendere — scambiandolo per una solo ancora inesplicita pienezza di senso della vita — e dunque, in ultima analisi, a mancare.

Necessità di una decostruzione ermeneutica del concetto di Weltanschauung.

«Deiettività»:

«Deiettività», detto in estrema sintesi, è qui quella condizione paradossale per cui nella pratica si tende innanzitutto e per lo più a riprendere e assumere terminologicamente e concettualmente, così come la si trova gettata là nella tradizione e nella quotidianità, e ad intendere a partire da esse la comprensione ordinaria del senso del fenomeno in questione (la «visione del mondo» e la situazione esistenziale profonda a cui essa rimanda) e insieme quindi involontariamente a gettare via, rifiutare e perciò far decadere e occultare la comprensione autentica del senso ultimo della situazione alla quale nondimeno si fa tematicamente riferimento teoretico-operativo dichiarando di volerla interpretare adeguatamente. In questo caso, la «deiettività» vale per la visione o intuizione o concezione di sé e del mondo, intesa sia come generica struttura della vita e dell’esistenza, sia come concetto operativo consulenziale-filosofico che pretenderebbe interpretare questa struttura stessa (il cui senso interpretativo di «visione-del-mondo» è però quello non ulteriormente specificato, bensì dato come ovvio e tautologico di essere appunto una «visione del mondo»; che è quasi come ripetere la famosa “spiegazione”, data dal dotto medico del malato immaginario di Molière, per cui l’oppio fa dormire perché contiene in sé la “virtus dormitiva “).

Alcuni casi esemplari

Visioni della «visione del mondo»:

  • Già abbiamo visto, nella penultima lezione (la nr. 6), i tentativi di R. Lahav di dare una definizione del concetto di «visione del mondo» come campo operativo specifico della «consulenza filosofica» e quindi del «consulente filosofico» in quanto «esperto nell’interpretazione delle visioni del mondo. Si tratta di tentativi che però non vanno ancora al cuore del problema, che non è solo un problema terminologico-nominalistico, bensì concerne la comprensione dell’orizzonte ultimo del nucleo vitale-esistenziale a cui la «visione-del-mondo» implicitamente rinvia.
  • Anche altri importanti ed acuti teorici di riferimento del dibattito intorno ai fondamenti concettuali della pratica consulenziale-filosofica, utilizzano questa parola-chiave, tralasciando in genere tuttavia di esplicitarla ulteriormente e più in profondità.

Alcuni casi esemplari

Visioni della «visione del mondo»:

  • Solo per quanto riguarda gli autori di ambito linguistico tedesco occorre avvertire che essi in genere tendono a non impiegare troppo o affatto il termine «Weltanschauung», sia per motivi strettamente teorici (preferendo, come fa G. B. Achenbach il riconosciuto fondatore della «consulenza filosofica», sostituirlo per es. col termine «Lebenskönnerschaft» [«saper vivere»], per sottolineare filosoficamente la ormai acquisita dimensione esclusivamente ermeneutico-esistenziale della struttura intenzionata e degli stessi singoli componenti — visione, intuizione, concezione, soggetto vs mondo, vita, realtà, oggetto — nel concetto tradizionale), sia per i motivi spiegati alla fine della lezione precedente e cioè il fatto che l’espressione possiede tuttora un’eco ambigua e sinistra in quanto parola d’ordine della LTI.
  • Nelle sezioni seguenti ci occuperemo brevemente di alcuni passi esemplificativi tratti da testi e spunti di autori quali P. Hadot, R. Paden, E. Ruschmann, U. Galimberti, N. Pollastri.

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

P. Hadot, insigne storico della filosofia greco-romana ed ellenistica, per le sue originali prese di posizione teoriche, è diventato più o meno tacitamente uno degli intellettuali di culto e di riferimento di una parte della «CF» europea. Hadot sottolinea vigorosamente la specificità della filosofia antica: il suo peculiare carattere di modo di vivere e di ricerca della saggezza e perciò, proprio per questo suo concepirsi come innanzitutto pratica di vita, il primato da essa sempre conferito al radicamento nella visione che la vita ha di se stessa e del mondo e all’imprescindibile dimensione di esperienza vissuta quotidiana propria delle dottrine filosofiche rispetto alla mera teoria e all’astratto sapere accademico scientifico-specialistico medioevale e moderno.

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

«Una delle caratteristiche dell’Università è di essere formata di professori che formano professori, di professionisti che formano professionisti. Dunque l’insegnamento non si rivolge più a uomini che s’intende formare affinché siano uomini, ma a specialisti, perché imparino a preparare altri specialisti. È il pericolo della “scolastica” che aveva cominciato a delinearsi alla fine dell’antichità, che si sviluppa nel medioevo e di cui si può ancora riconoscere la presenza nella filosofia attuale. [...] Nella filosofia universitaria moderna, evidentemente, la filosofia non è più una maniera di vivere, un genere di vita, a meno che non sia il genere di vita del professore di filosofia. [...] Comunque sia, la filosofia moderna è anzitutto un discorso che si svolge nelle lezioni, che si affida a libri, un testo di cui si può fare l’esegesi», ma non è più pressante invito filosofico a «trasformare radicalmente il proprio modo di vivere», a essere filosofi nella pratica comune della vita stessa «benché non [si] abbia scritto nulla e nulla insegnato». «La filosofia antica propone all’uomo un’arte della vita, mentre al contrario la filosofia moderna si presenta anzitutto come la costruzione di un linguaggio tecnico riservato a specialisti» [cfr. P. HADOT, Esercizi spirituali e filosofia antica (2002), nuova edizione ampliata, a cura di A. I. Davidson, trad. it. di A. M. Marietti, Torino, Einaudi, 2005, pp. 161-164].

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

La filosofia antica assurge così a modello interpretativo universale della filosofia stessa nel suo senso di pratica vissuta, di esercizio filosofico, di stile o arte di vita ovvero di maniera di vivere e concepire, ossia di essere la «visione globale di un certo modo di vivere e di vedere il mondo [...]. Il discorso filosofico ha quindi origine da una scelta di vita e da un’opzione esistenziale, e non viceversa. [...] Questa opzione esistenziale implica a sua volta una particolare visione del mondo, e sarà allora compito del discorso filosofico rivelare e giustificare razionalmente sia l’opzione esistenziale che la rappresentazione del mondo che ne deriva. Il discorso filosofico teorico nasce, dunque, da un’opzione esistenziale iniziale e ad essa ritorna. [...] La filosofia è contemporaneamente e indissolubilmente discorso e modo di vivere, discorso e modo di vivere che tendono alla saggezza senza mai raggiungerla. [...] Ciò vale a dire che non si possono considerare i discorsi filosofici come realtà che esisterebbero in sé e per sé, e studiarne quindi la struttura indipendentemente dal filosofo che li ha elaborati». La filosofia (quella antica e quella nuova che ora si rimodella su di essa) è dunque esercizio pratico multiforme: «esercizi spirituali [...], pratiche [...], volte a operare una modificazione e una trasformazione nel soggetto che le pratica[va]», ossia nel suo modo complessivo di vivere e di vedere il mondo, nella sua visione di sé e del mondo [cfr. P. HADOT, Che cos'è la filosofia antica?(1995), trad. it. di E. Giovanelli, Torino, Einaudi, 1998, pp. 5-7].

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

L’aver qui indugiato su Hadot era giustificato dall’evidente importanza delle tesi di questo autore per il cuore problematico della «CF», ma altresì dal fatto singolare che anche un pensatore così acuto e profondo come Hadot — che non manca di sottolineare che «”la filosofia non è la costruzione di un sistema, ma la ferma decisione di guardare [...] in sé e intorno a sé”. Sotto l’influenza di Bergson, e poi dell’esistenzialismo, dunque ho sempre inteso la filosofia come una metamorfosi totale della maniera di vedere il mondo e di essere in esso», «soprattutto un certo atteggiamento nei confronti del tempo» in quanto «in ogni istante [...] è implicata la totalità del cosmo», per cui a questa coscienza cosmica «in primo luogo la filosofia si presenta[va] come una terapia destinata a guarire l’angoscia», tonalità che sorprende il sé al cospetto dell’infinità del tempo e del cosmo [cfr. P. HADOT, Esercizi spirituali e filosofia antica (2002), cit., p. IX, 156, 157] — tralasci poi di problematizzare il costrutto terminologico e concettuale di «visione del mondo» limitandosi a impiegarlo senza alcuna ulteriore specificazione (e segnatamente senza avvertire alcuna difficoltà interpretativa nel riproiettare nel passato antico un’idea del tutto moderna che presuppone il tramonto dell’universo mentale antico, immanentistico-pagano e trascendentistico-cristiano, con il costituirsi di una soggettività cartesiana che si contrappone e rapporta al mondo in quanto oggetto, a sua volta fondato e costituito e assicurato soltanto nella rappresentazione e visione che ne ha un soggetto).

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

Malgrado il suo equilibrato e preciso tentativo di definire la «consulenza filosofica» ed il suo specifico ambito di intervento, distinguendolo da possibili fraintendimenti e confusioni con altri ambiti, anche l’americano R. Paden risulta generico e omissivo allorché tematizza l’ «analisi delle visioni del mondo associate ai problemi esistenziali» : «l’obiettivo del consulente filosofico non è semplicemente rendere felici e soddisfatti i propri clienti, ma piuttosto chiarire e migliorare le loro idee e visioni del mondo, attraverso un processo di riflessione critica. Si assume – senza garanzie – che tale riflessione possa portare a una soluzione dei problemi dei clienti e che da ciò possano scaturire anche soddisfazione e felicità, ma il consulente filosofico deve concentrarsi sull’analisi delle visioni del mondo associate ai problemi esistenziali del cliente, non sui problemi stessi. I consulenti filosofici possono approntare servizi unici e di grande valore – l’analisi critica di idee e visioni del mondo problematiche – ma la consulenza filosofica non è psicoterapia o consulenza spirituale. Essa può promettere un tipo di saggezza pratica, ma non la felicità» [cfr. R. PADEN, Defining Philosophical Counseling, in: «International Journal of Applied Philosophy», 12/1, Spring 1998, p. 11].

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

Altrettanto ovvia e scontata è la comprensione del senso del contenuto e del significato operativo di una «visione del mondo» per E. Ruschmann: «Seymon Hersh è stato uno dei primi a definire la sua consulenza “filosofica”, ed egli partiva proprio da questa concezione di una “personale filosofia di vita”; in un articolo apparso nel 1980 sul “filosofo consulente” [...] teorizzò che ognuno ha una propria filosofia di vita, che ciascuno di noi esprime a suo modo: è evidente nella nostra visione del mondo, nel nostro modo di pensare, sentire e agire, magari senza esserne consapevoli. [...] Scopo del processo di consulenza è di aiutare il consultante a modificare il proprio processo di coscienza e di riflessione [...] in modo da far sì che egli faccia un passo avanti nella direzione di un adeguato comprendere se stesso e il mondo. In questo senso è senz’altro possibile parlare di “ricostruzione critica” [della visione del mondo]» [cfr. E. RUSCHMANN, Consulenza filosofica (1999), Prima Parte, trad. it. di D. Scelzo, a cura di R. Longo, Messina, A. Siciliano Editore, 2004, p. 77, 91, 92].

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

Con lucida precisione U. Galimberti individua e tematizza il motivo generatore del diffuso bisogno contemporaneo di «consulenza filosofica», nonché la sua dimensione operativa elettiva, nella sofferenza determinata dalla mancanza universale di un senso dell’esistenza in quanto tale, situazione nichilistica di fronte a cui la stessa «psicoanalisi rivela tutta la sua impotenza, perché gli strumenti di cui dispone, se sono utilissimi per la comprensione delle dinamiche emotivo-relazionali e per i processi di simbolizzazione, sono inefficaci in ordine al tipo di insensatezza che caratterizza l’età della tecnica. La psicoanalisi, infatti, conosce il non-senso di una vita tormentata dalla sofferenza, ma non la sofferenza determinata dall’irreperibilità di un senso» quale che sia. «Qui occorre la pratica filosofica»: qui, cioè per un «mondo, che oggi si identifica con la tecnica, in cui sono da reperire le radici dell’insensatezza. Dall’insensatezza non si esce con una “cura”, perché il disagio non origina dall’individuo, ma dal suo essere inserito in uno scenario, quello tecnico, di cui gli sfugge la comprensione. E se il problema è la comprensione [del senso del mondo e dell'essere-nel-mondo], gli strumenti filosofici sono gli unici idonei per orientarsi in un mondo il cui senso, per l’uomo, si sta facendo sempre più recondito e nascosto» [cfr. U. GALIMBERTI, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, Milano, Feltrinelli, 2005, pp. 9-10]. L’età della tecnica dispiegantesi planetariamente come unico scopo e senso del mondo è l’epoca in cui la stessa tradizionale «visione del mondo» si trasforma in epoca dell’immagine del mondo, in epoca in cui il mondo è ridotto a immagine, a visione, a cosmovisione tecno-scientifica planetaria che ha di mira solo più il potenziamento e la spettacolare autovisione di se stessa.

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

Abbastanza stranamente, tuttavia, Galimberti lascia indeterminata l’accezione storico-metafisica ultima del concetto di «visione del mondo», che egli nondimeno impiega per delineare le due divergenti «visioni del mondo sottese alla psicoanalisi e alla pratica filosofica», «le due grandi visioni del mondo, quella greca e quella giudaico-cristiana, dalla cui confluenza è scaturito l’Occidente»: la «psicoanalisi è pienamente inscritta nella visione religiosa della tradizione giudaico-cristiana secondo la quale il dolore non è un costitutivo dell’esistenza, ma qualcosa da essa separato, che va estirpato, curato, guarito, seguendo procedure che, solo per il contenuto, differenziano la pratica psicoanalitica dalla pratica religiosa, perché, per la forma, entrambe sono inscritte in quella visione del mondo che concepisce il dolore non come un tratto inscindibile dell’esistenza, ma come una malattia da cui si può e si deve guarire». «Per la tradizione giudaico-cristiana il dolore è la conseguenza di una caduta dovuta a una colpa, che chiede riparazione ed è suscettibile di redenzione. [...] La pratica psicoanalitica è per intero inclusa in questa visione religiosa del mondo». Invece «per la cultura greca il dolore non è la conseguenza di una colpa, ma è il costitutivo dell’esistenza, di cui bisogna accogliere per intero la caducità, senza illudersi con speranze ultraterrene o con ipotesi di salvezza da colpe originarie. Accolta la caducità dell’esistenza, occorre poi imparare a vivere tutta l’espansione della vita e tutto il suo contrarsi, perché questa è la condizione del mortale che nessuna narrazione può modificare. La pratica filosofica è inscritta in tale visione del mondo, e perciò non conosce speranze salvifiche e concomitanti disperazioni, ma solo la temperata saggezza che il dolore lo si può reggere ed, entro certi limiti, dominare. [...] La pratica filosofica vuole recuperare questa saggezza greca», la tragica «visione greca, per la quale la vita è insieme crudeltà e bellezza» [cfr. op. cit, p. 11, 16-17, 21, 26].

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

Piuttosto, d’accordo con lo Jaspers della Psychologie der Weltanschauungen, Galimberti tende, alquanto astoricamente, a ritenere le diverse «visioni del mondo» come «delle varianti di quell’invariabile ontologica che è la “visione del mondo (Weltanschauung)”, in cui si raccolgono i tratti intenzionali essenziali della struttura costitutiva e normativa dei mondi che di volta in volta si danno» [cfr. op. cit., p. 314].

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

Anche in N. Pollastri, il fondatore della «CF» in Italia, è possibile osservare — segnatamente laddove egli sviluppa i tratti di una propria «concezione della consulenza filosofica» [cfr. N. POLLASTRI, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche, Milano, Apogeo, 2004, pp. 195 e ss.] — un impiego centrale ed intensivo del termine tecnico-operativo di «visione del mondo» (ritenuto interscambiabile con le sue relative varianti non considerate nelle loro specifiche oscillazioni semantiche: quale «concezione del mondo», etc.) e la consueta omissione di una sua ulteriore problematizzazione ed esplicitazione concettuale. Così, per es., il consulente filosofico deve «sottoporre a socratico esame la visione del mondo del consultante» [op. cit., p. 207]: «Il lavoro di esame e ri-flessione svolto sulla visione del mondo del consultante da parte del consulente produce una sua progressiva ri-comprensione, ri-elaborazione, ri-costruzione. Esplorando la visione del mondo si fanno infatti molte scoperte. Nessuna è pienamente coerente, molte parti confliggono tra loro, certe costruzioni “pensate” non corrispondono ad altre “vissute”. Questi contrasti — che possono indifferentemente sussistere anche tra piano della razionalità e piano dell’emotività — pongono nuovi interrogativi, ai quali, filosoficamente, si cercano nuove risposte. [op. cit., p. 209]

La «visione del mondo» e le sue visioni (o non-visioni)

«Così, la concezione del mondo diviene progressivamente sempre più esplicita e consapevole; così, essa viene progressivamente e spontaneamente modificata, ampliata, rielaborata; così, da sapere immediato e ingenuo, concezione del mondo non esaminata, essa diviene una “filosofia”» [op. cit., p. 209], ossia non più la «propria personale visione del mondo “prefilosofica”, [...] non più una concezione del mondo irriflessa e immediata» , bensì la «sua personale filosofia. Una filosofia probabilmente più scarna, meno sofisticata e comprensiva di quella di un “grande filosofo”, ma egualmente “esaminata” e perciò egualmente filosofia» [op. cit., p. 213]. Ovviamente, «ciascun filosofo ha la propria personale visione del mondo» [op. cit., p. 224], e quindi, a sua volta, anche lo stesso «consulente [filosofico] ha — perché, in quanto uomo, non può non avere — la propria, personale concezione del mondo; tuttavia, in quanto filosofo, non può farla valere epistemicamente come una “Verità”» [op. cit., p. 211], in quanto non è suo compito «”forgiare” visioni del mondo» [cfr. op. cit., p. 217] da consigliare, somministrare o imporre dall’esterno al consultante, bensì solo appunto «ampliare, rendere più coerente e sistematica la visione del mondo [propria] dei singoli individui» consultanti, «ri-costruire una visione del mondo: quella del consultante», «fino alla generazione di un nuovo macroassestamento della [sua] complessiva concezione del mondo» [cfr. N. POLLASTRI, Consulente filosofico cercasi, Milano, Apogeo, 2007, p. 38, 43, 79].

Considerazioni conclusive

Complessità e ambiguità nella determinazione operativa del concetto di «visione del mondo»

Dal montaggio critico dei passi precedentemente riportati dovrebbe risultare posta abbastanza chiaramente la questione dell’utilizzo efficace e, tuttavia, insieme disinvolto e poco problematico del termine da parte di importanti autori e teorici della pratica consulenziale-filosofica, che in qualche caso sembrano addirittura far coincidere l’orizzonte costitutivo antropologico-umano con l’orizzonte proprio della «visione del mondo» e dei suoi rispettivi gradi di consapevolizzazione. Ma precisamente questo coincidere risulta ambiguo ed estremamente equivoco, perché non esplicita quale sia la dimensione di senso ultima della stessa «visione del mondo», che non è semplicemente visione di un mondo-oggetto da parte di un soggetto che se lo rappresenta intuitivamente e/o razionalmente, bensì innanzitutto esperienza delle forme della temporalità costitutiva dell’orizzonte esistenziale umano e non-umano (esperienza da cui, paradossalmente, deriva anche la cristallizzazione nella assoluta «ocularità» tipica della «visione» del «mondo» in cui viene stravolto e frainteso l’orizzonte esistenziale). Di qui la necessità di una decostruzione-distruzione di tale ambiguo concetto per esplicitare il senso della sua più autentica dimensione: quella legata all’esperienza e all’apprensione delle forme del tempo e della temporalità.

Prossima lezione

«Distruzione» ermeneutico-esistenziale del concetto di Weltanschauung/visione del mondo. Il carattere «estatico» dell’esistenza in quanto «cura» della temporalità e il problema di una formazione analitico-esistenziale del consulente filosofico.

  • La decostruzione costituisce una distruzione ermeneutica del concetto di Weltanschauung e si configura pertanto come una analitica dell’esistenza in quanto eksistenza-ekstatica, cioè legata alla «cura» del senso e della temporalità.
  • Problema di una formazione analitico-esistenziale del consulente filosofico.

Indice Immagini


Indice multimedia

N. Pollastri, Il pensiero della vita

N. Pollastri, Il pensiero della vita


I materiali di supporto della lezione

M. FOUCAULT, Storia della sessualità vol. 3: La cura di sé, tr. it. di L. Guarino, Feltrinelli, Milano, 2001.

ID., L'etica della cura di sé come pratica della libertà (1984), tr. it. di S. Loriga, in: ID., Archivio Foucault 3. 1978-1985, a cura di A, Pandolfi, Milano, Feltrinelli, 1988, pp. 273-294.

P. HADOT, Riflessioni sulla nozione di cultura di sé (1988), in: ID., Esercizi spirituali e filosofia antica, Nuova edizione ampliata, tr. it. di A. M. Marietti, Einaudi, Torino, 2002, pp. 169-177.

ID., La filosofia come modo di vivere. Conversazioni con Jeannie Carlier e Arnold I. Davidson, tr. it. di A. C. Peduzzi e L. Cremonesi, Einaudi, Torino, 2008.

Gerd B. ACHENBACH, Saper vivere. Per una vita piena di significato e di valore (2001), trad. it. di R. Soldani, Milano, Apogeo, 2006.

Pierre HADOT, Esercizi spirituali e filosofia antica (2002), nuova edizione ampliata, a cura e con una prefazione di A. I. Davidson, trad. it. di A. M. Marietti, Torino, Einaudi, 2005.

Eckhart RUSCHMANN, Consulenza filosofica (1999), Prima Parte, trad. it. di D. Scelzo, a cura di R. Longo, Messina, A. Siciliano Editore, 2004.

Seymon HERSH, The Counseling Philosopher, in: «The Humanist», 40/3 (May-June 1980), pp. 32-34.

Umberto GALIMBERTI, La casa di psiche. Dalla psicoanalisi alla pratica filosofica, Milano, Feltrinelli, 2005.

Neri POLLASTRI, Il pensiero e la vita. Guida alla consulenza e alle pratiche filosofiche, Milano, Apogeo, 2005 (2004).

Neri POLLASTRI, Consulente filosofico cercasi, Milano, Apogeo, 2007.

Articolo di O. Brenifier, Les cafés philosophiques

Journal info Diotime - L’agora

Sito della Wikipedia tedesca sulla CF (philosophische Praxis)

Un sito privato (di F. T. Hansen) in danese sulla CF (con discreta sezione bibliografica)

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