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Giuseppe Cacciatore » 13.Lo spazio di intervento dell'umanista


Una pratica condivisa

Said insiste a più riprese sul fatto che la filologia e gli studi umanistici non sono pratiche staccate dalla società e dalle problematiche e tensioni politiche delle società stesse. «Non siamo scribacchini o umili copisti – sostiene Said –, ma menti le cui azioni diventano parte della collettiva storia umana che prende forma intorno a noi» (Umanesimo e critica democratica, cit., p. 93). Questo senso di un lavoro comune, di un’impresa condivisa con altri garantisce l’onestà dello studioso: si tratta di un compito che implica vincoli e impone una precisa disciplina. È interessante notare come sia la tradizione islamica, sottovalutata o trascurata dagli studiosi eurocentrici (attenti a celebrare gli ideali umanistici occidentali), a fornire a Said un valido paradigma per esplicitare ulteriormente la sua concezione umanistica. Poiché nell’Islam il Corano è la Parola di Dio, non se ne può avere una conoscenza piena ed esaustiva: tuttavia, occorre continuare a leggerlo e rileggerlo. Trattandosi di un testo scritto, è d’obbligo per il lettore cercare innanzitutto di capirne il senso letterale, ma nel far questo deve essere consapevole che altri prima di lui hanno già affrontato la stessa ardua prova. Questi “altri” formano una specie di comunità di testimoni, ognuno dei quali ha un debito nei confronti di chi lo precede.

L’impegno dell’umanista

Il sistema di letture interdipendenti del Corano, l’isnad, ha come obiettivo quello di avvicinarsi sempre più alle radici del testo, ma implica una componente di impegno personale e di uno sforzo notevole. Il richiamo a questa pratica di lettura intersoggettiva è di grande interesse: attingendo ad una cultura marginalizzata dalla tradizione occidentale – come emerge chiaramente in Orientalismo – Said suggerisce come deve svolgersi la pratica umanistica, e dà un piccolo saggio della vocazione “plurale”, del carattere aperto e critico dell’umanesimo. Entro queste coordinate l’umanista deve attenersi alla regola che gli impone un rigoroso lavoro di lettura (non finalizzato esclusivamente a indagare strutture discorsive e pratiche testuali) e impegnarsi per portare alla luce significati e per contribuire attivamente all’emancipazione e all’estensione della conoscenza. Tra queste due direttive lo spazio di intervento dell’umanista è, secondo Said, ampio. Nondimeno, allo stato attuale delle cose, Said diagnostica la perdita della componente intellettuale della pratica umanistica, intesa come opposta alla funzione meramente tecnica: gli studiosi di letteratura o si trasformano in tecnocrati decostruzionisti, analisti del discorso, neostoricisti (e altro ancora) o si rincantucciano sentimentalmente nella commemorazione delle glorie passate associate all’umanesimo.

Resistenza

Per affrontare la nozione di “resistenza”, soffermarsi sul processo di lettura e ricezione filologica è fondamentale. La ricezione, si è detto, si fonda sulla lettura approfondita del testo, sull’induzione ermeneutica, all’interno di un sistema di letture interdipendenti; essa implica un uso metaforico del linguaggio con l’obiettivo di tradurre il linguaggio ordinario in un proprio lessico critico. Ma la pratica umanistica non si ferma qui: deve, infatti, confrontarsi con un immane attacco che nelle nostre società viene mosso al pensiero, alla democrazia, all’idea di uguaglianza, all’ambiente. Questo assalto si realizza tramite le forze disumanizzanti della globalizzazione, i valori neoliberisti, l’avidità economica e le brame imperialiste: siamo bombardati da immagini preconfezionate e reificate del mondo che invadono e colonizzano la coscienza soffocando il formarsi di una critica democratica. Di fronte a questa deriva politico-sociale l’umanista deve saper proporre alternative, le quali vengono messe a tacere o non riescono ad emergere attraverso i canali di comunicazione controllati da un ristretto e potente numero di gestori dell’informazione. A riguardo Said sostiene che le università americane ancora permettono di dar vita a una concreta pratica intellettuale alternativa: chi gode del privilegio di lavorare in queste strutture non può sottrarsi a questo compito.

Autochiarificazione

Said affronta anche il problema dei rischi costituiti dall’uso di una terminologia tecnica nel campo degli studi umanistici. A suo avviso i lessici specialistici non fanno altro che sostituire un idioma preconfezionato ad un altro. Occorrerebbe invece partire dall’idea che il compito dell’interpretazione umanistica sta nel rendere più chiara ed efficace possibile quella stessa opera di demistificazione e smantellamento delle verità costruite dal potere che le è propria. Si dovrebbe non cadere nella trappola di sopravvalutare “come” una cosa viene espressa a detrimento di “cosa” si dice. L’approccio umanistico non può essere percepito come una folgorazione religiosa e segreta, come una pratica misteriosa e inaccessibile ai più, ma dovrebbe mirare a trasmettere il senso di una scoperta. Se la competenza viene intesa come mero meccanismo di aristocratico distanziamento e se questo meccanismo sfugge ad ogni controllo, allora la pratica umanistica si appiattisce su e si snatura in certe forme di espressioni accademiche antidemocratiche e finanche anti-intellettuali. Al cuore dell’azione di resistenza, che prende avvio dalla ricezione e dalla lettura, c’è invece la critica intesa come «ricerca, incessante e auto-chiarificatrice, della libertà, di un potenziamento della capacità di agire, e non del contrario» (Umanesimo e critica democratica, cit., p. 98).

Informazioni preconfezionate

Questo lavoro di auto-chiarificazione non è cosa facile, spiega Said: viviamo in una società dove un’informazione preconfezionata domina le nostre strutture di pensiero e privilegia le forme lapidarie e telegrafiche. I media, la pubblicità, le dichiarazioni politiche ufficiali, la stampa allineata con le direttive ideologiche del potere mirano a persuadere o a ridurre alla sottomissione i destinatari dei loro messaggi, non certo a stimolare il pensiero e a impegnare l’intelletto. I messaggi delle grandi macchine della comunicazione contemporanea, viene da dire, vanno in direzione opposta all’invito kantiano: «Sapere aude! Abbi il coraggio di usare il tuo proprio intelletto!» (Immanuel Kant, Risposta alla domanda: Che cos’è Illuminismo, in Id., Scritti di storia, politica e diritto, a cura di F. Gonnelli, Roma-Bari, Laterza, 20034, p. 45).

Immanuel Kant (1724-1804). Da: Wikimedia

Immanuel Kant (1724-1804). Da: Wikimedia


Resistenza umanistica, comunicazione, mondo

La resistenza umanistica non può servirsi delle stesse modalità comunicative della CNN o del New York Times, che forniscono informazioni sotto forma di sommario o succinti stralci di discorso. La resistenza umanistica ha bisogno di forme più distese e di periodi di riflessioni di una certa lunghezza. Solo così, seguendo un esempio di Said, può ricostruire la storia dell’Iraq di Saddam Hussein in tutti i suoi squallidi particolari, mettendo in luce – mentre scava tra questi dettagli – anche il ruolo di un diretto e consistente sostegno statunitense. Va precisato, chiarisce Said, che la maggior parte degli americani ignora ancora tutto sull’Iraq, la sua storia, le sue strutture politiche e gli stessi rapporti che gli Stati Uniti hanno tenuto in piedi con questo paese nei decenni precedenti l’ultima guerra nel Golfo. Si tratta di questioni di grandissima importanza per gli umanisti americani – ma anche per quelli europei, che pure devono affrontare le linee politiche e comunicative dei loro non meno equivoci governi –, ai quali vengono chiesti acquiescenza e silenzio nel momento in cui i governi prendono decisioni della massima importanza per i cittadini. Ma il compito dell’umanista è proprio quello di sottrarsi a questo silenzio, così come gli autori che legge strappano al silenzio le loro parole, e calare il suo lavoro nel mondo in cui vive.

La tensione tra piano estetico e piano politico

Il compito autentico dell’umanista non sta nella posizione o nel posto che egli occupa: non si tratta semplicemente di appartenere a un luogo o a un’istituzione. La sua funzione consiste nello stare dentro e fuori rispetto alle idee e ai valori che vengono messi in circuito dai gestori dell’informazione, nel creare occasioni di discussione nella nostra società o nella società dell’altro. La pratica umanistica insomma, scrive Said citando Blackmur, è una «pratica di disturbo» (Umanesimo e critica democratica, cit., p. 102). L’umanista, per usare una formula gramsciana che identificava il grande intellettuale, «deve tuffarsi nella vita pratica» (Quaderni del carcere, 6, § <10>, p. 689) e mantenere aperte – questa la declinazione saidiana del rapporto tra l’intellettuale-umanista e la società – le tensioni tra il piano estetico e il piano politico (soprattutto quando questo è dominato da ideologie nazionalistico-identitarie), servendosi del primo per mettere in discussione, riesaminare e resistere al secondo. Pertanto, problemi ed eventi come le rivolte del sistema sanitario, quando le ingiustizie corporative del sistema americano delle assicurazioni private cominciarono ad essere eccessive anche per i medici, oltre che per i milioni di pazienti senza copertura sanitaria, devono, dunque, agli occhi di Said, tornare ad esser parte dell’orizzonte umanistico.

La voce dell’altro

La pratica umanistica si svolge individuando prospettive e anche spostandosi da una sfera dell’esperienza umana all’altra. Essa tocca la questione dell’identità, e ovviamente anche identità diverse da quelle incarnate dalla guerra o dall’ideologia nazionalista del momento. L’umanista ha gli strumenti per gettare un ponte verso l’altro, per porsi da un’altra prospettiva, per smantellare le pretese identitarie forti. Il suo lavoro filologico, infatti, consiste già nel dispiegare identità alternative: questo si realizza quando l’umanista legge e mette in relazione tra loro parti diverse del testo o quando estende il campo di indagine sino a includere ambiti di pertinenza sempre più ampi. Questa attitudine propria dell’umanista, nel momento in cui questi si tuffa nella vita pratica, diventa – se ben interpretiamo Said – capacità di cogliere i complessi processo di relazione, articolazione e mescolamento delle identità e di smantellare le pretese identitarie che tendono alla sopraffazione e alla marginalizzazione dell’altro. Così l’approccio umanista, che a livello profondo dovrebbe proporsi di rompere con le idee preconcette e il discorso comune, si impegna a «dar voce al silenzio, a dissotterrare il mondo della memoria dei gruppi itineranti che a mala pena riescono a sopravvivere, il mondo dell’esclusione e dell’invisibilità» (Umanesimo e critica democratica, cit., p. 106).

I materiali di supporto della lezione

Approfondimento

Bibliografia di riferimento

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