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I Tempi

Esercitiamo il Progetto nel nostro presente: ma passato e futuro sono dimensioni del tempo che stanno dentro l’architettura che oggi progettiamo.
In questo senso, “antico” e “nuovo” non sono qualcosa che sta fuori o lontano, con propri caratteri univoci e definiti. Dunque, nei segni dell’architettura, le dimensioni del tempo – passato e futuro – sono costitutivamente “presenti” ed insieme ne costituiscono la memoria.
Ciò significa che “il fascino del passato del mondo e della storia dell’architettura risiede quindi – paradossalmente – nel non poter essere visto e separato dallo scorrere del tempo quotidiano, così come non è possibile – all’interno del labirinto – osservarne la disposizione a meno di non sollevarsi al di sopra di esso, cosa che, per fortuna, non è concessa dalle regole del gioco” (Franco Purini, Architettura didattica, Casa del Libro Editrice, 1980, p.21).

Tempo e Forma

Accetteremo perciò la costruzione paziente del progetto come scommessa da scandire nel tempo, secondo frammenti e segmenti sgranati lungo lo scorrere dei giorni, per esprimere con l’architettura (come diceva Wright) “ciò che noi siamo in tutto questo processo”, laicamente accettando la sproporzione tra il nostro tempo limitato unito ai nostri piccoli mezzi (il tempo della nostra vita) e la vastità del quadro delle implicazioni e dei processi con i quali siamo chiamati a misurarci (tempo del mondo) pur se riferibile ad ambiti spaziali circoscritti.

Come opera il tempo in architettura?
Come si intreccia il problema del progetto con quello del tempo?

Il lavoro in architettura consiste sostanzialmente nel dare una forma al tempo.

Franco Purini, Stratificare. Fonte: Antonino Saggio

Franco Purini, Stratificare. Fonte: Antonino Saggio


Il tempo come durata

Tuttavia, dai futuristi in poi, è ormai un secolo che gli architetti hanno rinunciato a “considerare un edificio come una delle più convincenti e dirette approssimazioni dell’eternità” (F. Purini), anche se la cultura architettonica contemporanea si divide tra chi sembra accettare la riduzione della prospettiva temporale nella dimensione effimera, e chi – sollecitando una rinascita dello “spirito tettonico” – tenacemente intende resistere all’obsolescenza estetica e tecnologica con una riaffermazione della durevolezza concettuale e di una ritrovata solidità costruttiva. Gli ultimi conformisti, poi, tendono a ridurre l’opera di architettura a mero veicolo di informazione teso ad alimentare un provvisorio immaginario collettivo, sempre più eterodiretto ad assecondare le mutevoli tendenze del mercato mediatico delle immagini architettoniche, ritenendo, così, del tutto incidentale e irrilevante la potenziale estensione dei significati dell’opera nel tempo.

Aldo Rossi, il cimitero di San Cataldo a Modena (1971). Fonte: Fonte: Observing architecture

Aldo Rossi, il cimitero di San Cataldo a Modena (1971). Fonte: Fonte: Observing architecture


Spazio/tempo

“In realtà, ogni autentica opera d’arte “sembra viaggiare nel tempo come un’astronave avventurosa, un veicolo del significato che si sottrae ad una identità fissa, non limitandosi peraltro ad adattare i suoi contenuti e i suoi valori ai cambiamenti degli orizzonti culturali ma anche anticipando questi, in un avvincente ribaltamento di ogni paradigma consolidato.”
(F. Purini, Comporre l’architettura, Laterza, Roma-Bari, 2002, p.14)

Ma questo è anche (e propriamente) il destino e la funzione di ciò che noi chiamiamo “classici”, che partecipano integralmente alla condizione dinamica dell’arte e che sono capaci di porre domande sempre diverse a chi li voglia interrogare e di schiudere a noi orizzonti estetici sempre nuovi.

Giuseppe Terragni, il Danteum (1938). Fonte: Reading city

Giuseppe Terragni, il Danteum (1938). Fonte: Reading city

Giuseppe Terragni, il Danteum (1938). Fonte: Abitare

Giuseppe Terragni, il Danteum (1938). Fonte: Abitare


Il tempo e la memoria

Daniel Libeskind, Museo ebraico di Berlino (1999). Fonte: Studio Lenci

Daniel Libeskind, Museo ebraico di Berlino (1999). Fonte: Studio Lenci


Procedure

Nel progetto il tempo gioca anche un preciso ruolo “tecnico”, di mediazione progressiva tra il “gesto” di una intuizione formale iniziale e il suo inevitabile “raffreddamento” durante il percorso che adeguerà l’edificio futuro alle esigenze del programma funzionale, del sito, delle norme e delle procedure attuative.

Alcune procedure compositive sono in grado di simulare la discontinuità temporale che nella realtà costituisce le architetture e le città costruite: attraverso opportune operazioni planimetriche (rotazioni, intersezioni di griglie geometriche) e nel disegno degli alzati (disassamenti di aperture, giustapposizioni di parti e superfici a differente trattamento materico o tecnologico) la composizione architettonica può fornire, in un’unica figura sincronica, l’immagine della successione dissonante e discorde dell’esperienza concreta della costituzione delle forme nel tempo (cfr. F. Purini, Comporre l’architettura, Laterza, Roma-Bari, 2002, pp.98-99).

La nozione di ” tempo” ci si presenta in molti modi (crf. M. Heidegger, Il concetto di tempo, Adelphi, Milano, 1992):
c’è un tempo storico della città, c’è un tempo del progettare, e un tempo “mentale”, interiore.

Tempo “storico”

Il tempo della città è anche un tempo dell’immaginario oltre che un tempo “storico”: Napoli, ad esempio, include “storie” che hanno dato luogo a figure urbane notevolmente differenti tra loro, ma ciascuno di noi può personalmente costruire/ri-costruire (immaginare) una forma urbis prodotta da un carattere in cui passato e presente si annullano nella ricostruzione di un proprio “vissuto”, di una propria esistenza nel tempo della storia urbana, piuttosto che nei suoi spazi (cfr. P. Valery, Pensare Parigi, in Sguardi sul Mondo Attuale, Adelphi, Milano, 1994).

Ci si “perde” in una città quando la nostra personale memoria delle cose si confonde con la memoria che la città ha di sé, quando la nostra autobiografia rintraccia i suoi luoghi nella ricerca dei luoghi dell’autobiografia della città: è, questo, un perdersi come arte che si apprende lungo un percorso di autoriconoscimento attraverso epifanìe co-incidenti di spazio/tempo. Queste apparizioni inaspettate, nella composizione architettonica che agisce su una costruzione eminentemente temporale come gli spazi urbani, secondo Purini, sono il prodotto concettuale-formale di un triangolo semantico nel cui dominio opera l’interazione tra i registri linguistici della preesistenza, del nuovo, e della loro congiunzione.

Ferdinando Fuga, Real Albergo dei Poveri (1751). Fonte: Wikipedia

Ferdinando Fuga, Real Albergo dei Poveri (1751). Fonte: Wikipedia


Continuità

La nuova entità architettonica che così si produce è – contemporaneamente – continuità e interruzione della costruzione mentale e materiale dell’architettura della città, che può prolungare il suo valore solo con un atto di arresto del tempo.
Ciascuna città suscita un sentimento del tempo suo proprio, singolare e caratteristico delle molte temporalità che la abitano. Ciascuna città costruisce una propria architettura del tempo, del proprio tempo di vita.

Per quale motivo epistemologico il tema del tempo e il tema dell’architettura della città hanno una parentela intima?

La domanda viene posta da Edoardo Benvenuto, analizzando l’influenza che le figure del tempo (il cerchio nel tempo ciclico, la retta nel tempo lineare) hanno esercitato nell’immaginazione delle città e nei modi dell’abitare (E. Benvenuto, La città. Figure del tempo, in: Territorio, n.2, 1996).
La risposta è ancora nella irriducibile semplicità ed esattezza della riflessione di Agostino (che cosa è il tempo?: “Se nessuno me lo domanda lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so più”). Nell’evidenza di questo pensiero è contenuta la ragione dell’enigma: ” il tempo è ciò che non riesce ad essere fissato concettualmente in una riflessione diretta, ma ci appare laddove non lo si consideri direttamente ma lo si lasci penetrare nella coscienza distratta.” (Sant’Agostino, Confessioni).

Abitare il tempo

Il tempo si affaccia al sentire e alla coscienza solo nella dis-trazione, mentre cioè siamo tratti altrove (dis-tratti) dalle nostre occupazioni quotidiane; proprio come accade all’architettura che – secondo Walter Benjamin – è avvertita dall’abitante-massa della città in una condizione distratta che esclude il coinvolgimento esclusivo, l’abbandono, poiché l’architettura è abitata come abitiamo il tempo, mentre ci occupiamo di altre cose e svolgiamo altre funzioni.
L’elemento comune è dunque, per Benvenuto, nella dis-trazione del soggetto (noi) rispetto all’oggetto (tempo, città); per questo le città sono vere e proprie materializzazioni sensibili del tempo, la cui essenza “metafisica” può così divenire pensabile e conoscibile nella dimensione estetica.

Wim Wenders, Lisbon story (1994).

Abitare il tempo (segue)

Renè Magritte, La riproduzione vietata (1937). Fonte: Elektron

Renè Magritte, La riproduzione vietata (1937). Fonte: Elektron


I materiali di supporto della lezione

Letture

E. Benvenuto, La città. Figure del tempo, in: Territorio, n.2, 1996

R. Berardi, La Città, materia del Tempo, Firenze, A-linea, 1999

H. Blumenberg, Lebenszeit und Weltzeit, trd.it. Tempo della vita e tempo del mondo, Il Mulino, 1996

S. Bonfiglioli, L'architettura del tempo, Liguori, Napoli, 1990

J.L. Borges, Storia dell'eternità, in: Tutte le opere, Milano 1984

J. Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, 1991

D. Formaggio, Estetica Tempo Progetto, Clup, Milano, 1990

M. Heidegger, Il concetto di tempo, Adelphi, 1992

F. Purini, Architettura didattica, Casa del Libro editrice, 1980

F. Purini, Comporre l'Architettura, Laterza, Roma-Bari, 2002

A. Torno, La truffa del tempo, Mondadori, 1999

P. Valery, “Pensare Parigi”, in Sguardi sul mondo attuale, Adelphi, Milano, 1992

Visioni

D.Lynch, Mulholland Drive (Lost Highways), 2000

Sguardi

J. L. David, Ritratto di Mme Récamier, 1800, Parigi, Louvre

M. Chagall, Il tempo non ha rive, 1930-39, New York, MoMA

R. Magritte

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