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Teresa Colletta » 17.La storia delle piazze: piazza Mercato a Napoli dalla fine del Duecento ad oggi


Piazze storiche e storia delle piazze

Lo studio dell’evoluzione storica delle piazze come abbiamo chiarito nelle precedenti Lezioni deve procedere secondo un metodo d’indagine che privilegia il progetto e questo progetto è sempre condizionato da precise intenzionalità visuali e rappresentative.

Proprio in questo senso la piazza storica può essere definita come uno degli elementi prioritari della costruzione della città, poichè ne rivela e ne trasmette i valori pubblici e monumentali.

Nello studio delle piazze bisogna tener presente che le piazze italiane, rappresentano ciascuna una soluzione altamente individualizzata ad esigenze insieme epocali e locali e soltanto un sistematico confronto tra situazioni differenti può far individuare i riferimenti compositivi che hanno guidato i progettisti delle piazze. È difficile quindi addivenire ad una storia e tipologia delle piazze.

Nella ricostruzione della storia delle piazze inoltre è di estrema importanza riconoscere la committenza ed è essenziale l’individuazione della committenza di ciascun intervento nei casi di trasformazione da un tipo d’uso religioso a civile.

Abbiamo fatto il punto nella Lezione precedente sulle piazze volute e costruite dagli ordini religiosi a Napoli (Lezione 16) faremo qui ora riferimento ad una piazza pubblica a prevalente uso commerciale che ha mantenuto l’uso di spazio adibito alla vendita di mercanzie dalla fondazione alla fine del Duecento fino al XX secolo: piazza Mercato a Napoli.

Il mercato pubblico nella città bassa napoletana

L’intervento urbanistico di decentramento del mercato pubblico. La definizione della nuova area pubblica per il mercato (1270) e la sua ratificazione con il privilegio di concessione del 1302.

La rilevante decisione regia, del primo re angioino Carlo I, di trasferimento del principale mercato pubblico dal cuore della città antica nella zona orientale in via di formazione urbana: un’area libera e lontana dalla città di antico impianto, a questo scopo dal sovrano destinata, va considerata come primo reale grande intervento di riassestamento urbano della fascia costiera ed è da ascriversi, secondo una lunga e consolidata tradizione storiografica al 1270, pur se il diploma di concessione dell’area pubblica ai cittadini napoletani è del 1302.

La decisione di creare una area pubblica da adibire a Mercato – il Foro Magno dei Registri angioini – è da ritenersi una fondamentale scelta urbanistica per la qualificazione della città bassa ad uso mercantile.
La creazione del “Mercato nuovo”, quale area pubblica con la specifica funzione di vendita di generi commestibili, sposta definitivamente verso est l’attività economica di mercato e precisamente lungo la riva del mare, fuori la cinta muraria esistente, nel territorio chiamato “Loco Muricino” o “Campo Moricino”, dandogli così una precisa destinazione.
Vale sottolineare che questa decisione regia del mercato al Campo Moricino ci è nota unicamente dallo specifico atto pubblico del 1302, ma il suo riconoscimento, è da anticipare di un trentennio, perchè l’attribuzione ed il merito della scelta di trasferimento va ascritta a Carlo I, come riportano tutti gli scrittori patri e la “guidistica”.

“Carlo I d’Angiò abolì il mercato che si teneva alla piazza di San Lorenzo, e lo stabilì ove lo è ancora al Muricino, cioè fuori le mura”.

Le fonti documentarie e il campo Moricino

Per datare l’importante scelta urbanistica di decentramento, ante litteram, per la Napoli duecentesca, nella scarsità delle fonti angioine, ampiamente riconosciuta, bisogna rifarsi a dei documenti indiretti riguardanti concessioni e donazioni da parte dei sovrani francesi di terre demaniali -”terre vacue”- ai monasteri, nei quali si fa più volte riferimento all’esistenza del mercato nuovo al Campo Moricino. Da questi atti, aventi valore legale, si può dedurre che l’autorità regia aveva deciso di fondare il mercato in area diversa da quella fino a quel momento usata, già alla fine del Duecento.

Le Concessioni sovrane a cui si fa riferimento riguardano i due istituendi monasteri nel 1270, proprio ai margini della futura area pubblica di mercato, fanno parte dei Registri angioini e sono conservate anche nelle carte dei due monasteri “soppressi” durante il decennio francese. Nelle Concessioni, da ritenersi dei documenti ufficiali, il sovrano precisa molto dettagliatamente la localizzazione delle terre donate nel “campus Moricinum” vicino al mare e i termini della funzione mercato in quel luogo oltre le mura orientali, già esistenti.

Particolare rilevanza abbiamo dato all’operazione urbanistica di trasferimento del Mercato pubblico da una posizione di centralità nell’antica agorà-forum, ad una posizione decentrata, verso oriente fuori la porta a mare ed alla identificazione di possibili modelli di riferimento offertasi al primo Angiò per tale rilevante decisione che determinò la trasformazione di una zona esterna alla cinta muraria marittima nel nuovo grande spazio aperto per la vendita dei generi commestibili nel Campo Moricino.

Posizione decentrata, alla quale però non si aggiungono funzioni culturali e politico-amministrative che vengono svolte ancora nella città di antico impianto, dando così luogo ad una città maggiormente organizzata dal punto di vista funzionale (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile, 2006).

L’uso del campo del Moricino prima del mercato pubblico

Si può dalla lettura delle Concessioni ai monasteri propendere per l’ipotesi che il primo Angiò non fece altro che attestare una consuetudine dei napoletani già in atto, ossia optando per un riconoscimento antecedente delle funzioni di mercato in quell’area fuori mura. In effetti i documenti del 1270 di concessione dei suoli alle opere religiose parlano di campo pubblico “ubi fit mercatum“, perciò si propende a credere che l’uso di quell’area per contrattazioni mercantili sia più antica, ma resa di pubblico dominio con gli angioini, e poi confermata dal privilegio regio nel 1302.

Bisogna ricordare inoltre che la spianata del campo del Moricino – area del Foro Magno - era stata teatro nel 1268 dell’esecuzione di Corradino di Svevia, voluta da Carlo I proprio in quello spazio pubblico aperto vicino al mare e libero da costruzioni.

La delimitazione dell’area pubblica e la determinazione della sua consistenza dimensionale fu delineata proprio tramite le due concessioni di suolo fatte alle opere religiose e assistenziali che per secoli ne costituiranno i limiti occidentali e orientali.

Lo spazio pubblico del campo Moricino e la decapitazione di Corradino (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Lo spazio pubblico del campo Moricino e la decapitazione di Corradino (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


La dimensione dell’area pubblica del mercato

La volontà regia di lasciare libero da edifici un vasto e largo spazio da adibire a mercato pubblico le cui dimensioni fuori le mura, deducibili a posteriori, erano di ben 28.000 mq, ossia 3 ettari circa, presuppone una volontà forte, che per la Napoli trecentesca, è davvero un atto di lungimirante previsione urbanistica.
Inoltre va sottolineato che diversamente da tutte le concessioni e privilegi di aree urbane che il sovrano concederà ai monasteri il luogo del mercato è ben definito da un atto avente valore legale e volutamente destinato ad uso pubblico.
L’atto pubblico di donazione del suolo alla città di Napoli perché “vi tenesse mercato due volte la settimana” è nel documento del 4 agosto 1302. L’ufficiale riconoscimento stabilisce solennemente la demanialità e la inalienabilità di questo spazio pubblico di mercato al Moricino.
Lo spazio libero, cosa davvero straordinaria per Napoli, rimarrà tale nel corso dei secoli, senza subire alcuna usurpazione, nè da parte di privati, nè cosa davvero singolare in una città dominata dagli ordini religiosi, da forti accrescimenti delle fabbriche conventuali.
Lo spazio del mercato rimarrà un’area pubblica libera da costruzioni, sulla quale non si avvicenderanno una messe di progetti di trasformazione e di abbellimenti, rimanendo adibita a tale uso fino ai nostri giorni.

Napoli, Foto zenitale dell’area di piazza mercato e del Rettifilo (Corso Umberto) (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli, Foto zenitale dell'area di piazza mercato e del Rettifilo (Corso Umberto) (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


Le “regole” per lo spazio pubblico di mercato

È importante sottolineare per l’urbanistica napoletana trecentesca che l’area pubblica destinata al mercato dei generi alimentari viene preservata dall’Angiò con l’indicazione di precise prescrizioni e proibizioni a costruire lungo la via pubblica (la via San Giovanni a mare – via S. Eligio); la ragione era di assicurare tutte le condizioni di esercizio continuo e regolare con regole scritte. Sempre nello stesso intento i regnanti angioini misero in atto prescrizioni e regole per ottenere l’ “ordine urbanistico” al mercato pubblico, pena multe pecuniarie, e promulgarono editti per evitare le frodi dei mercanti sulle vendite. Questa importante regola urbanistica è così ricordata: “Prescrisse di non potersi alienare o concedere quel suolo a chicchesia in futuro; e caso che fosse stata per lo innanzi fatta su quello donazione, fitto, o infeudazione alcuna si da lui che da altri, dichiaravale da quel momento nulle, e di niun valore”.

Abbiamo notato nel volume su “Napoli città portuale e mercantile” (cap.III) l’eccezionalità dell’operazione urbanistica del Mercato napoletano, perché il luogo urbano del mercato è imposto dal potere reale, ossia del principe regnante, pur se ratifica un uso già consolidatosi, e non è l’espressione di una volontà dell’autorità locale o dei cittadini. In molte città medievali sono i cittadini, i mercanti e le autorità locali che scelgono un’area in posizione centrale all’interno o nelle vicinanze del circuito difensivo o vicino ad una chiesa e vi svolgono attività di mercato. In seguito la stessa area si organizza per questa funzione più organicamente, costruendo edifici, porticati e botteghe, palazzi pubblici, logge, etc. Nel tempo diviene la piazza mercato maggiore della città. È il caso ben noto delle piazze pubbliche del potere comunale dell’Italia centro settentrionale, nelle quali si affermano novità spettacolari e decisive nel campo urbanistico. La Napoli angioina invece definisce un grande spazio libero pubblico, senza alcuna qualità formale, in un processo di decentramento e di specializzazione di funzioni, voluto dai regnanti francesi per un migliore funzionamento della vita urbana dei cittadini.

Lo spazio libero per il mercato pubblico nel Cinque-Seicento

Per Napoli la volontà di inalienabilità del mercato fu costantemente ribadita da tutti i regnanti e con la penuria di spazio che si verificò in città tra XVI e XVII è cosa davvero singolare che tale grande spazio aperto pubblico continuasse a rimanere vuoto e senza costruzioni. Ciò presuppone un vincolo di inalienabilità plurisecolare e cosa ancora più singolare, il vincolo fu rispettato dai napoletani!

La coincidenza, è stato recentemente messo in rilievo, tra il luogo dove avvenivano le esecuzioni capitali, le comunicazioni della giustizia civile e la piazza del mercato si registra in molte città europee e ne conferma l’uso prevalentemente pubblico. La destinazione del luogo alla pubblicità delle condanne capitali ed esemplari, unitamente alle quotidiane attività di mercato prosegue nel corso del Cinquecento e Seicento come è ben evidenziato nella cartografia storica della città ad iniziare dalla carta del Lafrery del 1566 e a proseguire con la veduta di Alessandro Baratta del 1629; caratteristica già rilevata nella lettura puntuale della veduta del Baratta.

Le ordinanze regie nell’impedire la vendita di determinati prodotti fuori dalla piazza deputata, confermano della stabilità del luogo, identicamente alle altre grandi città mercantili europee medievali, operando sia uno strumento di controllo fiscale, sia una garanzia di non interferenza.

Napoli. Particolare  del largo del Mercato nella pianta prospettica del Duperac-Lafrery del 1566 (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli. Particolare del largo del Mercato nella pianta prospettica del Duperac-Lafrery del 1566 (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


Lo spazio libero del mercato nel Cinque-Seicento (segue)

L’invaso napoletano di così grandi dimensioni (circa 3 ettari) non può paragonarsi alle piazze comunali di mercato dell’Italia del centro-nord: piazze chiuse in genere porticate, al cui centro sono organizzate le botteghe e i banchi fissi.

Il grande slargo aperto e vuoto napoletano è contraddistinto da un perimetro irregolare, luogo deputato alla vendita di determinati prodotti due volte alla settimana, ma da considerarsi giornaliero. Lo spazio vuoto è organizzato anche per installazioni d’altra natura: una gogna, una croce, una fonte, i banchi o bancarelle mobili, una cappella etc…

La configurazione e la dimensione del grande slargo aperto e vuoto ci viene illustrato in tutta la cartografia storica cinque e seicentesca, nelle ben note rappresentazioni cartografiche della città nel suo insieme, piante e vedute prospettiche: dalle mappe prospettiche del Theti, al Mữnster, alla Duperac-Lafrery e alla veduta di Alessandro Baratta del 1629.

Napoli. Particolare della veduta di Alessandro Baratta (1629) dello spazio del mercato pubblico (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli. Particolare della veduta di Alessandro Baratta (1629) dello spazio del mercato pubblico (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


L’immagine di ampio spazio vuoto di piazza mercato

ll Forum magnum napoletano è solamente un grande spazio pubblico aperto e vuoto di grande dimensione e così rimarra per più secoli, non si registrerà alcun progetto di architettura di rappresentanza da parte della mano pubblica e neanche nei secoli del viceregno spagnolo.

Pure se non si costituì un vero e proprio centro del commercio il largo del mercato napoletano a cui si affianca la Piazza majura, poi piazza del Carmine maggiore, sintetizza efficacemente il concetto di spazio mercantile di invaso vuoto ed isolato, dal forte connotato simbolico.

Il grande spazio libero dalla forma irregolare viene identificato singolarmente nell’immagine di luogo separato, sinonimo però di cultura popolare: luogo di folla, di spettacolo, di rappresentazioni tragiche e gioiose, di feste, riti e processioni, luogo della gogna, come della forca, sede di molteplici eventi narrati dalle cronache e più volte rappresentati nel vedutismo urbano sei-settecentesco.

La città bassa non è tra i soggetti privilegiati da pittori, incisori ed artisti, a confronto con i numerosi contributi pittorici, da differenti punti di vista a riguardo del Largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito, ad esempio. Iconografia della quale si è riferito nella precedente Lezione (Lezione n.15).

Napoli. L’ampio spazio pubblico vuoto  del mercato e della vicina piazza del Carmine in un’iconografia seicentesca (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli. L'ampio spazio pubblico vuoto del mercato e della vicina piazza del Carmine in un'iconografia seicentesca (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


La veduta tardo-seicentesca dello spazio vuoto del Mercato (segue)

Ancora con lo stesso punto di vista, che dall’Arco di Sant’Eligio punta diretto sul Carmine Maggiore, ci appare rappresentata la piazza nella piccola veduta disegnata da Cassiano de Silva alla fine del Seicento. L’autore, riprendendo la ben nota iconografia da occidente del Largo, più volte presente nelle Guide napoletane unifica i due spazi disegnando la “veduta della piazza del Mercato” quale unico grande spazio rettangolare vuoto, al cui centro si erge (con la lettera D) la “fontana del Mercato di Masaniello”.

Napoli. Piazza Mercato  veduta disegnata da Cassiano de Silva alla fine del Seicento (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli. Piazza Mercato veduta disegnata da Cassiano de Silva alla fine del Seicento (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


Le iconografie urbane seicentesche di piazza mercato ed i grandi eventi

Focalizzeremo l’attenzione sulle iconografie vedutistiche seicentesche della piazza mercato, in cui la rappresentazione del luogo urbano fa da sfondo all’evento che vi si svolge. Esse ci danno modo di approfondire la reale configurazione urbanistica dei quartieri della città della “parte di basso” durante il viceregno.

Le iconografie urbane seicentesche della piazza mercato.
Per tutto il Seicento ed il Settecento l’unico spazio urbano rappresentato è l’invaso del Mercato, ma la sua mancata aulicità monumentale non dava adito alla esaltazione ricercata dai vedutisti, pronti invece a cogliere aspetti di particolare rilievo ed effetto, quali gli “eventi” accaduti in quell’animato e popolare luogo pubblico. L’invaso della piazza ci viene dunque rappresentato ai margini dell’evento, quale contenitore vuoto, con le emergenze architettoniche che la perimetrano, ma che non sono in piazza, né ne sono parte. La grande area libera del Mercato viene proposta con lo sfondo della chiesa e del campanile del Carmine, dal punto di vista lungo l’itinerario principale di accesso -la strada di Sant’Eligio- perchè permetteva di evidenziare l’altezza degli edifici che fronteggiano il largo spazio vuoto. Come non ricordare alcune fondamentali opere pittoriche ad iniziare dal Seicento: “La piazza del Mercato” di Michelangelo Cerquozzi (1602-1660), raffigurante la rivolta di Masaniello, con la chiesa ed il campanile del Carmine al fondo, nelle sue forme ancora rinascimentali. Stesso punto di vista che ritroviamo scelto da Antonio Joli per il dipinto del “Largo del Mercato”, in cui appare il largo in tutta la sua dimensione di grande spazio vuoto ed al fondo da un lato la Fontana Maggiore accostata sulla parete di un edificio privato, la porta urbana del Carmine stretta tra alti edifici a cinque e sei piani e il prospetto della chiesa e campanile del Carmine, quasi che i due spazi fossero un’unica grande piazza.

L’iconografia vedutistica dei grandi eventi nella piazza (segue)

La piazza del mercato napoletano apparirà nell’iconografia vedutistica seicentesca non come spazio in uso, ma prevalentemente come teatro degli eventi storici più significativi ed emblematici della Napoli seicentesca: dalla decollazione di Corradino alla metà del Duecento, all’ingresso di Carlo VIII dalla porta del mercato nel 1495, alla rivolta di Masaniello fino alla grande peste del 1656, all’incendio del 1781 ed alla tragica repressione della Repubblica Partenopea del 1799.
L’immagine della piazza che ci viene tramandata da vedutisti e cartografi più che al luogo urbano punta agli eventi eccezionali che ivi si sono verificati. Le incisioni del Seutter, come le tele del Cerquozzi, di Micco Spadaro e del Coppola ci illustrano queste vicende ed il tumulto del popolo nell’invaso della piazza, mettendo in evidenza il ruolo sociale più che architettonico, assunto dal Foro Magno della città.
Il grande spazio libero dalla forma irregolare viene identificato nel vedutismo urbano come luogo separato, sinonimo però di cultura popolare: luogo di folla, di spettacolo, di rappresentazioni tragiche e gioiose, di feste, riti e processioni, luogo della gogna, come della forca, sede di molteplici eventi e più volte rappresentati.

Napoli la piazza mercato nei giorni della peste nell’iconografia seicentesca (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli la piazza mercato nei giorni della peste nell'iconografia seicentesca (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


La piazza del Mercato nelle tele di Micco Spadaro

Vanno ancora menzionati per la loro vivacità di rappresentazione i dipinti di Micco Spadaro, al secolo Domenico Gargiulo (1609-1675), conservati a San Martino.

La piazza è rappresentata nel ben noto quadro “la rivolta di Masaniello nel 1647″, sempre dal solito punto di vista da via Sant’Eligio, nella confusione del momento della rivolta, tra alti edifici e botteghe al piano terraneo; sul fondo ma distaccata la chiesa e campanile del Carmine in forme barocche acquisite nel Seicento.

Fontana al centro dello spazio del Mercato, tra una moltitudine di tende e banchi vendita, che appare già costruita nel dipinto il “largo del Mercato” (siglato “D. G.”), proveniente dalla Fundacion Casa Ducal de Medinaceli in Spagna, ed attribuito a Domenico Gargiulo da storico dell’arte in occasione della Mostra a Napoli del 2005.

La tela spagnola del Gargiulo, per la presenza architettonica della monumentale fontana, è da ascriversi ad un momento successivo al 1647, anno della prima rappresentazione della piazza nel dipinto di San Martino; visione iconografica, sebbene dallo stesso punto di vista, di ben altra vivacità e precisione, sia nell’edilizia che circonda lo spazio aperto con gli sporti delle botteghe al piano terranno, disegnati con un’uniformità alla cortina di edifici, sia nella ricchezza del folto pubblico che rende vivo lo spazio urbano rappresentato.

Micco Spadaro ed i banchi per la vendita di piazza mercato

Napoli. Il “largo del Mercato” (siglato “D. G.”), proveniente dalla Fundacion Casa Ducal de Medinaceli in Spagna, ed attribuito a Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli. Il "largo del Mercato" (siglato "D. G."), proveniente dalla Fundacion Casa Ducal de Medinaceli in Spagna, ed attribuito a Domenico Gargiulo, detto Micco Spadaro (da T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


Il progetto di riorganizzazione della piazza alla fine del Seicento

Il progetto di riorganizzazione della vendita nella piazza del Mercato, tramite la cartografia pre-catastale. La costruzione delle fontane del Mercato (1650-1670).

Non ritroviamo nella storia urbana di Napoli vicereale la volontà di costruire nuove fabbriche nel grande spazio del mercato o interventi volti a qualificare funzionalmente e architettonicamente la piazza del mercato; il grande invaso vuoto mantiene la scarsa compiutezza formale dello spiazzo per tutto il periodo del viceregno spagnolo.

La Piazza che ci viene illustrata dall’iconografia vedutistica, di cui si è detto, quale spazio irregolare variamente stratificato, con una mancanza di definizione spaziale, ma densamente popolato di banchi e botteghe ambulanti, qualificato architettonicamente solamente perchè delimitato dai grandi rappresentativi complessi conventuali e da fastose fontane pubbliche barocche.

La situazione urbana, consolidatasi attraverso più secoli con una caotica organizzazione dei banchi per la vendita registra però la volontà di un miglioramento da parte vicereale: intervento di regolamentazione testimoniato dalla cartografia pre-catastale seicentesca e da un documento legislativo del 1692 sul riordino dei banchi.

I due disegni pre-catastali, di ignoto autore rappresentano in pianta di palmi 800 napoletani (circa 1: 500): il primo il rilevamento dello status quo dell’invaso del mercato con la disorganica distribuzione delle baracche provvisorie, il secondo con l’ipotesi di regolarizzazione: la “Pianta Iconografica della Piazza del Mercato colla nuova situazione delle baracche di fabbrica per uso di Farinari, Castagnari, Venditori di Biade, altri generi ed Arti che esistevano in esso Mercato” (cfr. T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile, 2006, cap.VI).

Le piante di archivio del progetto seicentesco

L’ignoto autore delle due piante, sicuramente un tecnico di area governativa, con la stessa impostazione grafica disegna sia il rilievo del grande invaso rettangolare con la caotica distribuzione dei luoghi di vendita, evidenziando i 210 punti o banchi, con tutti i nomi dei destinatari. Nella seconda pianta invece presenta un progetto di riorganizzazione della vendita nello stesso invaso con la costruzione di nuove botteghe in muratura secondo una precisa disposizione. L’intento progettuale è di dare forma regolare ai luoghi della vendita dei prodotti, secondo un impianto dalla forma a “C” aperto sulla strada e una razionale distribuzione dei banchi, sfruttando con equo criterio il grande e caotico spazio libero (da T. Colletta, Napoli città portuale, cap.VI, par. 15).
Già nella seconda metà del Seicento si registra la volontà vicereale di migliorare l’organizzazione del grande spazio mercantile, ben prima cioè della totale ristrutturazione a causa dell’incendio del 1781; la volontà progettuale di riordino è dimostrata non solamente dalle planimetrie da noi ritrovate, ma anche da un regolamento sull’uso della piazza del 1692, promulgato dal Portolano, ufficiale responsabile dell’amministrazione e assegnazione del suolo pubblico.

Il documento d’archivio indica tutti i rivenditori che occupavano le baracche “in mezzo al Mercato” e che dovevano disporsi in otto file, a partire dalla prima, situata nei pressi “della Croce di S. Eligio”. Quanto individuato dal regolamento del 1692 per una formale riorganizzazione dello spazio della piazza trova conferma nelle due planimetrie conservate all’Archivio storico del Comune di Napoli da noi studiate in dettaglio. La precisa funzionalizzazione dell’area del mercato, ipotizzata nel disegno di progetto (la seconda planimetria), prevede un impianto regolare per le botteghe, affacciate sui quattro lati di un rettangolo, aperte nella mezzeria dei quattro lati, per offrire una migliore circolazione.

Il progetto vicereale di riordino della piazza del mercato dopo il 1653

Il progetto delineato nella pianta di archivio prevedeva la localizzazione delle botteghe, secondo uno schema rettangolare ad assi incrociati in corrispondenza degli attraversamenti principali, che lascia libero il percorso della strada mercantile principale -la via di Sant’Eligio- che si prolunga fino alla “porta del Carmine”. Al centro dello spazio urbano con una pianta circolare è la Fontana centrale, progettata dal Fansago: indicata come “Fontana al centro di esso spiazzo” (con il n. 8 ). La presenza delle fontane nelle due planimetrie, sia della Fontana centrale, voluta dal vicerè conte D’Ognatte che della Fontana Maggiore,sempre Fansaghiana, danno la possibilità di ipotizzare una più precisa datazione del progetto di riorganizzazione ad una data successiva al 1653 e antecedente ai progetti di Francesco Antonio Picchiatti del 1662 di separazione del monastero del Carmine Maggiore dal castello del Carmine. Il progetto urbanistico e l’ordinanza promulgata nell’ultimo decennio del Seicento, da vedersi unitariamente, confermano una precisa volontà di regolarizzare l’uso dell’ attività mercantile nella piazza da parte vicereale, che non ci sembra sia stato mai sottolineato. Pur se non sappiamo se il progetto ebbe realizzazione concreta, costituì certo una base di lavoro per la rifunzionalizzazione del Largo, nel momento del progetto borbonico dell’arch. Francesco Sicuro, per il rinnovo monumentale della piazza dopo l’incendio del 1781.

Napoli. Progetto di riorganizzazione della piazza alla fine del ‘600 (da T. Colletta, Napoli, città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli. Progetto di riorganizzazione della piazza alla fine del '600 (da T. Colletta, Napoli, città portuale e mercantile…, 2006).


Le fontane del Mercato nella pianta Carafa del 1775

La marmorea fontana maggiore di fondale, anch’essa Fansaghiana, collocata addossata all’edilizia sul lato orientale della piazza, presentava una configurazione architettonica, con un ordine di lesene corinzie racchiudenti due nicchie, con statue ai lati di un ampio arco centrale, ed era sormontata da una trabeazione con stemmi come si registra in antiche fotografie.

Entrambe le fontane del Mercato sono individuate nell’iconografia seicentesca napoletana sia nel dipinto di Micco Spadaro (La peste del 1656), che in quello di Antonio Joli (la piazza del Mercato) e ancora nella pianta del duca di Noja (nn. 10 e 11 della Legenda).

Napoli. Particolare della pianta Carafa con la piazza del mercato e le fontane in piazza (da T. Colletta, Napoli città portuale …, 2006).

Napoli. Particolare della pianta Carafa con la piazza del mercato e le fontane in piazza (da T. Colletta, Napoli città portuale …, 2006).


Il progetto tardo settecentesco di piazza mercato

La costruzione scenografica della piazza alla fine del Settecento: modelli visuali e funzionali
Anche il progetto tardo-settecentesco dell’architetto messinese Francesco Sicuro del 1781, voluto dal re Borbone dopo un incendio, non modificherà ma si verrà ad aggiungere alla forma irregolare dell’invaso circoscritto da un’edilizia abitativa modesta, forte di una stratificazione insediativa secolare come è ben evidente nella fotografia aerea della piazza.

Completamente diverso sarà il punto di vista da cui sarà rappresentata la piazza del Mercato, all’indomani del realizzato progetto dell’architetto Francesco Securo alla fine del Settecento, dopo l’incendio avvenuto in piazza nel 1781.

L’obiettivo sarà infatti quello di cogliere la simmetria dell’emiciclo nel preciso disegno architettonico di forme auliche dell’architetto messinese Sicuro e la centralità della nuova chiesa della Croce posta nel mezzo.

La piazza mercato in veduta odierna dall’alto

Napoli. La piazza Mercato e la chiesa della Croce al mercato in una veduta odierna dall’alto (da T. Coleltta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).

Napoli. La piazza Mercato e la chiesa della Croce al mercato in una veduta odierna dall'alto (da T. Coleltta, Napoli città portuale e mercantile…, 2006).


Le lezioni del Corso

I materiali di supporto della lezione

La Lezione è una sintesi delle mie ricerche e studi sulle piazze napoletane; in particolare per la piazza mercato il cap. VI, paragrafo 12 e 15 del volume di testo del Corso: T. Colletta, Napoli città portuale e mercantile. La città bassa il porto ed il Mercato, Roma, Kappa edizioni 2006.

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