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Rosanna De Rosa » 6.Media e Istituzioni: Quarto e Quinto Potere


IV potere

E. Burke analizzando il crescente potere dei media formulò l’identificazione fra IV potere e media affermando che ad essi spettasse un potere arbitrale fra diversi segmenti di autorità pubblica tradizionale (Amoretti 1997).

Il concetto di “quarto potere” stava ad identificare una particolare prossimità dei media a stampa ai tre poteri costituiti nell’Inghilterra del 1700: il re, la camera dei lord, la camera dei comuni.

Qui infatti lo sviluppo del potere parlamentare era coinciso con il rafforzamento del IV potere. La maggiore centralità delle istituzioni rappresentative nel sistema politico anglosassone – parlamento e partiti – procedeva di pari passo alla costruzione di una sfera pubblica mediatizzata in cui il cammino della rappresentanza non era disgiunto dal cammino della rappresentazione (Amoretti 1997, p. 56).

IV potere

Qualcuno ha visto nel IV potere il segnale di un mutamento minaccioso nei circuiti e nei modelli di legittimazione dell’autorità politica. Walter Lippman in “Public opinion” ribadirà, tuttavia, che esistono dei vincoli strutturali per cui il IV potere non può diventare un potere di governo come ad esempio:

  • la natura delle notizie come comunicazione episodica e non strutturata al contrario delle policies di governo
  • la logica dei flussi di informazione (Out of order, Patterson, 1994)

IV potere

L’unica trasformazione certa provocata dalla crescente fluidità dei confini tra istituzioni politiche e mass media nelle democrazie parlamentari è quella relativa all’indebolimento della democrazia rappresentativa a favore di forme di democrazia plebiscitaria. Un ruolo quello dei media a stampa ben esemplificato dal film Quarto Potere di Orson Wells (1941).

Citizen Kane, 1941

Citizen Kane, 1941

The Citizen trailer

The Citizen trailer


I Media in democrazia

La centralità del ruolo dei media nei diversi settori della vita sociale delle democrazie contemporanee è ben espressa oggi dal diffondersi del termine «società dell’informazione», come sottolinea Mc Quail (1995) in apertura del testo I Media in Democrazia. Quando si parla di «società dell’informazione» si fa riferimento «ad un tipo di società in cui viene a crearsi una sempre maggiore dipendenza dall’informazione e dalla comunicazione da parte degli individui e delle istituzioni, dipendenza divenuta necessaria al fine di poter operare efficacemente in quasi tutte le sfere di attività» (McQuail, p. 25).

Funzioni dei media


I Media nella politica: le teorie

La ricerca anglosassone sulla comunicazione politica sottolinea come con lo sviluppo dei media si sia sviluppata nei mezzi di informazione «una forte coscienza di uno speciale ruolo nella società e nella sfera pubblica» (Mazzoleni, p. 69). In particolare, l’analisi si concentra su ruoli, funzioni, poteri dei media nel quadro della realtà statunitense, che costituisce un modello cui numerose democrazie contemporanee hanno fatto riferimento in tempi e secondo modalità diversi, grazie all’esportazione di modelli facenti riferimento ad alcune grandi concezioni teoriche. Queste sono: la teoria libertaria, la teoria del «mercato delle idee», il giornalismo impegnato e la teoria della responsabilità sociale.

La «teoria libertaria» e la teoria del «mercato delle idee»

La «teoria libertaria» fa riferimento alle idee di John Stuart Mill e John Milton i quali sostenevano la necessità dell’eliminazione delle costrizioni imposte dall’autorità tradizionale, da cui dovrebbe derivare la totale libertà di espressione e comunicazione. In particolare, tale libertà esercitata dai news media rappresenta anche un presupposto perché si eserciti la libertà degli individui.

La teoria del «mercato delle idee» è, invece di stampo liberista e sostiene che possa essere applicato al mercato delle idee ciò che vale per il mercato dei prodotti.

Il giornalismo impegnato e la teoria della responsabilità sociale

Il giornalismo impegnato si pone in contrapposizione con l’idea del mercato, sostenendo l’idea del giornalismo come impegno civico. Da questo approccio è derivato quel filone giornalistico che ha fatto della «caccia agli scandali» la sua ragione essenziale (secondo il modello avversariale).

La «teoria della responsabilità sociale» è il prodotto della Commission on Freedom of the Press (fondata nel 1942 da Robert Maynard) e costituisce la base ideale cui si ispira il Congresso americano nel decidere le regolamentazioni del sistema dei media. La teoria, in particolare, fa riferimento al principio della correttezza dell’informazione centrato sulla base del pluralismo e dell’informazione come arena del più ampio dibattito pubblico.

Indipendenza dei media: liberi da

Tali teorie delineano quella che Mazzoleni difinisce una «crescita storica dell’ autoconsapevolezza dei diritti e dei doveri del giornalismo», che alimenta l’idea della necessaria salvaguardia dell’indipendenza dei media. D’altra parte, come sottolinea McQuail, l’indipendenza dei media è un concetto non semplice da articolare, dato l’alto numero di variabili coinvolte. Occorre poter essere liberi da (ogni controllo politico e/o della proprietà) e liberi per (esercitare le funzioni di informazione, controllo e difesa in piena autonomia).

Indicatori dell’indipendenza dei media. Fonte: McQuail (1995)

Indicatori dell'indipendenza dei media. Fonte: McQuail (1995)


Indipendenza dei media: liberi per

Si deve considerare che in generale:

«tra struttura e prestazione (dei media) esiste un buon grado di indipendenza. I media formalmente liberi possono accettare di sottomettersi a limitazioni rinunciando così alla propria autonomia. I media più strutturati e controllati possono cercare di estendere il margine di azione che l’organizzazione consente. La libertà dei media non si garantisce solo attraverso la costituzione e le leggi, ma deve essere costantemente conquistata e difesa sul campo» (McQuail, p. 146).

Indicatori dell’indipendenza dei media. Fonte: McQuail (1995)

Indicatori dell'indipendenza dei media. Fonte: McQuail (1995)


I Modelli di interazione tra sistema politico e dei media

La diversa combinazione dei numerosi indicatori, identificati per delimitare il concetto di indipendenza dei media, produce diverse applicazioni alla realtà. Tenerne conto aiuta a definire e a meglio comprendere la diversità di dimensioni che cono implicate nei modelli di interazione tra media e sistema politico, che sono definiti di seguito. Questi sono i modelli: avversariale, del collateralismo, dello scambio, della competizione e del mercato.

Naturalmente il modo in cui questi si realizzano dipendono in larga parte dalle specificità nazionali e quindi anche dai contesti politico-istituzionali.

Il modello avversariale

È il modello che rappresenta l’idea del giornalismo antagonista, che assume alternativamente il ruolo di watchdog, cane da guardia, nei confronti del sistema politico, e di advocacy, di portavoce della cittadinanza.

«Normalmente l’atteggiamento da cane da guardia non è determinato da un’ostilità strutturale del mondo dell’informazione verso il mondo della politica. Esso è piuttosto una funzione dell’autoconsapevolezza (laddove esista) del proprio potere come distinto da quello politico e della necessità di proteggerlo dalle macchinazioni e dai tentativi di media management dei governi e dei politici» (Mazzoleni, p. 88)

Tali pressioni possono essere portate avanti dagli attori identificati come quelli da cui i media devono sancire la propria indipendenza.

Woodward e Bernstein, i giornalisti del Washington Post che hanno portato alla luce lo scandalo Watergate

Woodward e Bernstein, i giornalisti del Washington Post che hanno portato alla luce lo scandalo Watergate


Il modello del collateralismo

Questo modello si pone in opposizione a quello avversariale. Il termine collateralismo chiarisce la distinzione che si fonda sul fatto che se il giornalismo antagonista ha la sua ragione nell’autonomia degli interessi, quello collaterale si caratterizza proprio per la coincidenza di interessi. Ne deriva un giornalismo schierato, o come lo definì Pansa un giornalismo dimezzato, che si fa portavoce di interessi specifici di attori facenti parte del sistema politico come partiti, governi e schieramenti. Oltre alla pratica della cosiddetta stampa di partito, per quanto riguarda il caso italiano (Mancini, Il sistema fragile, 2002) si fa riferimento anche all’esperienza di ciò che è tradizionalmente definito lottizzazione, che sta ad indicare generalmente una spartizione partitocratica delle diverse reti televisive del servizio pubblico.

Il modello dello scambio

All’interno del modello dello scambio rientra la maggior parte dei rapporti esistenti tra sistema dei media e sistema politico. Questo si fonda sull’idea che entrambi hanno bisogno dell’altro per esprimere le proprie funzioni. La considerazione del ruolo e delle esigenze dell’altro attore consente un migliore esercizio delle proprie attività, da cui l’accezione non necessariamente negativa che assume qui il termine di scambio. Sottolinea Mazzoleni:

«Questi rapporti di scambio non implicano necessariamente che ogni gruppo di attori sia in qualche misura ricattato o alla mercè dell’altro. Il modello prevede che l’interdipendenza sia compatibile con la preservazione delle distanze tra i due, e della diversità di interessi immediati come di visioni del mondo» (Mazzoleni, p. 90).

Il modello della competizione

Si distingue dal modello avversariale perché, pur condividendo l’indipendenza dei due attori, il modello avversario si fonda sul conflitto, mentre nel modello della competizione il conflitto è uno dei modi in cui si esprime questa indipendenza. Dice Mazzoleni:

«L’idea sottostante a questo modello è quella del confronto, della sfida, tra il potere dei media e il potere politico, all’interno di una visione che presuppone la ricerca da parte dei sistemi dei media di un potere di influenza politica alternativo a quello che in democrazia detengono di norma le istituzioni e i soggetti politici [...] In altre parole, esistono molte imprese editoriali e molte testate giornalistiche che ‘fanno politica’, cioè scendono sullo stesso terreno su cui si muove l’attore politico» (Mazzoleni, p. 91).

Il modello del mercato

I media possono essere contemporaneamente concepiti come attore democratico, ma anche come attore che agisce all’interno di un mercato e ne segue le logiche. In tal senso perseguono il profitto e, come tutti gli attori che agiscono secondo le regole del mercato, competono per l’acquisizione di maggiori quote di mercato in termini di vendite di spazi pubblicitari, incremento del numero di copie, rilevanza sul piano finanziario ed azionario. L’adozione di questo tipo di logica, porta il sistema mediatico ad una naturale tendenza verso la concentrazione che – sotto il profilo democratico – costituisce una evidente minaccia al pluralismo dell’informazione. L’informazione per Sartori deve infatti caratterizzarsi per essere pluralista e policentrica. Solo in quanto tale può costituire la base per la formazione di un’opinione pubblica libera e non eterodiretta. Su questo punto si è espressa coerentemente anche la commissione europea.

Il caso Rai-Mediaset: esempio di quale modello?

Ai fatti che recentemente hanno riempito i giornali a proposito del caso Rai-Mediaset si possono dare letture differenti, che aprono a tutti i modelli. In primo luogo, può essere esempio dello scambio portato alle sue estreme conseguenze. In secondo luogo, ha fatto emergere il collateralismo che entrambi i gruppi televisivi hanno attuato nei confronti di una parte politica, che coincide con la proprietà dell’attore privato.

Al contrario, il ruolo della stampa in relazione a questo episodio può essere interpretato come una forma antagonista di giornalismo, in opposizione al sistema politico e in difesa dei cittadini. Ancora, si può ipotizzare che la stampa abbia cercato di cogliere una occasione per rendere evidente il proprio ruolo autonomo, non solo al lato del sistema politico, ma anche all’interno di esso. Infine, si può anche considerare come il comportamento razionale di un attore del mercato dell’informazione che approfitta della finestra offerta da un evento/notizia eclatante.

Quinto potere 1976

In questo film un commentatore televisivo di una grossa rete nazionale americana, Howard Beale viene condannato al licenziamento poiché il suo indice di gradimento è sceso di troppo. Prima di congedarsi, Beale annuncia il proprio suicidio davanti alla telecamera. I suo produttori, fiutano la possibilità di sfruttare mediaticamente l’evento. Il presentatore diventa l’ascoltatissimo “pazzo profeta dell’etere” ma sarà poi “mediaticamente” ucciso.

Quinto potere

Quinto potere


Quinto potere, 1976

Nel film di Sidney Lumet del 1975 si mette bene in luce il comportamento dei media quando agiscono sulla base delle logiche di mercato, dove l’audience da una parte e la proprietà finanziaria dall’altra, li inducono ad adottare comportamenti al limite dell’illecito, a cavalcare l’antipolitica o a rappresentare eventi mediatici con estremo cinismo.


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