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Nicola Russo » 1.Introduzione al Corso


Presentazione

Argomento del corso è il ripensamento del concetto di legge nelle scienze fisiche ed in quelle giuridiche. Riprendendo un tema classico – che ha segnato il dibattito epistemologico tra XIX e XX secolo tra scienze della natura e scienze dello spirito – si propongono due livelli di analisi: il primo centrato sul modello platonico, il secondo riguardante invece un confronto tra due saggi del “neopositivismo viennese” di primo Novecento.
Le lezioni saranno dunque articolate in due sezioni, la prima incentrata sul Cratilo di Platone, la seconda dedicata a Die Rechtswissenschaft als Norm – oder als Kulturwissenschaft. Eine methodenkritische Untersuchung di Kelsen e a Die Kausalität in der gegenwärtigen Physik di Schlick.

Per una filosofia sintetica della scienza

Ciò che qui si cerca di interpretare è un’idea sintetica di filosofia della scienza e, sia concesso l’apparente pleonasmo, filosofica: conseguentemente, la disciplina è intesa in maniera non specialistica e non come materia in qualche modo distaccata dal corpo principale della riflessione filosofica; come è avvenuto in una fase recente del suo sviluppo, che sembra però essersi oramai arenata in una scolastica piuttosto sterile, insieme all’indirizzo più generale che l’aveva alimentata. La filosofia della scienza dell’ultimo secolo, o l’epistemologia, come essa ha preferito chiamare se stessa, ha infatti inteso autonomizzarsi, portando a conseguenze estreme l’interdetto logicista e neopositivista contro la speculazione e la riflessione etico-politica, ma ha finito così per scambiare il suo ruolo organico all’interno di un cosmo concettuale e filosofico complessivo con una nuova e più degradante ancillarità: come metodologia delle scienze positive, che di una simile maestra di metodo hanno sempre fatto allegramente a meno, l’epistemologia si è messa al servizio di un padrone tanto esigente, quanto irriconoscente.

Specchio ustorio usato nell’assedio di Siracusa, Frontespizio del Theraurus opticus di Alhazen, 1572 (Bayerische Staatsbibliothek München). Fonte: Wikipedia

Specchio ustorio usato nell'assedio di Siracusa, Frontespizio del Theraurus opticus di Alhazen, 1572 (Bayerische Staatsbibliothek München). Fonte: Wikipedia


Per una storia sintetica della scienza

È pur sempre di scienza che qui si vuole parlare, e anzi di scienza nel senso più vasto e organico possibile. Intenzione rispetto alla quale, al di là dell’occasione specifica di questo corso e delle sue ovvie delimitazioni tematiche, le considerazioni appena svolte ci indicano in una filosofia sintetica della scienza il compito che abbiamo oggi di fronte nel suo complesso e nella sua complessità, un compito rispetto al quale le presenti lezioni tracciano solo alcune linee di ordine preliminare, se si vuole dei confini, volti però non a restringere, ma anzi ad allargare il campo solitamente concesso all’epistemologia.
Affrontando, infatti, per quanto appunto in chiave preliminare, un compito più generale e arduo, come la definizione del concetto di episteme nel luogo storico e ideale ove tale concetto si è configurato – la prima grecità e Platone –, al fine di fissare, per così dire, il punto di inizio di quell’arco che si intende seguire lungo la storia della scienza per arrivare alla sua crisi novecentesca e alle varie analisi dedicate ad essa sia in ambito epistemologico, che storico-culturale e antropologico; intendendo, insomma, tenere insieme e paragonare l’inizio e la fine, per vedere se il germe di ciò che avviene oggi non sia stato instillato sin già dall’origine, sin già come origine…; ebbene, affrontando questo compito non ci si è voluti restringere sin dall’inizio a quel settore eminente delle scienze positive che nella modernità ne è stato il paradigma, ossia la fisica.

Nomotesia

Allargare l’analisi del concetto di legge anche alle sue declinazioni in ambito giuridico non vuole essere una semplice integrazione e non deriva solo dalla constatazione che già l’antichità aveva considerato la nomotesia non solo il frutto della consuetudine e della tradizione, non solo una trasposizione civile dell’ethos religioso, ma l’opera di una vera e propria scienza e disciplina, in Platone già molto ampiamente codificata. Una simile constatazione, lasciata a sé, sarebbe rimasta occasionale e, in fondo, potendosi indicare tanti altri casi analoghi, casuale e quindi priva di senso rispetto al complesso del discorso: perché scegliere la scienza del diritto e non la botanica, per esempio, o anche perché la scienza del diritto in Grecia e non a Roma, che solitamente pensiamo molto più dotata al riguardo, cadendo però così in un certo fraintendimento dei termini e delle circostanze storiche legate a quello che chiamiamo Diritto Romano, le cui codificazioni più importanti e sistematiche, la giustinianea su tutte, furono redatte – e spesso in greco – nell’Impero Romano d’Oriente, ossia in un ambito culturale del tutto impregnato dalla cultura ellenica. Una cultura, che seppur nel suo passato classico non aveva prodotto una letteratura giurisprudenziale paragonabile a quella romana, aveva in compenso dato contributi teorici fondamentali per la costituzione della scienza del diritto, con analisi pregnanti del concetto di legge e di nomotesia.

La funzione nomotetica del linguaggio

Non vi è nulla di casuale nella scelta di integrare all’interno del cosmo logico della filosofia della scienza, sin dall’inizio, l’analisi della scienza del diritto e della sua costituzione entro la speculazione platonica, così come non vi è nulla di irriflesso o di incoerente nella scelta correlata di leggere a tal fine il Cratilo, ancor prima che il Critone, le Leggi o la Repubblica. In ordine alla prima necessità, e in estrema sintesi, poiché si entra qui già nello specifico del discorso che verrà svolto compiutamente durante le lezioni, l’originarietà del nesso tra scienza positiva della natura e del diritto è evidente nel ruolo fondamentale costituito in ambedue i casi proprio dal concetto di Legge, che ha il suo luogo di nascita niente affatto nella scienza della natura, ove anzi giunge tardi, ma ovviamente all’interno dello spazio politico e giuridico.
Per quanto riguarda, poi, l’opportunità di approcciare la questione a partire dal Cratilo, che apparentemente avrebbe tutt’altro contenuto e tenore, essa è invece del tutto manifesta, se si tien mente che la domanda su cui si regge l’intero dialogo è precisamente quella relativa alla funzione nomotetica del linguaggio e alla sua natura e struttura, che ne rendono l’analisi preliminare a qualsiasi discorso intorno alla natura o alla città, a qualsiasi fisica e a qualsiasi politica, prefigurandone i termini di ogni correttezza o verità possibile.

Legge di natura e legge giuridica

A corroborare l’opportunità di una simile impostazione, d’altro canto, subentrano ai pochi accenni sin qui fatti certe considerazioni piuttosto banali intorno ai concetti portanti l’impianto della scienza positiva, concetti sempre sull’orlo di un’ambiguità che li approssima ad altri ambiti e ne dimostra la familiarità ad essi, se non addirittura la derivazione da essi: all’ambiguità fondamentale tra legge di natura e legge positiva si somma l’ambiguità forse ancora più originaria tra il concetto di giustezza, per esempio di una misura, e quello di giustizia. In effetti, un luogo teorico di sedimentazione di molti di questi strati, ove confluiscono ordine ontologico, assiologico ed epistemologico, è proprio l’arco concettuale compreso tra giustezza e giustizia, lo slittamento tra questi due termini, che consente di chiamare ugualmente giusta una legge di natura, una legge dello stato, ma, platonicamente, anche una denominazione (come vedremo, il Cratilo si regge in sostanza sulla domanda intorno alla ÑrqÒthj dei nomi, la giustezza dei nomi). Ma anche in Kelsen, come pure si vedrà, la questione veramente decisiva è relativa alla critica di ogni tentativo di giustificazione della legge in termini di giustizia: la legge può vantare giustezza, e su di essa fondarsi come sulla propria positività, ma non è mai giusta o sbagliata. Mentre sul piano propriamente epistemologico la partita si gioca nella traduzione di quei termini nel nesso tra correttezza e verità, termine quest’ultimo che compare a un certo punto, in un contesto strutturalmente identico, anche nel Cratilo.

Un dialogo tra due epoche

La struttura peculiare del corso, di cui si diceva all’inizio, non consiste però solo in questo ampliamento, tematico e cronologico, dello spazio di interrogazione della filosofia della scienza. Peculiare è anche la sua forma realmente dialogica, a più livelli dialogica.
Innanzitutto esso è stato l’occasione di un dialogo serrato e fruttuoso tra i suoi due autori, che ha portato ad un costante arricchimento delle reciproche prospettive. Poi è un dialogo tra epoche, non solo intorno a certe concezioni o idee, ma innanzitutto rispetto a movenze del pensiero, al modo di concepire e ai suoi scopi, così distanti e differenti da trarne l’impressione che si tratti di cose semplicemente diverse, nonostante il fatto che i termini di quel dialogo siano spesso gli stessi.

Un metodo à la Eymerich

Il corso ha un andamento, per così dire, alla Eymerich, il celebre personaggio ideato da Valerio Evangelisti e protagonista di un corpus oramai notevole di romanzi, strutturati tutti su una discrasia temporale più o meno complessa, ma che vede compiersi sempre uno stesso movimento: laddove l’inquisitore medievale Nicholas Eymerich, caratterialmente, umanamente e intellettualmente guidato da concezioni rozze o veri e propri pregiudizi, viene a capo delle più inquietanti minacce, rispetto al ripresentarsi di quelle stesse minacce, per quanto concepite e determinate in tutt’altri termini, la contemporaneità e, ancor più, il tempo che ci aspetta, nonostante i più raffinati strumenti concettuali, scientifici e tecnici, patiscono smacchi cocenti. Ma è solo nella narrazione sincronica che si offre la chiave di lettura più penetrante dei singoli momenti, capace di mostrare quanto di pregiudicato e di pregiudicante vi sia tanto all’inizio, quanto alla fine.

F. Goya, Auto de fe de la Inquisición (1912-1819), Real Academia de las Bellas Artes de San Ferdinando de Madrid. Fonte: Wikipedia

F. Goya, Auto de fe de la Inquisición (1912-1819), Real Academia de las Bellas Artes de San Ferdinando de Madrid. Fonte: Wikipedia


Diaphora e diastase

Seppur qui non sia propriamente di minacce che si tratti, bensì di questioni teoriche e di problemi storici, il dialogo delle epoche che viene messo in scena ha le stesse movenze: la distanza temporale e concettuale è colmata nelle due direttive reciproche, la cui enucleazione e messa in dialogo è capace di gettare luce sull’inizio e sulla fine, tenendoli nella loro solidarietà e tuttavia ponendosi anche in uno spazio di tempo altro, da cui poter giudicare, dell’una e dell’altra e di tutto il dia- che le separa e unisce al tempo stesso, non solo il dia- della diaphora, della differenza che porta con sé, ma anche quello della diastase, della dimensione che tra i due si apre e distende. Il dialogo, da questo punto di vista è l’attraversamento pensante di una storia, di cui l’inizio e la fine sono solo effigi, di quella storia della scienza, che nei suoi primi inizi metafisici trova proprio la fondazione di quella “positività”, che il livore antimetafisico del “neopositivismo” rivendica a sé e al tempo stesso, in qualche misura, tradisce.

Uno spettacolo in mille atti

Un dialogo alla Eymerich anche nei suoi esiti, certamente nei suoi presentimenti, se si considera che il legame tra quelle due staseis, quelle due posizioni tra cui si stende l’intera dimensione e diastasi della Filosofia della Scienza, se non della Scienza stessa, è costituito da un nucleo di problemi, che Platone ha trattato con mezzi ingenui e, apparentemente, poco progrediti teoricamente; apparentemente, ossia così agli occhi di coloro che quegli stessi problemi hanno preteso trattarli con molta maggiore raffinatezza e consapevolezza dei propri mezzi, soccombendone, però, laddove egli spesso ne era venuto a capo. Una considerazione che a tutto ci risolve, tranne che a divenire nuovamente platonici, ma che se non altro ci sottrae all’ingenuità tutta moderna di ritenersi, per l’appunto, più avanzati per il semplice fatto di essere di fatto “avanzati”, gli effetti e i residui di quella storia, spesso i suoi meri avanzi… E questa scoperta, letteralmente la caduta di un velo o l’abbassarsi di un sipario, ci apre la scena di uno spettacolo in mille atti, di cui i dialoghi platonici sono spesso quelli risolutivi, ove il drama trova la propria autotrasparenza, sciogliendosi nei suoi nuclei, per ricomporsi immediatamente in un nuovo intreccio, che ci ritroviamo di fronte come il nostro proprio dramma, la scena della nostra avventura.

Due atti: scienza naturale e scienza giuridica

Naturalmente non è ai “mille atti” che si rivolge questo corso, ma solo a un paio di essi, quelli il cui intreccio è stretto intorno al concetto di “legge”, un nome e un concetto tanto fondamentale per l’intera costituzione della nostra civiltà, quanto equivoco, vago, talora addirittura offuscato, di certo polimorfo, la cui prima distinzione, anch’essa rifratta in mille forme, maschere e volti, è ancora quella antigonea tra legge umana e legge divina, diritto positivo e legge di natura (vedi Fenomenologia dello Spirito, 6, A, a).
Noi abbiamo voluto qui prendere i due poli dal loro versante propriamente scientifico, della scienza della natura e della scienza del diritto, cercando non solo o niente affatto una rassegna di ciò che vale, e quando, per “legge” entro questi due ambiti positivi, quanto piuttosto un’indagine sui modi in cui si costituisce la “positività” stessa della legge. Il che avviene, e non è affatto un caso, a partire dall’ambito più vasto e più originario del linguaggio, ove il nomos appare strettamente apparentato allo onoma, come vedremo proprio nel Cratilo, qualcosa che ha già nella tradizione ebraica un’espressione emblematica, nella narrazione della Genesi, quando Adamo, con un unico gesto, acquisisce la sovranità sugli animali dando a ognuno di loro il suo nome.
È per tutte queste ragioni, dunque, che prendiamo le mosse dall’analisi del dialogo platonico sulla giustezza dei nomi tra natura e convenzione umana, tra physis e nomos.

I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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