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Nicola Russo » 10.Il quarto argomento: molteplicità e alterità dei nomi. La questione della validità (385 d2-e3)


Il nome di qualcosa

Socrate(385d2-3): “Dunque, quel che uno si trovi a dire essere il nome di qualcosa, quello è il nome della cosa, quale che essa sia”.
Posta tale pluralità e ammessa la definizione positiva della denominazione, non si può eludere la questione del conflitto, circa la validità, in cui entrano i vari nomi: quale dei molti, insomma, sarà quello giusto? Ma giacché ognuno è giusto quando viene posto, poiché è proprio questo atto e quindi questa prassi a fondare la sua giustezza, ossia giacché ognuno è giusto appunto quando viene posto, allora la questione della validità si trasforma dalla domanda sul quale a quella sul quando.

Quanti nome può avere una cosa

(385d5)“O forse che quanti nomi uno dica essere di una qualsiasi cosa, tanti lo siano e proprio allora quando li dice?”
La seconda asserzione è evidentemente uno sviluppo della prima e tuttavia il suo incipit dubitativo la presenta come una possibilità differente: “O forse che…”. Ciò è dovuto al fatto, che tra le due si dà effettivamente uno stacco, che corrisponde all’eliminazione di una possibilità di interpretare la prima in un modo forse improprio, ma coerente con la sua lettera: si potrebbe intendere l’atto della denominazione come posizione sì arbitraria del nome e tuttavia unica, ossia valida una volta per tutte. Quel che uno dice essere il nome di una cosa, quello lo sarebbe, appunto, una volta per sempre. Ma evidentemente non è così, poiché quell’uno è ognuno e quel dire può avvenire sempre di nuovo e ovunque, nella città come in ogni casa privata. E allora non è più del nome della cosa che bisogna parlare, ma dei suoi tanti nomi possibili.

Fin quando vale un nome

Quando vale un nome, ma soprattutto fin quando? Ossia, assunto come deve essere necessariamente assunto che l’atto di denominazione ha validità immediata, poiché è proprio nel porre che si fonda la giustezza, e quindi il porre, come atto determinato e compiuto temporalmente, sancisce καί τότε ὁπόταν, proprio quando avviene, dunque immediatamente, la correttezza del nome, assunto ciò, perché e in che misura e modo questa validità, fondata com’è in quel preciso atto di determinazione, può venir abrogata? Poiché è ovvio che un nuovo atto di denominazione, che stabilisca una differenza di nomi per lo stesso, un altro nome, crea un conflitto insanabile: non certo empiricamente insanabile, ossia rispetto al darsi effettivo di più nomi per uno stesso, di cui pur si dovrà rendere conto, ma fondativamente insanabile, ossia rispetto al criterio e al principio della correttezza.

Greci e Barbari

Ermogene (385d7-e3): “Ma io, infatti, non ho, Socrate, un’altra correttezza dei nomi che questa: come (μὲν… δὲ…) a me è dato chiamare con un altro nome, che io ho posto, una qualsiasi cosa, così è dato a te con un altro, che hai posto tu. E allo stesso modo anche nelle città vedo nomi dati alle stesse cose da taluni privatamente [ossia in contrasto col modo pubblico], da Greci in contrasto con gli altri Greci e da Greci in contrasto con i barbari”.

 

Sacco di Roma ad opera dei Visigoti, Miniatura del XV secolo. Fonte: Wikipedia

Sacco di Roma ad opera dei Visigoti, Miniatura del XV secolo. Fonte: Wikipedia


Dialetti e lingue

La diseguaglianza, che una tesi idiotistica del nome comporta, trova qui precisa espressione in questa contrapposizione tra nomi altri, che è poi la contrapposizione tra soggetti altri, ἐμοί μὲν ἕτερον - σοί δὲ ἕτερον, soggetti che pongono ognuno per sé il nome, senza quindi alcuna vera composizione, quella συνθήκη che è rimasta a tutti gli effetti lettera morta. E questa alterità, che non si compone teoricamente e che quindi rimane aporetica fondativamente, questa alterità si salva, però, o meglio cerca di salvarsi, nella constatazione del fatto della differenza tra i nomi. Ma in realtà, ciò che qui viene veramente indicato non è la differenza dei nomi, bensì la differenza dei dialetti e delle lingue, che è un’altra questione – ma Ermogene, per l’appunto, sta sfuggendo l’aporia, non affrontandola a viso aperto.

Riepilogo

Concludiamo questa lezione con poco più che una snella ricapitolazione per titoli:
1) Presentazione della tesi di Ermogene, 384 c10-d8. Si tratta, in effetti, di due tesi, la convenzionalistica: “Non posso convincermi che vi sia una qualche altra correttezza del nome oltre la convenzione e l’accordo”. E la positiva o idiotistica, espressa nella frase immediatamente successiva: “Mi sembra, infatti, che qualora uno ponga a qualcosa un nome, quello sia il giusto”.
2) Prima argomentazione socratica, 385 a4-6: il luogo della posizione della correttezza: distinzione tra ἰδιώτης e πόλις. Conseguente molteplicità dei nomi per lo stesso, che è in contraddizione con la prima determinazione ontologica elementare della correttezza dei nomi. Aporia.

Riepilogo (segue)

3) Seconda argomentazione socratica (385 b2-b10): inquadramento fondamentale della questione entro il piano ontologico. “Dire il vero” e “dire il falso” sono espressioni dotate di senso. Vi è dunque un λόγος vero e un λόγος falso. Il primo dice le cose che sono (τά ὄντα), il secondo le cose che non sono (τά μή ὄντα). Il λόγος, dunque, dice le cose, quelle che sono e quelle che non sono (in tal senso, i non enti sono una possibilità degli enti: superamento dell’interdetto parmenideo).

Riepilogo (segue)

4) Terza argomentazione socratica (385 c1-c12): la verità del nome. Vero il λόγος come intero, vere anche le sue parti, compresa la minima, il nome. Così come, dunque, vi è un λόγος vero e un λόγος falso, altrettanto vi è un dire nomi veri e nomi falsi, che sono tali in funzione della loro connessione ontologica, ossia del loro riferimento alla cosa: dissoluzione delle tesi convenzionalistica e idiotistica, nella misura in cui è ora la verità del nome misura della sua correttezza e non il suo uso.

Riepilogo (segue)

5) Quarta argomentazione socratica (385 d2-e3): il tempo della validità della correttezza. Ripresa della formulazione della tesi positiva. La conseguente pluralità dei nomi apre la questione della validità, che viene declinata sul versante cronologico. Insostenibilità della tesi sul piano fondativo, se non anche su quello empirico.

I materiali di supporto della lezione

Dispensa - Parte prima

Dispensa - Parte seconda

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